Archivio mensile:febbraio 2015

Appello ai mafiosi: Convertitevi!

Papa Francesco

“Le manifestazioni di religiosità esteriore non fanno dei mafiosi dei veri credenti, né li mettono in comunione con Cristo e con la sua Chiesa”: serve piuttosto una “vera e pubblica conversione”, perché non può dirsi cristiano chi fa della violenza e dell’illegalità il proprio “stile di vita”. Dopo la “scomunica” della criminalità organizzata lanciata dalla Piana di Sibari, durante la visita del 21 giugno scorso alla diocesi calabrese di Cassano allo Jonio, oggi ricevendo in Vaticano i fedeli di quella stessa diocesi papa Francesco ha ripetuto ai mafiosi il suo appello a convertirsi, con in più la richiesta di farlo pubblicamente. Un monito che rinnova ancora una volta l’eco del grido “convertitevi!” lanciato alla mafia da papa Giovanni Paolo II nel 1993 dalla Valle dei Templi di Agrigento. “Vorrei riaffermare un pensiero che vi ho suggerito durante la mia visita: “chi ama Gesù, chi ne ascolta e accoglie la parola e chi vive in maniera sincera la risposta alla chiamata del Signore non può in nessun modo darsi alle opere del male”. “O Gesù o il male!” “Gesù non invitava a pranzo i demoni: li cacciava via, perché erano il male. O Gesù o il male!”.

“Non si può dire di essere cristiano e violare la dignità delle persone; quanti appartengono alla comunità cristiana non possono programmare e consumare gesti di violenza contro gli altri e contro l’ambiente”. E qui, ribadendo tra le righe anche la scomunica già pronunciata in giugno, anche il monito verso chi pensa di usare la religione come un lavacro rispetto all’essere criminali: “I gesti esteriori di religiosità non accompagnati da vera e pubblica conversione non bastano per considerarsi in comunione con Cristo e con la sua Chiesa”. E ancora: “I gesti esteriori di religiosità non bastano per accreditare come credenti quanti, con la cattiveria e l’ arroganza tipica dei malavitosi, fanno dell’illegalità il loro stile di vita”. “A quanti hanno scelto la via del male e sono affiliati a organizzazioni malavitosi rinnovo il pressante invito alla conversione”. “Aprite il vostro cuore al Signore! – ha poi aggiunto – Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie se, come pubblica è stata la vostra scelta di servire il male, chiara e pubblica sarà anche la vostra volontà di servire il bene”.

Non secondario, nel severo monito del Pontefice, è stato anche il riferimento alla “violenza contro l’ambiente”. “La bellezza della vostra terra – ha detto infatti ai pellegrini della diocesi calabrese – è un dono di Dio e un patrimonio da conservare e tramandare in tutto il suo splendore alle future generazioni. Pertanto occorre l’impegno coraggioso di tutti, ad iniziare dalle istituzioni, affinché essa non sia sfregiata in maniera irreparabile da interessi meschini”. Era stato papa Wojtyla, il 9 maggio del 1993 dalla piana dei Templi di Agrigento, il primo a lanciare il suo impressionante grido ai mafiosi: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”.

Papa Francesco ha fatto pienamente suo lo spirito d i Giovanni Paolo II, andando anche oltre. “Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male!”, disse rivolgendosi “agli uomini e alle donne mafiosi”, quelli che nell’occasione definì “i protagonisti assenti”, nella veglia con i familiari delle vittime della mafia organizzata il 21 marzo dello scorso anno dalla fondazione Libera di don Ciotti nella chiesa romana di San Gregorio VII. “Convertitevi! – esclamò -. Ancora c’è tempo per non finire nell’inferno: è quello che vi aspetta se continuate su questa strada”. Poi, il 21 giugno, proprio durante la visita a Cassano allo Jonio ha pronunciato la sua ferma ed esplicita scomunica. “La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune”. “Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”.

Roma 24 febbraio 2015

 

QUANDO IL PREGIUDIZIO LE SPARA “GROSSE” ED IMPEDISCE DI CAPIRE ANCHE LE COSE OVVIE

Francesco Macrì

“Alle scuole private un fiume di soldi pubblici. Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”.

Suona proprio così l’incipit di un articolo a firma di Michele Sasso, comparso sulla rivista L’Espresso del 2 febbraio 2015 e ripreso due giorni dopo dal quotidiano La Repubblica. Di fronte a così grossolane e banali “sparate”, tanto più gravi in quanto riportate su due affermati organi di stampa che della fondatezza, della obiettività, della correttezza, della imparzialità, della scientificità della “notizia” vorrebbero fare il proprio “vanto” e la “cifra” del proprio successo editoriale, non si può non rimanere che stupiti.

Stupiti perché?

 ·      perché tranciano giudizi sommari e generalizzati su oltre 12 mila scuole paritarie con oltre un milione e duecento mila studenti come se tutte fossero eguali e tutte potessero essere messe nello stesso identico calderone di quelle, che pure ci sono ma in numero assai esiguo, con bassi standard di qualità. Qualora le scuole paritarie replicassero all’insinuazione e diffamazione utilizzando lo stesso metro di misura per valutare l’intero sistema statale, dove pure non mancano esempi di altrettanta bassa qualità dell’insegnamento, delle strutture edilizie, delle strumentazioni didattiche, dei risultati, dell’organizzazione (basta consultare i Rapporti curati dal MIUR, dai Sindacati, da alcuni Enti di ricerca, dal Censis, da Legambiente, ecc.) si griderebbe alla provocazione, si mobiliterebbe la piazza, si metterebbero in piedi campagne giornalistiche e televisive.

 ·      perché sotto il profilo giuridico si confonde nel corso dell’articolo citato la “scuola paritaria” con la “scuola privata” quasi che non ci fossero leggi dello Stato italiano (la n.27 del 2006 e la n.62 del 2000), che non definissero in maniera inequivoca i profili delle due tipologie affatto assimilabili tra di loro per le normative che le regolamentano, la diversa funzione pubblica che svolgono, il valore legale dei titoli di studio che rilasciano, la qualità del servizio che erogano;

·      perché si fa finta di ignorare che la legge n. 62 del 2000, nota al pubblico come legge sulla parità scolastica, all’articolo 1, comma 1, sancisca a chiare lettere che le scuole paritarie sono parte “integrante” e “costitutiva” dell’unico sistema nazionale di istruzione e formazione e svolgono un “servizio pubblico” di “interesse pubblico” al pari di quelle statali sebbene la diversa natura giuridica del soggetto (statale o privato) erogatore del loro servizio

·      perché si va contro la Costituzione italiana e il Diritto internazionale in quanto si misconosce il diritto umano e fondamentale della libertà della scelta educativa delle famiglie, che in quanto “diritto”, uno Stato moderno e democratico é chiamato non solo a “prenderne atto”, ma a “sostenerlo” e “promuoverlo” attivamente come quello ad esempio della salute, del lavoro, della sicurezza, ecc.

·      perché si ignora un oggettivo dato statistico: le scuole cattoliche non rappresentano l’intero universo delle scuole paritarie, ma soltanto una parte, in quanto il restante oltre 50% é costituito da scuole i cui soggetti gestori, singoli o collettivi (associazioni, cooperative, Comuni, Province), cattolici non sono affatto;

·      perché si continua a ritenere che il finanziamento pubblico delle scuole paritarie sia una “graziosa” donazione o un ingiusto “privilegio” a danno delle scuole statali e non invece un atto dovuto per il servizio pubblico e nell’interesse pubblico svolto, per di più, a parità di risultati, ad un costo larghissimamente inferiore a quello delle scuole statali (con un rapporto da 1 a 15)

 ·      perché si fa tabula rasa di principi costituzionalmente fondati come la sussidiarietà e l’autonomia che rendono uno Stato più pluralista, leggero, flessibile, efficiente e quindi meno autoritario, egemone, centralista, burocratico

 ·      perché avendo la pretesa di attribuire solo allo Stato il diritto assoluto ed esclusivo dell’istruzione e educazione ignorando o mettendo tra parentesi quello della famiglia (che è anche per la Costituzione italiana e la carta dei diritti dell’uomo il primo titolare di questo diritto) si tende ad azzerare le libertà individuali, la democrazia, il pluralismo, la piena cittadinanza dei cittadini

·      perché si ignora quanto avviene da decenni e decenni in tutta Europa, cioè in quelle grandi democrazie “laiche” (come la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Inghilterra, la Germania, la Svezia, ecc), che in ambito di laicità non hanno nulla da imparare dall’Italia, dove in nome della preminenza del valore del soggetto sull’apparato burocratico statalista e in nome della qualità del servizio sulla etichetta (statale o paritaria) attribuita all’istituzione, la scuola non statale é pienamente riconosciuta e legittimata e, perciò, finanziata

·      perché equivocando sulla terminologia “scuola gratuita” (gratuita naturalmente per chi la frequenta e non per chi la gestisce che deve farsi carico di tutti i costi di gestione) si fa finta di ignorare che la scuola statale é “pagata” attraverso i carichi fiscali dalla contribuzione dei cittadini che in quanto tali (cittadini e non sudditi) hanno tutto il diritto di poter optare per quella scuola (statale o paritaria) che a loro insindacabile giudizio dà loro maggiori garanzie di efficacia ed efficienza

·      perché la pretesa statalizzazione dell’intero sistema scolastico togliendo la possibilità di un confronto dialettico tra scuola statale e paritaria, lo irrigidisce, lo ripiega su stesso, lo rende meno evolutivo e aperto all’innovazione e sperimentazione, quindi meno di qualità con danno del soggetto utente che é (non va mai dimenticato) il vero e primo titolare del diritto di istruzione ed educazione

 ·      perché rappresenta una visione statalista dello Stato di chi teme che il cittadino possa esercitare la sua libertà, compresa quella della libertà di scelta educativa

 ·      perché la cifra di 700 milioni di euro di finanziamento alle scuole paritarie non corrisponde a verità e qualora lo fosse corrisponderebbe neanche a 600 euro per alunno di scuola paritaria contro gli oltre 7000 euro di costo medio per alunno di scuola statale a carico del bilancio del MIUR. Una cifra questa ultima che andrebbe ulteriormente maggiorata con i costi sostenuti per la parte di loro competenza dagli altri Ministeri come il Ministero della Sanità, dei Trasporti, e dai Comuniti, dalle Province, dall’UE.

 Per concludere

 Al giornalista autore dell’articolo citato, ai Direttori de L’Espresso e di Repubblica con grande rispetto ci permettiamo di ricordare che il vero problema che l’Italia ha da risolvere non è quello della scuola statale o della scuola paritaria ma quello, più a monte, della scuola, della “scuola di qualità”. E’ la qualità che dovrebbe essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, come pure della politica e dei mezzi di comunicazione sociale poiché é solo la scuola di qualità (statale o non statale che sia) che potrà garantire all’Italia quel balzo in avanti che la può riscattare dalla situazione di stagnazione strutturale nella quale è sprofondata e che sta generando povertà, marginalizzazione delle classi popolari e giovanile, disoccupazione, devianza, insufficiente competitività sui mercati globali del suo comparto manifatturiero ed industriale. Continuare questa vecchia e monotona polemica, malata di un oscuro ideologismo ottocentesco, riguardo la scuola statale e non statale, significa rimanere sprofondati in una visione passatista che non ha mai avuto senso, tanto meno lo ha oggi.

L’istruzione e l’educazione sono un diritto umano fondamentale. Solo la “qualità” di una scuola e non la “natura giuridica” del suo gestore (statale o privato) lo garantiscono e lo promuovono. Si tratta di una verità lapalissiana, ma che in Italia alcuni, anche se si atteggiano a disinibiti e raffinati intellettuali, stentano (perché vittime di una preclusiva pregiudiziale ideologica) a capire.

Dare alle singole famiglie l’opportunità “effettiva”, quindi mettendole nelle condizioni “oggettive” di poter scegliere liberamente la scuola migliore per i propri figli senza essere penalizzate economicamente qualora optassero per quella paritaria, non è soltanto una garanzia di rispetto del diritto e della Costituzione, cioè di civiltà giuridica, ma anche una modalità per incrementare il confronto dialettico ed emulativo tra le scuole e, quindi, spingere l’intero sistema scolastico italiano ad alzare gli standard dei servizi erogati.

              Roma 11 febbraio 2015

 

Uomo e donna. Reciprocità nell’equivalenza e nella differenza

Francesco Mcrì

È urgente offrire nuovi spazi alle donne nella vita della Chiesa e della società. È quanto affermato da Papa Francesco ai partecipanti alla plenaria del dicastero della Cultura, incentrata sul tema “Le culture femminili: uguaglianza e differenza”. Il Pontefice ha sottolineato che bisogna superare i modelli che vedono uomo e donna l’uno contro l’altro per abbracciare il paradigma della reciprocità nell’equivalenza e nella differenza.
È tempo che le donne “si sentano non ospiti, ma pienamente partecipi dei vari ambiti della vita sociale ed ecclesiale”. “Questa è una sfida non più rinviabile”  che riguarda non solo i pastori, ma anche i laici impegnati nel mondo della politica, della cultura e dell’economia e che “non va affrontata ideologicamente, perché la ‘lente’ dell’ideologia impedisce di vedere bene la realtà”. Da tempo “ci siamo lasciati alle spalle, almeno nelle società occidentali, il modello della subordinazione sociale della donna all’uomo, un modello secolare che, però, non ha mai esaurito del tutto i suoi effetti negativi”. “Abbiamo superato anche un secondo modello, quello della pura e semplice parità, applicata meccanicamente, e dell’uguaglianzaassoluta. Si è configurato così un nuovo paradigma, quello della reciprocità nell’equivalenza e nella differenza. La relazione uomo-donna, dunque, dovrebbe riconoscere che entrambi sono necessari in quanto posseggono, sì, un’identica natura, ma con modalità proprie. L’una è necessaria all’altro, e viceversa, perché si compia veramente la pienezza della persona”.

Francesco ha dunque rivolto il pensiero alla tematica della “generatività” delle donne che allarga “l’orizzonte alla trasmissione e alla tutela della vita”. In questo ambito, il Papa ha incoraggiato “il contributo di tante donne che operano nella famiglia, nel campo dell’educazione alla fede, nell’attività pastorale, nella formazione scolastica, ma anche nelle strutture sociali, culturali ed economiche”.  In questo senso, ha proseguito, “mi piace descrivere la dimensione femminile della Chiesa come grembo accogliente che rigenera alla vita”.

Il Papa ha quindi affrontato il tema del “corpo femminile tra cultura e biologia”, denunciando con forza “le dolorose ferite inflitte, talvolta con efferata violenza”, alle donne: “Simbolo di vita, il corpo femminile viene, purtroppo non di rado, aggredito e deturpato anche da coloro che ne dovrebbero essere i custodi e compagni di vita”. Le tante forme di schiavitù, di mercificazione, di mutilazione del corpo delle donne, ci impegnano dunque a lavorare per sconfiggere questa forma di degrado che lo riduce a puro oggetto da svendere sui vari mercati”. Ancora, ha richiamato l’attenzione, “sulla dolorosa situazione di tante donne povere, costrette a vivere in condizioni di pericolo, di sfruttamento, relegate ai margini delle società e rese vittime di una cultura dello scarto”. Quindi, Papa Francesco si è soffermato su un tema a lui particolarmente a cuore: la partecipazione delle donne nella vita della Chiesa, affermando a braccio che “la Chiesa è donna”: “Sono convinto dell’urgenza di offrire spazi alle donne nella vita della Chiesa e di accoglierle, tenendo conto delle specifiche e mutate sensibilità culturali e sociali. È auspicabile, pertanto, una presenza femminile più capillare ed incisiva nelle Comunità, così che possiamo vedere molte donne coinvolte nelle responsabilità pastorali, nell’accompagnamento di persone, famiglie e gruppi, così come nella riflessione teologica”.

Al tempo stesso, Francesco ha ribadito che “non si può dimenticare il ruolo insostituibile della donna nella famiglia”. Le doti femminili, infatti, “rappresentano non solo una genuina forza per la vita delle famiglie, per l’irradiazione di un clima di serenità e di armonia, ma anche una realtà senza la quale la vocazione umana sarebbe irrealizzabile”: “Si tratta, inoltre, di incoraggiare e promuovere la presenza efficace delle donne in tanti ambiti della sfera pubblica, nel mondo del lavoro e nei luoghi dove vengono adottate le decisioni più importanti, e al tempo stesso mantenere la loro presenza e attenzione preferenziale e del tutto speciale nella e per la famiglia”.

“Non bisogna lasciare sole le donne a portare questo peso e a prendere decisioni – ha concluso il Papa – ma tutte le istituzioni, compresa la comunità ecclesiale, sono chiamate a garantire la libertà di scelta per le donne, affinché abbiano la possibilità di assumere responsabilità sociali ed ecclesiali, in un modo armonico con la vita familiare”.

Il sonno della ragione

Francesco Macrì

Lo shock ha lasciato il posto alla rabbia e alla vendetta. Dopo le agghiaccianti immagini diffuse dall’Isis del pilota giordano bruciato vivo, ad Amman sono stati impiccati due terroristi di Al Qaida, tra i quali la donna della quale l’Isis aveva chiesto il rilascio promettendo la liberazione dell’ostaggio. Mentre la società giordana, che nei mesi scorsi era parsa divisa sulla partecipazione alla Coalizione internazionale a guida americana, sembra ora fare quadrato intorno al re Abdallah, intenzionato più che mai a continuare i raid contro lo Stato islamico in Siria. Anche Ahmed al Tayyeb, l’imam dell’università Al Azhar del Cairo, il centro teologico più importante dell’Islam sunnita, ha espresso tutta la sua ira contro i responsabili dell’uccisione del pilota ventiseienne Muaz al Kassesbeh, arrivando ad affermare che i jihadisti dovrebbero essere “crocifissi” e mutilati, e definendo lo Stato islamico “un’organizzazione terroristica satanica”.

Durissima anche la reazione dell’Unione europea, che però prende nettamente le distanze dalle esecuzioni compiute stamane per rappresaglia dei due militanti iracheni di al Qaida già condannati a morte: una donna, Sajida al-Rishawi, riconosciuta come membro di un commando che nel 2005 si rese responsabile di tre attentati in grandi alberghi di Amman uccidendo 60 persone, e Ziad al Karbuli, condannato nel 2008 per aver pianificato attacchi contro cittadini giordani in Iraq. “Mentre devono essere fatti tutti gli sforzi per combattere il terrorismo e far pagare le conseguenze ai responsabili, la nostra reazione alla minaccia posta dal Daesh (lo Stato islamico nell’acronimo in arabo) deve essere in linea con i nostri valori comuni di giustizia e diritti dei prigionieri”, ha affermato l’alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini. “La posizione europea contro la pena capitale resta invariata”, ha aggiunto. Una posizione ben diversa quella espressa dai giordani che oggi, a Karak, città natale di Kassasbeh, hanno manifestato nelle strade chiedendo “vendetta” e gridando slogan di sostegno al re Abdallah. Come quella, ovviamente, del padre del pilota ucciso. “Chiedo al governo di vendicare il sangue di mio figlio e la dignità del nostro Paese”. L’Isis, intanto, ha continuato nella sua linea di sfida, proiettando in pubblico a Raqqa, in Siria, il video della messa a morte del pilota giordano, e poi montando una sequenza nella quale mostra la “gioia” del pubblico presente, tra i quali anche un ragazzo.

Dure condanne dell’atroce esecuzione sono arrivate oggi dai governi dei più importanti Paesi islamici. Il primo ministro iracheno, Haidar al Abadi, ha affermato che, come risposta, occorre lanciare ancor più “duri raid contro il gruppo terrorista”. Ma allo stesso tempo il New York Times, citando fonti dell’amministrazione Obama, ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti, alleato chiave degli Stati Uniti nella Coalizione anti-Isis, hanno sospeso la partecipazione ai raid aerei già dallo scorso dicembre, proprio per il timore per la sorte dei propri piloti dopo la cattura di Kassasbeh. Da parte sua la Siria ha parlato di “orrendo crimine” e l’Iran di “disumana uccisione”. Anche il premier giapponese Shinzo Abe ha espresso “profonda indignazione” per l’uccisione “disumana e spregevole” del pilota. Nei giorni scorsi Tokyo aveva chiesto il sostegno di Amman per tentare di liberare i giapponesi in ostaggio dell’Isis, Haruna Yukawa e Kenji Goto, poi uccisi. Mentre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato al re giordano un messaggio nel quale ha espresso “orrore” per la “barbara uccisione”, esortando a “rafforzare l’unità per battere il terrore”.

Di fronte a queste orribili vicende non rimane che constatare il sonno della ragione e il ritorno dell’umanità ai primordi più oscuri della sua storia evolutiva.

Roma 6 febbraio 2015