Archivio mensile:aprile 2015

Sulle difficoltà e sul bisogno del dialogo

Zygmunt Bauman

(…) “Viviamo, lavoriamo in un luogo di cui conosciamo le contraddizioni e le difficoltà”. Vorrei dirlo con le parole di Hannah Arendt, grande filosofa del XX secolo, “viviamo in tempi bui”. Ovviamente non sto dicendo che siamo ciechi: vediamo benissimo ciò che ci sta intorno, ma piuttosto che, come accade al buio, riusciamo a vedere solo ciò che sta immediatamente vicino a noi, ma non oltre. Inoltre, come disse Ludwig Wittgenstein, altro grandissimo filosofo del XX secolo, comprendere significa sapere come andare avanti. E questo è proprio ciò̀ che a noi manca: la capacità di comprendere. Abbiamo a disposizione un’enorme quantità̀ di informazione, in byte, come mai prima nella storia, ma abbiamo una minore capacità di comprendere cosa sta accadendo e cosa sta per accadere rispetto ai nostri antenati che godevano invece di una salutare ignoranza relativa.
La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un’enorme quantità̀ di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantità̀ di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano. Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità̀ di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più̀ di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita. Di conseguenza, questa enorme quantità̀ di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità̀ di informazione aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze.
La mia generazione sognava un mondo con più̀ informazione e di conseguenza maggiore conoscenza, ma allo stato attuale abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare. Questa è una delle ragioni per cui siamo confusi e ci sentiamo come se ci muovessimo nel buio. L’altra ragione è la fede nella conoscenza, e qui mi avvicino al mondo che meglio conosco, quello accademico.
Le università̀ stanno attraversando un periodo di grande cambiamento e il risultato di questo cambiamento, che è stato loro imposto e non necessariamente da loro voluto, è il fatto che la conoscenza sta passando dall’essere un bene pubblico all’essere un oggetto commerciale. Se prima le università̀ rispondevano ai bisogni dell’uomo, ora sono costrette a rispondere alle regole del mercato. Ed è un paradosso che il crescente bisogno di vedere nel buio vada di pari passo con una crescente difficoltà nel comprendere le condizioni attuali e nel decidere dove andare e come continuare.
E ricollegandomi al discorso del Rettore Vincenzo Zara sulla gravità dei problemi che ci troviamo ad affrontare e la difficoltà di gestirli, vorrei elencare alcuni di questi problemi, i quali richiedono immediata attenzione. Innanzitutto vi è il problema dell’ineguaglianza, che a mio parere rappresenta un sorta di campo minato. Come in un campo minato, sappiamo che prima o poi avverrà un’esplosione, ma non sappiamo dove e non sappiamo quando. A questo proposito vorrei ricordarvi le parole di Papa Francesco. Naturalmente sono costretto a leggerle nella traduzione inglese, che verrà̀ poi ulteriormente tradotta in italiano ed è scontato che il testo finale non potrà̀ risultare esattamente identico all’originale pronunciato dal Papa. Nella sua Prima Esortazione Apostolica, del 2013, Papà Francesco disse “NO ad una economia della diseguaglianza e dell’esclusione”. Così come i comandamento che dice “non uccidere” cerca di porre limiti a favore della salvaguardia della vita umana, oggi dovremmo dire “non si deve fare” a una economia basata sull’esclusione e la diseguaglianza. “Un’economia di questo tipo uccide. Come è possibile che quando una persona anziana e senza casa muore per essere stata all’addiaccio la notizia non sia riportata dai giornali, mentre se il mercato azionario perde due punti la notizia è riportata in prima pagina? Questo è un chiaro caso di esclusione. Possiamo continuare a tenere la testa alta in un momento in cui viene gettato via il cibo e le persone muoiono di fame? Questo è un chiaro caso di diseguaglianza. Oggigiorno tutto segue le leggi della concorrenza e della sopravvivenza del più̀ forte, leggi in cui il più potente trae forza ed energia vitale dalla distruzione del debole. Come conseguenza di ciò, grandi masse di persone si trovano escluse e marginalizzate, senza lavoro e senza possibilità̀, senza possibilità̀ di fuggire da questa condizione.”
Ed ora vi prego di porre attenzione, poiché́ questo punto è particolarmente importante: “gli esclusi non sono le persone sfruttate, ma quelle scartate dalla società̀”. Sì, è proprio questa la nuova situazione: quella dell’esclusione, dell’essere considerati inutili, di troppo. Ricordo bene come in un passato non molto lontano questi concetti, il fatto che una persona potesse essere considerata inutile, di troppo, da escludersi perché́ inutile, semplicemente non esistevano. Si poteva perdere il lavoro, ma mai essere considerati
inutili. Una conseguenza diretta di queste forme di messa ai margini è la migrazione, mai tanto massiccia quanto oggi. Secondo stime recenti, 175 milioni di persone si stanno spostando verso un nuovo Paese con la speranza di poter riscostruire la propria vita. Secondo altre stime, nei prossimi 20 anni, il fenomeno migratorio riguarderà̀ 1 miliardo di persone, che andranno a bussare alle porte di Paesi in cui sperano di trovare condizioni umane di vita, pane, acqua potabile e scuole per i bambini. Queste enormi masse di migranti determinano un ulteriore problema, la “diasporizzazione”.
Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società̀, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società̀ già̀ multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità̀ né sono invitati a integrarsi in questa società̀, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più̀ vicine. Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità̀ per adattarsi alla nostra.
Lasciate che aggiunga ancora un problema a questo mio elenco: l’interdipendenza dell’umanità̀. Gli strumenti in nostro possesso per un’azione collettiva efficace sono stati creati dai nostri predecessori per servire unità territoriali autonome e sovrane che noi chiamiamo Stati. Questi strumenti, per quanto non eccellenti, sono comunque riusciti ad espletare la loro funzione, ovvero sostenere l’indipendenza degli Stati. Oggi però ci troviamo di fronte a una realtà differente, basata sull’interdipendenza. Reti di dipendenza reciproca si estendono da una parte all’altra del nostro pianeta. E, ad ora, non esiste ancora una sola istituzione politica in grado di gestire la coesistenza pacifica e reciprocamente benefica tra persone.
Siamo ben consapevoli di questi pericoli e delle loro terribili conseguenze che colpisco l’intera umanità̀. E siamo anche consapevoli del fatto che questi problemi possono essere affrontati solo se ce ne occupiamo tutti, in maniera solidale. Gli strumenti di cui disponiamo al momento promuovono solo preoccupazioni egoistiche all’interno di ciascuna enclave territoriale. In altre parole non abbiamo strumenti adatti per un compito tanto arduo.
Devo ammettere che oggi la questione che più̀ mi preoccupa è il potere e il limite della parola. Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché́ risultino adeguati alle nuove sfide sociali. Nel 1975 Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo “La coscienza delle parole.” Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della seconda guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”. Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità̀ per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità̀ delle parole di impedire il disastro. Tutti noi, che ascoltiamo ed elaboriamo le parole, condividiamo questa responsabilità̀. All’uscita del volume Canetti conclude che non esistono veri scrittori al giorno d’oggi, ma dovremmo desiderare ardentemente che ve ne fossero. Sono passati anni, abbiamo persone come Papa Francesco, capaci di parlare con ardore direttamente al cuore delle persone, ma il tipo di scrittore auspicato da Canetti continua a non esistere. Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe? Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della seconda guerra mondiale, quando ricorda che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente. La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di troia non fu evitata.
Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda: è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.

17 aprile 2015, presso l’Università del Salento (Lecce)

Paura dell’infinito

Dietrich Bonhoeffer

La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere tra le risate dell’inferno. Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto.
Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può più opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.
Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Spesso le ore che siamo costretti a trascorrere in solitudine ci sembrano le più tristi e le meno fruttuose. Ma non abbiamo soltanto il timore di noi e di scoprirci; temiamo molto di più l’Onnipotente. Vorremmo evitare che disturbi la nostra tranquillità e ci smascheri, creando un rapporto esclusivo a due per poi disporre di noi secondo la sua volontà. Questo incontro misterioso ci preoccupa e cerchiamo di sottrarci a questa esperienza. Ci teniamo alla larga dal pensiero di Dio, per evitare che Egli arrivi inaspettatamente e ci rimanga troppo vicino. Sarebbe terribile doverlo guardare negli occhi e doversi giustificare. Dal nostro volto potrebbe scomparire per sempre il sorriso. Potrebbe, per una volta, accadere qualcosa di molto serio a cui non siamo più abituati. Questa paura è una caratteristica della nostra epoca. Viviamo con l’ansia di essere improvvisamente avvolti e manovrati dall’infinito. Allora preferiamo vivere in società, andare al cinema o a teatro per poi essere portati al cimitero, piuttosto che rimanere un minuto di fronte al Signore.

Nell’Apocalisse di san Giovanni leggiamo: «Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio» (14, 7). «Temete Dio», invece delle cose che vi fanno paura. Non temete il futuro, non temete gli altri uomini. Non temete la violenza e la forza, anche se possono privarvi dei vostri beni e della vostra vita. Non temete i potenti di questo mondo. Non temete nemmeno voi stessi. Non temete i peccati. Morirete a causa di tutti questi timori. Liberatevi da queste paure, ma temete Dio e soltanto Lui, che ha autorità su tutti i poteri terreni. Davanti a Lui deve provare timore tutta la Terra.
Può darci la vita o privarcene. Tutto il resto non ha importanza, solo il Signore conta. Che cosa ci chiederà il Padre nell’ultimo giorno? Soltanto una cosa: «Avete creduto al Vangelo e gli avete ubbidito?». Non domanderà se eravamo tedeschi o ebrei, se eravamo nazisti oppure no, e nemmeno se facevamo parte della Chiesa confessante, se eravamo persone influenti e di successo, se possiamo vantarci di grandi opere, se eravamo rispettati oppure malvagi, insignificanti, inutili e sconosciuti. Il nostro unico giudice sarà il Vangelo. Perché io sono proprio io? Che cosa sono davvero? Chi sono?
Perché esisto? Da dove arrivo? Qual è il mio fine? Cosa ne sarà di me? Sono queste le domande che l’umanità si pone da sempre. L’uomo si sente aggredito da una forza superiore, da tutto un mondo, dal suo stesso io; allora comincia a indagare, a cercare, ad arrovellarsi e procede di scoperta in scoperta, sentendosi sempre più inquieto. Di fronte a se stesso viene colto da una grande paura. Per la prima volta è toccato dalla miseria dell’essere umano e il cuore si contrae nella consapevolezza della sua mancanza di libertà. A questo punto reclama una cosa soltanto: la liberazione dal demone delirio e dal suo dominio, la redenzione. Come posso salvare il mio io? Come posso diventare libero? Come posso dare una forma a ciò che non ne ha e organizzare ciò che è privo di coerenza? Come posso dominare il caos? In ogni tempio greco antico erano riportate queste parole: «Conosci te stesso!». Solo in questo modo diventerai padrone del tuo io. È un’esperienza che può fare ognuno di noi: nessuno riesce realmente a conoscersi nel corso della sua vita. Siamo e rimaniamo ignoti a noi stessi, soltanto Dio è in grado di vedere davvero dentro di noi. Se ci lambicchiamo il cervello ci procuriamo soltanto grandi tormenti: sappiamo bene che questo atteggiamento conduce alla disperazione e non al sollievo. Quindi è necessario percorrere un’altra via: non quella della conoscenza di sé, ma il dominio e la formazione di sé attraverso la volontà.
Perché il problema della debolezza è così importante? Hai mai visto nel mondo un mistero più grande dei poveri, dei vecchi, dei malati. Hai mai pensato a come appare la vita a uno storpio, a un infermo senza speranza, a una persona sfruttata, a un nero in un ambiente di bianchi, a un intoccabile? Se lo hai fatto, riesci a sentire che in quei casi l’esistenza ha un significato diverso da quello che le attribuisci tu? Comprendi che anche tu, comunque, appartieni alla categoria degli sfortunati, perché anche tu sei un essere umano come loro, perché sei forte e non debole, perché in tutti i tuoi pensieri avvertirai la loro fragilità? Non ci siamo resi conto che non potremo mai essere felici finché questo universo della debolezza, da cui forse finora siamo stati risparmiati ci rimane estraneo e sconosciuto, distante, finché lo teniamo lontano dalla nostra portata, in modo consapevole o inconsapevole?
Che cosa significa debolezza nel nostro mondo? Sappiamo che fin dai primi tempi fu rimproverato al cristianesimo di rivolgere il suo messaggio ai deboli: era considerato la religione degli schiavi, di quelli che soffrono di complessi di inferiorità; si diceva che dovesse il suo successo alla massa di disperati dei quali ha esaltato la condizione di miseria. È stato proprio l’atteggiamento nei confronti del problema del male nel mondo che ha attirato simpatie oppure odio per questa confessione. Ha sempre prodotto l’opposizione forte e sdegnata di una filosofia aristocratica che esaltava la forza e il potere, in contrapposizione con i nuovi valori di rifiuto della violenza ed esaltazione dell’umiltà.
Anche nella nostra epoca siamo testimoni di questa lotta. Il cristianesimo resiste o fallisce con la sua protesta rivoluzionaria contro l’arbitrio e la superbia del potente, con la sua difesa del povero. Credo che i cristiani facciano troppo poco, e non troppo, per rendere chiaro questo concetto. Si sono adattati troppo facilmente al culto del più forte. Dovrebbero dare molto più scandalo, scioccare molto più di quanto facciano ora