Archivio mensile:ottobre 2014

Al centro dell’Europa la persona

VLADIMIR ZAGREBELSKY

Nelle difficoltà del tempo presente, l’originaria finalità economica dell’Europa comunitaria, prende il sopravvento. Non si parla che della crisi e del ruolo che gioca l’Europa di Bruxelles.

 E’ la formula che spesso i governi usano, dicendo che «ce lo chiede l’Europa», assume un sapore sgradevole, minaccioso, che spinge al rifiuto in blocco di tutto ciò che l’Europa oggi significa. I vincoli economici non sono però l’unico carattere della comunità di Stati europei di cui l’Italia è parte, parte fondatrice. Per ricordare l’importanza di tutto il resto, e parlarne ai giovani che non hanno vissuto il lungo processo di costruzione dell’Unione, il presidente Napolitano ha voluto che fossero organizzati al Quirinale tre incontri con studenti dei licei di ogni parte d’Italia. A partire da oggi, si discuterà dell’Europa dei diritti e poi dell’Europa della scienza e dell’Europa della cultura.

La storia dei diritti fondamentali delle persone è una storia lunga ed è una storia europea. All’origine di ogni discorso di diritti fondamentali della persona – della persona in quanto tale – c’è la rivoluzionaria affermazione che «non c’è più giudeo, né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo, né donna …». La persona umana è divenuta centrale, affermandosi nel corso di un’evoluzione che è passata per la libertà intellettuale rivendicata dall’uomo del Rinascimento, per l’Illuminismo e la Rivoluzione francese e per la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Progressivamente si è affermata la concezione di diritti della persona, che lo Stato non «concede», ma è tenuto a «riconoscere» a tutti, non solo ai suoi cittadini. Il fondamento giuridico di una simile concezione è discusso. Norberto Bobbio era giunto a concludere che non valesse più tanto la pena di dividersi sull’origine, ma che occorresse invece impegnarsi perché i diritti della persona fossero effettivamente protetti. Questo è ciò che, dopo la tragedia europea delle due guerre mondiali (tragedia innanzitutto morale), si è voluto fare con la Dichiarazione universale e, subito dopo, con la Convenzione europea dei diritti umani. Più recentemente si è aggiunta la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che ha gli stessi contenuti della Convenzione per i diritti che sono comuni a entrambe le dichiarazioni. Il rispetto della persona umana e il rifiuto di assoggettarla alla ragion di Stato vennero nel 1949 posti a base della Convenzione dei diritti umani, per un’Europa che, allontanandosi dalla propria civiltà, aveva prodotto l’oppressione dei fascismi, del nazismo e del comunismo sovietico. La ricostruzione dunque doveva certo riguardare l’economia, ma anche la democrazia, i diritti umani, le libertà fondamentali.

Il primo articolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione pone il rispetto della dignità della persona umana a base di tutti gli altri diritti. Qui parliamo dei diritti fondamentali. Si tratta del diritto alla vita, del divieto di tortura, della sicurezza contro arresti arbitrari, della possibilità di ricorrere a un giudice per difendere i propri diritti, della legalità delle pene, del rispetto della propria vita privata e familiare, della libertà di religione, della libertà di espressione e di associazione, del diritto di proprietà, del diritto all’istruzione, e di altri ancora.

La dimensione delle libertà economiche, all’origine del processo di unificazione dell’Europa – libertà di movimento dei lavoratori, delle merci, dei capitali e dei serviz i- ha incontrato inevitabilmente quella delle libertà civili e politiche e quella dei diritti sociali. Per effetto soprattutto della straordinaria influenza della Corte di giustizia dell’Unione, l’Europa dei suoi 28 Stati membri non è più solo un area economica comune. Essa nei suoi trattati fondativi e nelle sue istituzioni protegge la sicurezza dei suoi cittadini, i loro diritti e le loro libertà. E i cittadini dei Paesi dell’Unione sono anche cittadini europei.

L’influenza dell’Unione europea e delle sue Carte dei diritti si vede nella vita quotidiana. Nessuno Stato membro, nessuna società può più isolarsi dall’Europa in cui viviamo. E allora in Italia il Parlamento modifica la legge sul divorzio, semplificandone e abbreviandone la procedura. I diritti delle coppie che devono procreare con l’aiuto della scienza medica vengono ora assicurati anche in Italia, perché non regge a lungo l’imposizione di divieti in una Europa fondata sulla libertà. Anche in Italia i figli, tutti i figli, comunque nati, sono eguali, perché le discriminazioni non sono ammesse in Europa. L’Italia, spinta e costretta dalle sentenze dei giudici europei ha iniziato a riformare la sue carceri, perché in Europa sono vietati i trattamenti inumani, nei confronti di chiunque. I criminali che ignorano le frontiere possono essere ricercati e perseguiti efficacemente in Europa, perché i Paesi dell’Unione collaborano e riconoscono reciprocamente le sentenze dei loro giudici. Se l’Italia dovrà adattarsi a regolare le discariche dei rifiuti in modo da non danneggiare la salute delle persone, è perché la Corte di giustizia è intervenuta sanzionando le insufficienze dell’azione italiana. Ecco alcuni esempi dell’influenza non astratta, ma concreta ed efficace dell’Europa dei diritti. Le carenze sono tuttavia ancor gravi; ne è un aspetto la debolezza della politica comune in materia di migrazioni, di cui le tragedie che si consumano nel Mediterraneo sono l’aspetto più drammatico. Ma riconoscere le mancanze serve a stimolare la ricerca di soluzioni che aumentino l’efficacia dell’Unione europea, non a negare i risultati positivi già raggiunti.

Di tutto questo discuteranno i ragazzi dei licei che verranno accolti al Quirinale nel corso di incontri che serviranno a rendere più consapevole e completa l’idea di Europa. Alla scuola italiana è affidato il compito poi di comprendere e non lasciar cadere il messaggio lanciato dall’iniziativa.

Le sfide della scuola cattolica

Congregazione per l’educazione cattolica

(…)

  1. Le sfide della scuola cattolica

L’educazione si trova oggi in un contesto di cambiamenti veloci. Anche la generazione alla quale essa è rivolta cambia velocemente e quindi ogni educatore si trova a dovere affrontare continuamente situazioni che, come ha affermato Papa Francesco, «pongono sfide nuove che a volte sono persino difficili da comprendere»[5].

Nel cuore dei cambiamenti del mondo che siamo chiamati ad accogliere, amare, decifrare ed evangelizzare, l’educazione cattolica deve contribuire alla scoperta del senso della vita e far nascere nuove speranze per l’oggi e per il futuro.

a) La sfida dell’identità

È urgente ridefinire l’identità della scuola cattolica per il XXI secolo. A questo compito può dare un notevole contributo la riscoperta dei documenti della Congregazione per l’Educazione Cattolica[6], insieme all’esperienza accumulata lungo il tempo nell’insegnamento cattolico, sia nelle scuole diocesane sia in quelle congregazioniste. Questa esperienza poggia su tre pilastri: la tradizione del Vangelo, l’autorità e la libertà.

L’educatore dei nostri tempi vede rinnovata la sua missione, che ha come grande obiettivo quello di offrire ai giovani un’educazione integrale e un accompagnamento nella scoperta della sua libertà personale, dono di Dio.

La povertà spirituale e l’abbassamento del livello culturale cominciano a pesare, persino all’interno delle scuole cattoliche. In molti casi registriamo un problema di autorevolezza. Non si tratta, tanto, di una questione di disciplina – i genitori apprezzano molto le scuole cattoliche per la loro disciplina. Ma i responsabili di certe scuole cattoliche hanno ancora una parola da dire? La loro autorità si fonda sulle regole formali o sull’autorevolezza della loro testimonianza? Se si vuole evitare un progressivo impoverimento si richiede che le scuole cattoliche siano dirette da persone e da équipes ispirate dal Vangelo, formate nella pedagogia cristiana, collegate al progetto educativo della scuola cattolica, e non soggette alla seduzione di ciò che va di moda, di ciò che viene, per così dire, venduto meglio.

Il fatto che gli alunni di numerose scuole cattoliche appartengano ad una pluralità di culture chiede alle nostre istituzioni di allargare l’annuncio oltre la cerchia dei credenti, non solo a parole, ma con la forza della coerenza di vita degli educatori. Insegnanti, dirigenti, personale amministrativo, tutta la comunità professionale ed educativa è chiamata ad offrire, nell’umiltà e nella prossimità, una proposta amabile della fede. Il modello è quello di Gesù con i discepoli di Emmaus: partire dall’esperienza di vita dei giovani, ma anche da quella dei colleghi, mettersi in una disposizione di servizio incondizionato. Infatti, una delle caratteristiche distintive della scuola cattolica, di domani non meno di quella del passato, dovrà rimanere l’educazione al servizio e al dono gratuito di sé.

b) La sfida della comunità scolastica

Di fronte all’individualismo che consuma la nostra società, è sempre più importante fare in modo che la scuola cattolica sia una vera comunità di vita animata dallo Spirito Santo. Il clima familiare, accogliente, dei docenti credenti, talvolta minoritari, insieme al comune impegno di tutti quanti abbiano una responsabilità educativa, di qualsiasi credenza o convinzione essi siano, può far superare i momenti di disorientamento e di scoraggiamento e aprire una prospettiva di speranza evangelica. La rete complessa dei rapporti interpersonali costituisce la forza della scuola quando esprime l’amore della verità, e gli educatori credenti vanno sostenuti affinché possano essere il lievito e la forza tranquilla della comunità che si costruisce.

Perché questo sia possibile va prestata una particolare attenzione alla formazione e alla selezione dei capi d’istituto. Essi non sono solo i responsabili dell’istituzione scolastica, ma il riferimento, di fronte al loro Vescovo, della preoccupazione pastorale. I dirigenti devono essere i leaders che fanno vivere l’educazione come una missione condivisa, che accompagnano e organizzano i docenti, che promuovono incoraggiamento e sostegno vicendevole.

Un altro terreno di sfida per le scuole cattoliche è quello della relazione con le famiglie. Una grande parte di esse è in crisi, e ha bisogno di accoglienza, di solidarietà, di coinvolgimento, persino di formazione.

Docenti, genitori e capi d’istituto formano, insieme agli alunni, una grande comunità educativa che è chiamata a cooperare con le istituzioni della Chiesa. La formazione continua deve concentrarsi nella promozione di una comunità giusta e solidale, sensibile nei confronti dei bisogni delle persone, capace di creare dei meccanismi di solidarietà con i ragazzi e le famiglie più povere.

c) La sfida del dialogo

Il mondo, nella sua pluralità, è in attesa più che mai di essere orientato verso i grandi valori dell’uomo, del vero, del bene e del bello. Questa è la prospettiva che la scuola cattolica deve assumere nei confronti dei giovani, attraverso la strada del dialogo, proponendo loro una visione dell’Altro e dell’altro, che sia aperta, pacifica, affascinante.

Nel rapporto con i giovani, talvolta, l’asimmetria crea distanza tra educatore ed educando. Oggi si apprezza maggiormente la circolarità che si instaura nella comunicazione tra il docente e l’alunno, molto più aperta di un tempo, molto più favorevole all’ascolto reciproco. Questo non significa che gli adulti debbano rinunciare a rappresentare un riferimento autorevole, ma bisogna saper distinguere tra un’autorità esclusivamente legata ad un ruolo, ad una funzione istituzionale, e l’autorevolezza che deriva dalla credibilità di una testimonianza.

La comunità scolastica è una comunità che apprende a migliorarsi, grazie al dialogo permanente che gli educatori hanno tra loro, che i docenti intessono con i loro alunni, e che gli stessi alunni sperimentano nei loro rapporti.

d) La sfida della società dell’apprendimento

Non va, però, dimenticato che l’apprendimento non avviene tutto nella scuola. Anzi, nel contesto attuale, fortemente caratterizzato dalla pervasività dei nuovi linguaggi tecnologici e dalle nuove opportunità di apprendimento informale, la scuola ha perso il suo antico primato formativo. La nostra epoca è stata definita l’epoca della conoscenza. Oggi si parla dell’economia del sapere. Da un lato viene richiesto ai giovani un livello di apprendimento e una capacità di apprendere sconosciuti in passato, dall’altro la scuola si confronta con una realtà nella quale le informazioni sono sempre più largamente disponibili, massicce e non controllabili. È necessaria una certa umiltà nel considerare quello che la scuola può fare, in un tempo come il nostro, nel quale le reti sociali stanno diventando sempre più importanti, le occasioni dell’apprendimento al di fuori della scuola sempre maggiori e più incisive. Dal momento che, già oggi, la scuola non è più l’unico ambiente di apprendimento per i giovani, e nemmeno il principale, e le comunità virtuali guadagnano una rilevanza molto significativa, si pone all’educazione scolastica una nuova sfida: quella di aiutare gli studenti a costruirsi gli strumenti critici indispensabili per non lasciarsi dominare dalla forza dei nuovi strumenti di comunicazione.

e) La sfida dell’educazione integrale

Educare è molto di più che istruire. Il fatto che l’Unione Europea, l’OCDE e la Banca Mondiale mettano l’accento sulla ragione strumentale e sulla competitività e che abbiano una concezione puramente funzionale dell’educazione, come se essa dovesse legittimarsi solo se al servizio dell’economia di mercato e del lavoro, tutto questo riduce fortemente il contenuto pedagogico di molti documenti internazionali, cosa che ritroviamo anche in numerosi testi dei ministeri dell’educazione. La scuola non dovrebbe cedere a questa logica tecnocratica ed economica, anche se si trova sotto la pressione di poteri esterni ed è esposta a tentativi di strumentalizzazione da parte del mercato, e tanto più questo vale per la scuola cattolica. Non si tratta in nessun caso di minimizzare le richieste dell’economia o la gravità della disoccupazione, ma di rispettare la persona degli studenti nella loro integralità, sviluppando una molteplicità di competenze che arricchiscono la persona umana, la creatività, l’immaginazione, la capacità di assumersi delle responsabilità, la capacità di amare il mondo, di coltivare la giustizia e la compassione.

La proposta dell’educazione integrale, in una società che cambia così rapidamente, esige una riflessione continua capace di rinnovarla e di renderla sempre più ricca di qualità. Si tratta, in ogni caso, di una presa di posizione chiara: l’educazione che la scuola cattolica promuove non ha per obiettivo la meritocrazia di una élite. Sebbene sia importante la ricerca della qualità e dell’eccellenza, non va mai dimenticato che gli alunni hanno bisogni specifici, spesso vivono situazioni difficili, e meritano una attenzione pedagogica che sia attenta alle loro esigenze. La scuola cattolica deve dunque inserirsi nel dibattito delle istanze mondiali sull’educazione inclusiva[7] e apportare, in questo ambito, la sua esperienza e la sua visione educativa.

C’è un numero crescente di alunni feriti nella loro infanzia. L’insuccesso scolastico aumenta e richiede una educazione preventiva, come anche una formazione specifica per gli insegnanti.

Oggi si chiede ai sistemi scolastici di promuovere lo sviluppo delle competenze, non solo di trasmettere conoscenze. Il paradigma della competenza, interpretata secondo una visione umanistica, va oltre l’acquisizione di specifiche conoscenze o abilità. Riguarda lo sviluppo di tutte le risorse personali dello studente e crea un legame significativo tra la scuola e la vita. È importante che l’educazione scolastica valorizzi non solo le competenze relative agli ambiti del sapere e del saper fare, ma anche quelli del vivere insieme agli altri e del crescere in umanità. Ci sono competenze quali, ad esempio, quella di tipo riflessivo, in cui si è autore responsabile dei propri atti, quella interculturale, deliberativa, della cittadinanza, che aumentano di importanza nel mondo globalizzato e ci riguardano direttamente, come pure le competenze in termini di coscienza, di pensiero critico, di azione creatrice e trasformatrice.

f) La sfida della carenza di mezzi e risorse

Le scuole non sovvenzionate dallo Stato conoscono difficoltà finanziarie crescenti per assicurare il servizio ai più poveri in un momento segnato da una profonda crisi economica e nel quale la scelta per le nuove tecnologie è inevitabile ma costosa. Tutte le scuole, sovvenzionate o no, devono fare fronte a una frattura sociale crescente in seguito alla crisi economica. È chiaro che si impone l’adozione di una pedagogia diversificata, che si indirizza a tutti. Ma questa scelta ha bisogno di risorse finanziarie, che la rendano realizzabile, e di risorse umane, costituite da insegnanti e dirigenti ben formati. In ogni caso non c’è dubbio che l’apertura missionaria alle nuove povertà vada non solo salvaguardata, ma ulteriormente stimolata.

Il “mestiere di insegnante” è una vocazione che dobbiamo incoraggiare. Gli insegnanti si vedono sollecitati da compiti sempre più numerosi. Alcuni paesi fanno fatica a trovare dei capi d’istituto. Per certe materie, è difficile trovare insegnanti: molti giovani scelgono un lavoro all’interno di un’impresa sperando di essere meglio remunerati. A ciò si aggiunge che i docenti non godono più dell’apprezzamento sociale e che i loro compiti sono appesantiti dai doveri amministrativi sempre più numerosi. Ciò conduce alcuni capi d’istituto a stimolare la disponibilità e il servizio volontario. Una delle sfide sarà quella di continuare a motivare e a incoraggiare i volontari nel loro dono incondizionato.

g) Sfide pastorali

Una parte crescente di giovani si distanzia dalla Chiesa istituzionale. L’ignoranza o l’analfabetismo religioso crescono. Un’educazione cattolica è una missione controcorrente. Come educare alla libertà di coscienza, prendendo posizione di fronte a un campo immenso di convinzioni e di valori di una società globalizzata?

Le scuole cattoliche di molti paesi mancano di orientamenti pastorali adeguati al clima multireligioso nel quale esse sono chiamate ad evangelizzare.

Per quanto riguarda gli educatori, ci troviamo di fronte al fatto che la “deculturazione” limita la loro conoscenza delle eredità culturali. Il facile accesso alle informazioni oggi largamente disponibili, non accompagnato da una consapevolezza critica nella loro selezione, sta favorendo una notevole superficialità sia tra gli studenti che tra molti docenti, un impoverimento non solo della ragione, ma della stessa capacità di immaginazione, di pensiero creativo.

Il numero di educatori e di insegnanti credenti diminuisce, ciò rende più rara la testimonianza. Come far nascere il legame con la persona di Cristo in questa nuova situazione scolastica?

In alcune Conferenze Episcopali l’insegnamento cattolico non è stato considerato tra le priorità pastorali. È quando la crisi raggiunge le parrocchie che esse riconoscono che la scuola cattolica è spesso l’unico punto dove i giovani incontrano dei messaggeri della Buona Novella. In molti casi, questa scuola è diventata una scuola aperta al pluralismo culturale e religioso, e in alcuni paesi, ormai mancano i sacerdoti, i religiosi e religiose. Si tratta di una situazione inedita, che chiede una presenza di laici impegnati, preparati, disponibili ad un impegno molto esigente. Questa consapevolezza ha portato, in molti casi, i laici cattolici ad organizzarsi tra di loro, ma spesso, accanto al loro impegno, si ritrova una diffidenza verso la Chiesa istituzionale, che si è disinteressata della scuola cattolica. Una delle grandi sfide sarà, pertanto, per alcune Conferenze Episcopali, ridefinire con urgenza i rapporti con i laici, nella prospettiva di un servizio all’annuncio del Vangelo. È urgente che i Vescovi riscoprano come, tra le modalità dell’evangelizzazione, un posto importante è quello della formazione religiosa delle nuove generazioni, e la scuola è uno strumento prezioso di questo servizio.

h) La sfida della formazione religiosa dei giovani

In alcuni paesi, i corsi di religione cattolica sono minacciati, rischiano di sparire dal corso di studi. Poiché tali corsi sono posti sotto la competenza dei Vescovi, c’è la grande urgenza di ricordare l’importanza di non trascurare tale insegnamento, che però va continuamente rinnovato.

Il corso di religione presuppone una conoscenza approfondita delle reali esigenze dei giovani, perché sarà questa conoscenza a rappresentare la base sulla quale costruire l’annuncio, anche se va conosciuta e rispettata la differenza tra il “sapere” ed il “credere”.

Poiché in molti paesi la popolazione delle scuole cattoliche è caratterizzata dalla molteplicità delle culture e delle credenze, la formazione religiosa nelle scuole deve partire dalla consapevolezza del pluralismo esistente e saper costantemente rendersi attuale. Il panorama è molto diversificato, e le modalità di presenza non possono essere le stesse. In alcune realtà il corso di religione potrà costituire lo spazio del primo annuncio; in altre situazioni, gli educatori offriranno esperienze d’interiorità, di preghiera, di preparazione ai sacramenti per gli studenti, e li inviteranno ad impegnarsi nei movimenti giovanili o in un servizio sociale accompagnato.

Davanti alle istanze internazionali che si occupano sempre più di temi religiosi, sarà importante che le Conferenze Episcopali sappiano formulare esse stesse delle proposte di corsi capaci di fornire una conoscenza e un apprendimento critico di tutte le religioni presenti nella nostra società. E che esse sappiano distinguere con chiarezza la specificità dei corsi di religione e di quelli di educazione alla cittadinanza responsabile. Altrimenti saranno i governi a fare le loro proposte, senza che ci sia il contributo della visione cristiana e cattolica nei curricula scolastici, in vista della formazione del cittadino libero, capace di essere solidale, compassionevole, responsabile verso la comprensione e gli interrogativi umani?

i) Le sfide specifiche per una società multireligiosa e multiculturale

Il multiculturalismo e la multireligiosità degli studenti che frequentano le scuole cattoliche, interpellano tutti i responsabili del servizio educativo. Quando l’identità delle scuole si indebolisce, emergono numerosi problemi, legati all’incapacità di interagire con questi nuovi fenomeni. La risposta non può essere quella di rifugiarsi nell’indifferenza, né di adottare una sorta di fondamentalismo cristiano, né, infine, quella di dichiarare la scuola cattolica come una scuola di valori ‘generici’.

Una delle sfide più importanti, dunque, sarà di favorire negli insegnanti una grande apertura culturale e, al tempo stesso, una altrettanto grande disponibilità alla testimonianza, così che sappiano lavorare consapevoli e attenti al contesto che caratterizza la scuola e, senza tiepidezze né integralismo, insegnare ciò che sanno e testimoniare ciò in cui credono. Affinché sappiano interpretare così la loro professione, è importante che vengano formati al dialogo tra la fede e cultura e al dialogo interreligioso. Non ci potrebbe essere vero dialogo se i professori stessi non fossero formati ed accompagnati nell’approfondimento della loro fede, delle loro convinzioni personali.

Una opportunità da non sottovalutare, per gli alunni che apprendono in contesti così pluralistici, è quella di promuovere la collaborazione degli studenti di diverse convinzioni religiose, in iniziative di servizio sociale. Non sarebbe desiderabile, almeno come condizione minima, che tutte le scuole cattoliche proponessero ai loro giovani studenti, l’esperienza di un servizio sociale, accompagnato dai loro professori o eventualmente dai loro genitori?

j) La sfida della formazione permanente degli insegnanti

In un contesto culturale di questo tipo, la formazione degli insegnanti è determinante e richiede un rigore e un approfondimento, senza i quali il loro insegnamento sarebbe considerato poco credibile, poco affidabile e pertanto non necessario. Tale formazione è urgente, se vogliamo poter contare, in avvenire, su insegnanti coinvolti e preoccupati dell’identità evangelica del Progetto Educativo e della sua attuazione. Non è, infatti, desiderabile che nelle scuole cattoliche vi sia “una doppia popolazione” di insegnanti; c’è, invece, bisogno che vi operi un corpo docente omogeneo, disponibile ad accettare e a condividere una definita identità evangelica, e un coerente stile di vita.

k) I luoghi e le risorse di questa formazione

Chi può garantire questo tipo di formazione? Si possono individuare alcuni luoghi dedicati a questo compito? Dove possiamo trovare i formatori per questo tipo di insegnanti?

Ecco alcuni possibili suggerimenti:

La struttura nazionale e il suo ufficio nazionale.

La struttura diocesana: i vicari o i direttori diocesani per l’insegnamento in collaborazione o in partenariato con istituti di formazione. Si dovrebbe riflettere bene sull’opportunità di raggruppare in un’unica struttura diocesana la formazione dei laici con incarichi ecclesiali e la formazione degli insegnanti di religione. Da un lato tale scelta risponde ad una politica di rafforzamento dell’identità, ma lascia aperto un interrogativo non semplice: come adattare una formazione di questo tipo alle esigenze presenti nel contesto di apprendimento scolastico? Non va dimenticato che gli insegnanti hanno una specifica dimensione professionale, con caratteristiche peculiari, delle quali la formazione dovrebbe tener conto.

Le congregazioni religiose.

Le università o gli istituti cattolici.

Le parrocchie, i decanati, o i monasteri come centri di ritiro e di accompagnamento spirituale degli educatori.

I network, la formazione a distanza.

l) Alcune sfide di ordine giuridico

C’ è una forte tendenza di alcuni governi a marginalizzare la scuola cattolica con tutta una serie di regole e leggi che a volte calpestano la libertà pedagogica delle scuole cattoliche. In alcuni casi i governi nascondono la loro avversità con il fatto che dispongono di risorse insufficienti. In queste situazioni l’esistenza delle scuole cattoliche non è garantita.

Un’altra minaccia, che potrebbe di nuovo emergere, è quella delle regole della non discriminazione. Sotto il cappello di una discutibile ‘laicità’ si nasconde l’avversione nei confronti di un’educazione dichiaratamente orientata ai valori religiosi, che va riportata alla sfera del ‘privato’. (…)

Da “EDUCARE OGGI E DOMANI.  UNA PASSIONE CHE SI RINNOVA” –  Instrumentum laboris – 2014