Archivio mensile:maggio 2014

L’Europa del (solo) desiderio è fallita

Luciano Violante

La ragione di fondo della crisi dell’idea stessa di Europa è che il nostro continente non riesce a sentire sé stesso come comunità. Ha smarrito il senso dello stare insieme, il vincolo unificatore che è il presupposto della libertà e che conferisce alle libertà una direzione, un senso di marcia. Paradossalmente il Muro di Berlino e la competizione con l’avversario sovietico ci imponevano di misurarci sui valori, sulla solidarietà, sui vincoli che ci facevano sentire il dovere di costruire una società migliore. Lo schianto di quell’avversario ci ha liberati dalla necessità della vita buona, dalla consapevolezza dei limiti dei nostri desideri. Non competiamo più per la libertà da, ma per la libertà di. È prevalsa una sorta di “corsa ai diritti senza doveri” che non ha effetti emancipatori, alimenta conflitti e finisce col dipendere dai rapporti di forza.

La politica dei diritti senza doveri fallisce come politica democratica perché contribuisce a creare una società il cui progetto globale sfugge ai cittadini. Amplia certamente le prerogative dell’individuo nella società. Ma paradossalmente, all’ampliamento delle prerogative individuali corrisponde l’aumento dei conflitti; alla fine sfugge la coerenza complessiva di questo insieme di individui privi di vincoli reciproci, in perenne lotta per i propri diritti. La società diventa inintelligibile. I diritti cessano di essere modalità di progresso civile; diventano armi che cittadini isolati gli uni dagli altri agitano contro altri cittadini in nome del proprio interesse o del proprio desiderio. L’impero dei diritti senza doveri trascina con sé processi di giuridificazione della vita frutto dell’aspettativa che un ordine giuridico risolva le contraddizioni dell’esistenza liberandoci dalla fatica di individuare i fondamenti della vita stessa. In questa tensione tra il desiderio e il diritto trasferiamo il potere di scelta alla tecnocrazia dei giuristi e ciascuno perde il valore dell’altro, concepito non più come un bene ma come una minaccia per le proprie attese.

Don Luigi Giussani aveva parlato dell’essere collettivamente soli nella società contemporanea. Questa solitudine deriva dall’assenza o dal rifiuto di legami capaci di limitare e di mettere in relazione gli uni con gli altri in nome della dignità umana e di un destino comune. Lo sgretolamento dei vincoli che permettono a una comunità di essere tale è dipesa da una progressiva neutralizzazione del politico a favore del primato dell’economico. Le conseguenze sono state due. I diritti sono stati trattati come se fossero beni materiali, cumulando gli uni agli altri, dimenticando la lezione di Ratzinger, secondo la quale nell’ambito delle scelte etiche non c’è possibilità di addizione, di accumulo, perché la libertà è sempre nuova e deve sempre farsi carico delle proprie scelte. La logica economica, inoltre, ha assunto funzioni di guida in molti ambiti prima regolati politicamente o sulla base di convenzioni.

Nella vita privata prende sempre più piede un agire orientato al successo, al profitto e al desiderio incurante delle conseguenze di ciascuna scelta sulle relazioni umane e sui destini della comunità. La convenienza economica diventa la misura di tutte le cose; un’Europa disumanizzata è destinata a spezzarsi in mille frammenti.
La messa a fuoco di questo tema aiuta a capire la grande difficoltà dell’Europa dei nostri giorni e il senso stesso del conflitto che l’attraversa, tra chi la considera uno spazio puramente economico e chi invece la vorrebbe come comunità umana. Bisogna rispondere a una domanda semplice: che cosa vuol dire essere europei oggi? Meglio: come si fa a recuperare all’Europa una dimensione di libertà fondata sulla responsabilità, sull’appartenenza a un destino comune, sull’equilibrio tra diritti e doveri? È in gioco la capacità di costruire relazioni, di parlare con l’altro, di riconoscere la sua dignità, di superare la pura dimensione economica. Perciò è giusto parlare di una riumanizzazione dell’Europa e della sua cultura come obbiettivo di coloro che si misurano senza arroganza attorno al tema della verità.

Il Sussidiario 24 maggio 2014

Non lasciamoci rubare l’amore per la scuola

Papa Francesco

Cari amici buonasera!
Prima di tutto vi ringrazio, perché avete realizzato una cosa proprio bella! Sì, questo incontro è molto buono: un grande incontro della scuola italiana, tutta la scuola: piccoli e grandi; insegnanti, personale non docente, alunni e genitori; statale e non statale… Ringrazio il Cardinale Bagnasco, il Ministro Giannini, e tutti quanti hanno collaborato; e queste testimonianze, veramente belle, importanti. Ho sentito tante cose belle, che mi hanno fatto bene! Si vede che questa manifestazione non è “contro”, è “per”! Non è un lamento, è una festa! Una festa per la scuola. Sappiamo bene che ci sono problemi e cose che non vanno, lo sappiamo. Ma voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo. Nella Diocesi di Buenos Aires incontravo spesso il mondo della scuola, e oggi vi ringrazio per aver preparato questo incontro, che però non è di Roma ma di tutta l’Italia. Per questo vi ringrazio tanto. Grazie! Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla.
Questo è il primo motivo perché io amo la scuola. Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo lo è, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato a imparare, – è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani. E sapete cosa vi dico? Che Gli insegnanti sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà – ho sentito le testimonianze dei vostri insegnanti; mi ha fatto piacere sentirli tanto aperti alla realtà – con la mente sempre aperta a imparare! Sì, Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”, che cercano un “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è uno dei motivi perché io il primo motivo per cui amo la scuola.
Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola – l’abbiamo sentito tutti oggi – non è un parcheggio. E’ un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie, eccetera. E’ un luogo di incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E questo è fondamentale proprio nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello che dice: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Vi piace questo proverbio africano? Vi piace? Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio! Insieme! Per educare un figlio ci vuole un villaggio! E pensate a questo.
E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E nell’educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E’ sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, e ci apre alla pienezza della vita!
E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo conoscenze, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori. Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori. E questo è molto importante. Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme! Grazie ancora agli organizzatori di questa giornata e a tutti voi che siete venuti. E per favore… per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola! Grazie!

            Roma, Piazza San Pietro, 10 maggio 2014