Archivio mensile:settembre 2014

La guerra è follia

Enzo Bianchi

Quanti avevano cercato di forzare le parole del papa, quando invocava con forza che venissero fermati l’aggressione e i massacri contro le minoranze in Iraq, per farne un implicito sostegno all’ammissibilità di una “guerra giusta” troveranno particolarmente dure le parole usate da papa Francesco al Sacrario di Redipuglia: “la guerra è una follia!”. Un grido che sgorga dal suo cuore e dalla sua fede, e che riprende con il vigore della parola proclamata quanto affermato da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris: nell’era atomica è “alieno dalla ragione”, folle pensare di ristabilire la giustizia attraverso la guerra. No, papa Francesco, nel commemorare i caduti nella prima guerra mondiale – e “dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale” – ripete con dolore che “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’”. Nessuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra guerra di difesa e guerra di conquista, tra guerra regolare e irregolare: “la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione!”.

Parole pronunciate alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre. Un rito, quello della commemorazione dei caduti di guerra, che ripetiamo costantemente, sempre rammaricandoci di quanto è successo, sempre ripetendo “mai più!”. Eppure un rito che compiamo nello stesso preciso momento in cui alimentiamo, giustifichiamo, sosteniamo nuove guerre. Anche i governi italiani – esecutivi di uno stato che nella sua Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – non cessano di commemorare le vittime di guerra mentre stipulano contratti per nuovi armamenti di offesa e non di difesa, mentre attuano riduzioni di spesa abnormi in settori come la sanità e l’educazione pubblica e danno solo qualche minima sforbiciata d’immagine alle spese militari…

Anche a noi, allora, si indirizza il grido accorato del papa che si scaglia contro “l’impulso distorto” che ci fa dire “A me che importa?”. Questo atto di accusa e questo invito al ravvedimento è dunque rivolto a ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non vogliamo essere “custodi del fratello”, ma nel nostro egoismo ripetiamo “A me che importa?”. Ma dietro a eventi globalmente devastanti come la guerra non c’è solo l’indifferentismo individuale, la cultura del disinteresse per l’altro, c’è ben di più e non sono solo le “ideologie” che forniscono una “giustificazione”. E il papa non esita a chiamare per nome questa “passione” guerrafondaia: “dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?’”.

Fa un certo effetto vedere l’industria degli armamenti e il relativo commercio – che siamo soliti considerare come un importante elemento di crescita del PIL, di garanzia di posti di lavoro, di sollievo alla bilancia dei pagamenti… – assimilati ai “pianificatori del terrore” o agli “organizzatori dello scontro”. Eppure, se non fossero abbastanza chiare queste parole, papa Francesco ne aggiunge altre: “gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere”. Il contesto storico del secolo scorso aveva portato i papi a denunciare la “inutile strage” e a cercare di fermare il demone della guerra rivolgendosi innanzitutto ai governanti che detengono il potere politico di assumere decisioni a nome degli stati e quindi di obbligare legalmente milioni di semplici cittadini a combattere e a uccidere non solo soldati nemici ma anche civili, “vecchi, bambini, mamme, papà”, quanto “Dio ha creato di più bello: l’essere umano”.

Oggi, che la terza guerra mondiale non è decisa dalle cancellerie ma scorre come fiume carsico in numerosi rivoli di eserciti irregolari o di bande armate, l’appello accorato del papa si rivolge a quanti possiedono i bacini di alimentazione di questi torrenti di “guerra a pezzi”: i produttori e i commercianti di armi, siano essi privati o istituzionali. Sta a loro decidere se disarmare o meno i belligeranti, sta al potere economico e finanziario – che è intrecciato con quello politico, ma ha anche una sua autonomia – decidere se trasformare il flusso di munizioni che è flusso di morte in un flusso di aiuti e in una corrente di vita, tocca anche a loro – e con ben più gravi ricadute – la faticosa scelta quotidiana che ciascuno di noi è chiamato a compiere tra la corruzione e l’onestà, tra la morte e la vita.
Le parole del papa, che non ha mai nominato la religione come fattore di giustificazione della “cupidigia, dell’intolleranza, dell’ambizione al potere” proprie della guerra, sono anche un monito a reagire alle minacce contro l’Europa e i cristiani lanciate in queste ore dall’ISIS in modo tale da disinnescare qualsiasi connessione tra fede religiosa e violenza disumana: come vanno ripetendo assieme al papa tutte le più alte figure religiose mondiali, “non si può uccidere nel nome di Dio”.

Sì, pochi minuti di un’omelia durante una celebrazione in memoria dei caduti di tutte le guerre possono costituire l’innesco per un cambiamento epocale: quella conversione del cuore – moto umano prima ancora che cristiano – che ci conduce a “passare da ‘A me che importa’ al pianto”. Davvero, come ha concluso papa Francesco “l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto che è sì di dolore, è sì di pietà, ma è anche il pianto di rabbia del povero che vede calpestati i suoi diritti, a cominciare dal più importante, quello alla vita nella pace e nella giustizia.

Dal multiculturalismo al transculturalismo

Marc Augé

«Il futuro non sarà del multiculturalismo, ossia della coesistenza pigra di universi chiusi gli uni gli altri, bensì del transculturalismo, dell’attraversamento individuale delle culture». La questione della natura umana è legata a quella della coppia natura/cultura. Infatti se l’unica realtà osservabile è quella delle culture l’idea di natura umana è superflua. I casi sono due: o la diversità delle culture è inappellabile, insuperabile, e non cela alcun universale; oppure le culture sono, intellettualmente, logicamente, trasformazioni le une delle altre, e allora bisogna studiare i sistemi di trasformazione che, su piani diversi (parentela, alleanza matrimoniale, miti…), consentono di passare da una all’altra, da un sistema culturale all’altro. In un certo senso, l’unica natura umana è la cultura, se con questo termine s’intende non una cultura in particolare bensì la capacità umana di distribuire, dapprima in maniera arbitraria, significante simbolico sull’universo; tale distribuzione, per Lévi-Strauss, è concomitante alla comparsa del linguaggio. Se alcuni autori (Althusser, poi Foucault) sono giunti a concluderne l’inutilità del concetto di umanesimo, non è però questa la posizione del padre dello strutturalismo antropologico, Lévi-Strauss, che in Antropologia strutturale 2 ritiene anzi che l’etnologia arricchisca la tradizione umanista democratizzandola perché aggiunge al patrimonio culturale dell’umanità le ricchezze delle società più modeste e ignorate del pianeta. Questa differenza deriva forse dal fatto che Lévi-Strauss non ha mai rinunciato a considerare la dimensione individuale nel suo apprendimento, o quanto meno nella sua definizione, dei fatti sociali: «Non possiamo mai essere sicuri di aver raggiunto il senso e la funzione di un’istituzione se non siamo in grado di rivivere la sua incidenza su una coscienza individuale». Con questo LéviStrauss intende indicare una tensione tra individuo e cultura che è indissociabile dalla nozione stessa di cultura. Di chi parliamo quando pretendiamo di privilegiare lo studio delle relazioni? Parliamo di tre uomini o di tre dimensioni dell’umano: l’uomo individuale (voi, me, sei mi liardi di mondi interiori irriducibili gli uni agli altri); l’uomo culturale (quello che condivide con altri un certo numero di riferimenti che compongono un insieme distinto da altri insiemi, ai quali insiemi la prima etnologia ha dato spesso un nome etnico; osserviamo tra parentesi che la distinzione dei generi maschile e femminile e le loro definizioni in termini sociali derivano dall’evidenza di questa dimensione culturale); infine, l’uomo generico (quello che, nel corso dei secoli e dei millenni, ha inventato tecniche nuove, quello che ha camminato sulla luna, colui la cui esistenza può essere simboleggiata da un nome proprio e singolare ma al quale ognuno di noi si sente in diritto di richiamarsi). Negli anni Cinquanta e Sessanta alcuni autori hanno fatto avanzare notevolmente la riflessione sulla nozione di cultura concependola come un sistema di coercizione intellettuale, a partire da una duplice constatazione. Prima constatazione: l’individuo sperimenta la propria identità solo dentro e attraverso la relazione con altri. Seconda constatazione: le regole di costruzione di tale relazione gli preesistono sempre. Nel 1950, nell’Introduzione all’opera di Marcel Mauss, Lévi-Strauss ha scritto che ad alienarsi era colui che, a dirla tutta, chiamavamo sano di mente, poiché acconsentiva a esistere in un mondo definibile solo attraverso la relazione tra me e altri. Tale consenso è condizione necessaria a ogni sanità mentale, e sarebbe letteralmente insensato chi volesse sottrarvisi. Pertanto l’uomo sano di mente è necessariamente alienato nel sistema che dà senso agli eventi della sua vita di individuo. Allora il senso di cui parliamo, il senso sociale, non è un senso metafisico e trascendente, ma è la stessa relazione sociale in quanto rappresentata e istituita. La chiusura di alcune culture è totale quando esse pretendono di incarnare il tutto dell’umanità, l’uomo generico. È stato osservato che il nome che si erano dati alcuni gruppi umani significava semplicemente “gli uomini”. Certo, una totale chiusura del sistema è concretamente e storicamente impensabile quanto una totale apertura. Diciamo che in ogni società esiste una tensione tra il senso, inteso come l’insieme delle relazioni pensabili, e la libertà, definita come lo spazio lasciato all’iniziativa individuale. L’antropologia, a mio parere, ha come oggetto di studio esattamente la tensione tra senso e libertà in tutti i contesti in cui essa si esprime. Tale tensione non riguarda solo le società tradizionalmente studiate dall’etnologia. Essa opera in tutti i sistemi politici e in tutti i grandi sistemi religiosi. In tutti i casi, di fronte ai processi di emancipazione dell’individuo, l’insidia della chiusura è duplice: essa consiste nel pensare la cultura, ogni cultura, come natura e l’individuo come essenzialmente culturale. La riflessione sulla natura umana e sulla cultura non è mai stata tanto attuale quanto oggi. Non c’è democrazia senza libertà individuale e questa è minacciata sia dall’assegnazione dell’individuo umano a una natura pensata come destino sia dalla sua reclusione in una cultura intesa come natura. Dunque il futuro appartiene non al multiculturalismo, ossia alla coesistenza pigra di universi chiusi gli uni gli altri e che recludono ciascuno i propri membri, bensì al transculturalismo, l’attraversamento individuale delle culture, frutto dell’educazione e della libertà. Come dire che la storia non è finita.