Archivio mensile:aprile 2014

L’UTOPIA DELL’EDUCAZIONE

Francesco Macrì, Presidente Fidae

Poiché la scuola è per definizione finalizzata all’educazione, non può essere rispetto ad essa né neutrale, né indifferente. Deve perciò avere necessariamente un suo specifico e definito progetto culturale e pedagogico in cui si proponga (non si imponga) un positivo modello di uomo e di società; deve presentarsi come lucida profezia di valori in un mondo sonnolento e impigrito dalla opulenza e dal consumismo; deve saper promuovere la libertà, la responsabilità, la solidarietà, la democrazia. Deve, cioè, essere una scuola della persona e per la persona, un scuola per un mondo nuovo, più umano, più vivibile.

Le trasformazioni che stiamo vivendo, così rapide e sconvolgenti; le tensioni sociali e i conflitti armati che ogni giorno mietono abbondanti le loro vittime; le tecnologie, sempre più potenti, più pervasive, meno controllabili che l’umanità si trova a disposizione; il degrado ambientale, il saccheggio e lo sperpero delle risorse naturali; i processi inarrestabili della interdipendenza delle nazioni; la globalizzazione dei mercati e della finanza; la caduta delle ideologie e dei valori tradizionali; la crisi della famiglia; la frammentazione del tessuto sociale; la devianza giovanile e la criminalità organizzata; l’avvento delle società multietniche, multirazziali, multireligiose; le manipolazioni genetiche, ecc., ci avvertono che il pianeta Terra “avrà un futuro solo se verrà riconosciuta la centralità della persona umana e se ci saranno uomini, capaci di guidare la vita personale e collettiva nella direzione dello sviluppo pieno e solidale. Si tratta di pensare appunto alla formazione di una umanità nuova. Si tratta di capire che il futuro è legato alla scelta della qualità dell’istruzione e dell’educazione. Nessuno nega l’urgenza e la necessità di profonde riforme strutturali delle nostre società, ma bisogna essere pienamente convinti che anche il meccanismo più sofisticato e più funzionale può incepparsi e degenerare, se non viene usato da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta tensione morale e con una forte passione per l’uomo e i suoi destini (cf. CEI, Per la scuola, 1995, n.2).

L’istruzione e l’educazione, oggi, sono, come ha saggiamente scritto J. Delors nel famoso libro bianco dell’UNESCO del 1966 “Nell’educazione un tesoro”, l’utopia necessaria per imparare a vivere nel villaggio globale, per creare un mondo migliore nella direzione di uno sviluppo sostenibile, di una reciproca comprensione tra i popoli e un rinnovamento della democrazia e per superare alcune forti tensioni, esistenti tra il globale e il locale, l’universale e l’individuale, la tradizione e la modernità, il bisogno di competizione e la preoccupazione della solidarietà, l’espansione straordinaria delle conoscenze e la capacità di assimilarle, i valori trascendenti e quelli materiali. Un’educazione che per essere idonea ad assolvere questi compiti, prosegue Delors, deve basarsi su quattro pilastri: “imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme, imparare ad essere”.

La vastità e complessità di questi compiti presuppone che la tematica educativa assuma un posto centrale nella vita e nelle scelte degli individui e della società civile e politica e che la scuola, che è “lo spazio comunitario più organico ed intenzionale” del fare educazione (CEI, op. cit., n.2) ritorni ad essere riconsiderata da tutti, al di là di ogni differenza politica ed ideologica, come la risorsa strategica del futuro di un Paese, sulla quale è necessario investire massicciamente in risorse, ricerca, innovazione, sperimentazione.

Questo lo sanno bene anche i giovani che di fronte alla crisi generale delle istituzioni, prima fra tutte la famiglia, alla mancanza di punti di riferimento sicuri e credibili, non mancano di affermare e reclamare, ogni volta che ne hanno l’opportunità, che almeno la scuola sia per loro un luogo significativo e credibile di comunicazione, di ascolto, di accoglienza, di orientamento; che di fronte alle grandi questioni che si impongono alla loro intelligenza, che di fronte al senso di smarrimento che li sovrasta nello scandagliare il loro futuro dai colori indecifrabili, hanno il diritto di poter trovare nella scuola un ambiente in cui sia possibile affrontare seriamente e sistematicamente una riflessione critica sui grandi perché dell’esistenza. Pretendono insomma che essa sia capace di offrire loro un bagaglio di conoscenze sufficienti per affrontare con accettabile sicurezza la vita professionale, ma soprattutto che sia un centro di elaborazione e creazione di vera ed autentica cultura, di promozione integrale della loro personalità, di effettivo apprendimento ad essere pienamente uomini e pienamente cittadini.

I giovani intuitivamente percepiscono, cioè, quello che Giovanni Paolo II ebbe a pronunciare in quel famoso discorso all’UNESCO nel lontano 1980: “L’uomo… è l’unico soggetto ontico della cultura, ma è anche il suo oggetto e il suo termine. La cultura è ciò per cui l’uomo, in quanto uomo, diventa più uomo, è di più, accede di più all’essere. E’ qui, anche, che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l’uomo è e ciò che egli ha, fra l’essere e l’avere. La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo, mentre la sua relazione a ciò che egli ha, al suo avere, è non soltanto secondario, ma del tutto relativo. Tutto l’avere dell’uomo non è importante per la cultura, non è un fattore creatore della cultura se non nella misura in cui l’uomo con la mediazione del suo avere, può nello stesso tempo essere più pienamente come uomo, in tutte le dimensioni della sua esistenza, in tutto ciò che caratterizza la sua umanità”. Da tutto ciò deriva, prosegue ancora il Papa nel medesimo discorso, che il compito primario ed essenziale della cultura…è l’educazione. Ma purtroppo nel mondo “è avvenuto uno spostamento unilaterale verso l’istruzione nel senso stretto della parola che ha messo sempre più l’uomo nell’ombra perché in funzione non del suo essere, ma del suo potere e avere… Spostamento questo che trascina con sé una vera alienazione dell’educazione: invece di operare in favore di quello che l’uomo deve essere, essa lavora unicamente in favore di ciò di cui l’uomo può servirsi nell’ambito dell’avere, del possesso”.

Farsi carico di questi impegni educativi è dovere di ogni scuola e con enorme soddisfazione si prende atto che in questa direzione si stanno dirigendo le riforme dei sistemi scolastici dei Paesi europei, compresa la cosiddetta “Riforma Moratti”; ma è un dovere più grande ed urgente per quella scuola che pretende di qualificarsi come “cattolica” in quanto un tratto irrinunciabile, costitutivo del suo profilo culturale, pedagogico, organizzativo è il suo riferimento esplicito, ricercato e praticato a Cristo, considerato via verità vita, modello archetipo della perfezione umana, orizzonte di una particolare visione antropologica, radicata nell’oggi della storia, ma aperta alla trascendenza e all’assoluto.

.Con parole più semplici si può dire che la ragion d’essere della scuola cattolica, la giustificazione della sua esistenza ed azione è quella di “formare alunni ad un corretto uso della ragione e all’ascolto della Parola della Rivelazione, ossia alla percezione di come Dio intenda intervenire per illuminare ed elevare ogni esperienza umana; è tradurre quelle che sono le antiche e sempre nuove parole della tradizione cristiana: fede. solidarietà, impegno per la giustizia e la pace, legge morale, nella speranza che razionalità e fede abbiano a fare sintesi sapienziale e di grande incidenza morale” G. Paolo II, 1991).

Nella molteplicità confusa e contraddittoria dei messaggi che si affollano sulla mente di ognuno di noi, in un mondo frastornante nel quale è difficile se non impossibile orientarsi e trovare qualche criterio di selezione ed ordine che cauteli da pericolose forme di scetticismo e di relativismo, la scuola cattolica fa suo l’impegno di offrire un sapere per la vita e questo in due direzioni: la prima nell’offerta di strumenti che permettano di interpretare ed organizzare criticamente i molteplici messaggi ricevuti predisponendo percorsi di conoscenza e di valutazione dei linguaggi e dei quadri valoriali di riferimento; la seconda nella paziente introduzione nel mondo dei significati umani che sono stati intuiti, comunicati e custoditi nella letteratura e nell’arte, nella ricerca scientifica e filosofica, nell’esperienza spirituale e religiosa. Tutto questo perseguito all’interno di una istituzione, organizzata come comunità di soggetti (studenti, docenti, genitori) che con ruoli, funzioni, responsabilità diverse, ma con un unico e condiviso progetto educativo, si propongono di concorrere (correre insieme) verso un obiettivo comune: la promozione della persona di ciascuno.

Dentro questo contesto di obiettivi-valori che caratterizza la scuola cattolica e con questa modalità organizzativa comunitaria che non li fa sentire marginali o semplici oggetti di manipolazione, i giovani possono trarre in piena autonomia criteri per una valutazione sapienziale e morale delle loro esperienze quotidiane, possono crescere nell’esercizio della loro libertà e responsabilità, possono assumere un sapere per la vita che li aiuterà a districarsi nelle difficoltà che anche a loro il futuro riserba, possono accrescere la dimensione della loro fede o, comunque, ad interrogarsi su di essa.

In altri termini, la scuola cattolica tende a sviluppare una educazione che faccia sintesi tra fede e cultura, tra fede e vita, ad offrire un progetto culturale cristianamente ispirato, a svolgere una funzione di profezia in un mondo dominato da un pensiero debole. Il suo servizio non è riservato a pochi eletti e privilegiati, ma a tutti senza distinzione di appartenenza sociale, religiosa, etnica, culturale. E’ una scuola aperta in particolare a coloro che versano in difficoltà. Perciò non è e non vuole assolutamente essere una scuola elitaria, ma popolare. Non si pone contro o in alternativa alla cosiddetta scuola statale, ma insieme ad essa e, dove è possibile, in collaborazione con essa, persegue l’obiettivo di offrire un servizio, il migliore possibile, ai giovani, alle loro famiglie, all’intero Paese. Per far questo non chiede privilegi, ma non accetta neanche discriminazioni in quanto in gioco ci sono i diritti umanamente e costituzionalmente inviolabili della libera scelta educativa delle famiglie.

La sua gloriosa e secolare storia, la sua alta e apprezzata tradizione pedagogica, la sua esperienza internazionale sono una immensa risorsa a disposizione di tutti coloro che lo desiderano e, perciò, come ebbe a dire nel 1991 Giovanni Paolo II, essa è “un dono alla Chiesa e alla società”.