Archivio mensile:marzo 2014

Educare i giovani a vivere in un mondo plurale

Francesco Macri, Intervista di Annamaria Burzynska

Il villaggio globale nel quale sono chiamati a vivere i giovani di oggi presenta molti aspetti problematici. Uno di questi é il forte e pervasivo “pluralismo” culturale, etnico, religioso, comportamentale. Qual è il compito della scuola?

La modernità porta con sé molte opportunità di crescita umana, di sviluppo economico, di progresso scientifico, ma anche molte difficoltà, resistenze, contraddizioni, sfide.

Una di queste é il pluralismo. Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i grandi processi di immigrazione di massa, i flussi dei mercati globali scavalcano da ogni parte gli ambiti ristretti delle nostre tradizioni locali, delle nostre abitudini ed esperienze personali e ci proiettano in un circuito di dimensioni mondiali dove è facile smarrire se stessi, i propri valori, come pure è facile che si scatenino meccanismi di autodifesa della propria identità così eccessivi da tramutarsi in intolleranza, aggressività, violenza. Nasce, quindi, da qui la forte esigenza di educare i giovani all’accettazione della diversità, all’interculturalità, alla capacità di dialogo.

E’ naturale perciò che la scuola venga chiamata in causa perché può offrire un contributo originale ed insostituibile alla formazione dei ‘nuovi’ cittadini, che siano capaci non solo di “convivere” nella diversità in atteggiamento rassegnato e passivo come di fronte ad un evento inevitabile, ma di costruire attivamente insieme a tutti gli altri un mondo migliore.

Non essendoci una sola modalità per affrontare il problema, quale approccio privilegia la scuola cattolica?

In estrema sintesi potrei rispondere dicendo: il dialogo. Il dialogo è la strada da privilegiare quando il suo scopo è la ricerca di ciò che favorisce lo sviluppo integrale della persona. La via del dialogo rappresenta la migliore modalità per affrontare il pluralismo con le sue problematicità e trasformarle in vere risorse per lo sviluppo di una civiltà, umanamente più ricca, in quanto ogni cultura ha un carico di valori positivi che in quanto tali non vanno respinti o negati. Altri approcci si rivelano inadeguati o sbagliati.

E’ inadeguato, infatti, l’approccio relativista, che si limita al riconoscimento delle differenze, alla semplice tolleranza delle diversità, ad un atteggiamento di indifferenza ed indisponibilità a farsi provocare dalle idee, valori, bisogni degli altri e a promuovere la ricerca di una comprensione reciproca.

E’ inadeguato pure l’approccio assimilazionista, per certi aspetti opposto al precedente. In questo caso, al posto dell’indifferenza, c’è l’interesse ad assimilare, assorbire l’altro alla propria cultura, accettandolo in forma condizionata solo, cioè, se aderisce ai propri valori, ai propri modi di vivere. L’altro viene riconosciuto a condizione che smetta di essere “altro”, cioè rinunci alla sua identità.

Pertanto la strada del dialogo interculturale appare l’unica praticabile e quella umanamente più fruttuosa. Il dialogo sottende attenzione per l’altro, non indifferenza; disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro, non a strumentalizzarlo.

In una visione cristiana del mondo su quali fondamenti teologici, antropologici, pedagogici poggia questo dialogo interculturale?

 La dimensione interculturale fa parte del patrimonio del cristianesimo, si manifesta nella storia come dialogo con il mondo, nella prospettiva non solo di riconoscere e valorizzare le differenze, ma di contribuire alla costruzione di una civiltà fondata sull’amore, un tema, quest’ultimo, assai ricorrente nella dottrina sociale della Chiesa e rispetto al quale non sempre i cattolici hanno prestato la dovuta attenzione.

Sul piano teologico il richiamo è alla natura “trinitaria” di Dio, un Dio cioè non solitario ma comunione di tre Persone e in dialogo con l’umanità, e all’originaria “missionarietà” della Chiesa, inviata a parlare a tutti gli uomini di ogni continente e di ogni razza e religione. Ognuno di noi senza distinzione appartiene all’unica famiglia umana e questa base comune fonda la possibilità di comunicare reciprocamente.

Sul piano antropologico si constata come le culture vivano e si trasformino attraverso l’incontro con le altre culture. Più del passato, oggi, con la globalizzazione, è forte la percezione dell’interdipendenza che lega gli uni agli altri. Il fondamento antropologico dell’intercultura è dato dal riconoscimento della natura relazionale della persona umana, che non può vivere e realizzarsi senza gli altri. Gli altri non sono il nostro “inferno” come erroneamente affermava Sartre, ma la nostra “possibilità” ad essere molto di più di quello che siamo.

Sul piano pedagogico, la relazionalità diventa «paradigma pedagogico fondamentale di ogni azione di promozione, mezzo e fine per lo sviluppo dell’identità stessa della persona.

Papa Francesco nella sua predicazione, in maniera ricorrente ed insistita, richiama continuamente all’urgenza di mettersi in dialogo, in ascolto degli altri, di uscire da se stessi per vivere una dimensione di comunione con tutti senza tentativi di prevaricazione e neanche pretese di superiorità perché la comune appartenenza all’umanità e alla famiglia di Dio ci lega tutti come fratelli e sorelle in un comune superiore destino, Le “periferie” di cui lui parla non sono solamente quelle urbane; il termine ha una valenza molto e molto più ampia sino ad estendersi ed includere tutti gli esseri umani, tutti gli altri differenti da me.

Ma quale ruolo svolge l’educazione in questo processo di dialogo interculturale?

  Sebbene la dimensione interculturale appartenga alla persona e contribuisce al suo pieno sviluppo, non è però scontata, non è un dono naturale che si eredita come corredo genetico e si possiede senza una libera decisione e un personale impegno. C’è bisogno, quindi, di un’educazione che accompagni la persona ad alimentare tale dimensione lungo il corso della sua vita iniziando dalla sua infanzia. L’intera comunità umana, nella molteplicità dei soggetti e delle istituzioni che la costituiscono, è chiamata a sviluppare una “pedagogia di comunione”, che si manifesta attraverso la testimonianza e la credibilità degli educatori, impegnati nel dialogo con i giovani. In questa opera educativa grande e specifica è la responsabilità della scuola. Lo è perché, più che altrove, è nella scuola che gli studenti incontrano, nella concretezza delle relazioni interpersonali, le altre culture. Lo è perché la scuola ha il compito di contribuire alla formazione dell’identità attraverso la trasmissione del patrimonio culturale della comunità di appartenenza, ma ha anche la responsabilità di fornire gli strumenti per conoscere e apprezzare le altre culture, di andare alla ricerca dei valori comuni.

Le scuole cattoliche, di cui lei è presidente nazionale, apportano un loro contributo specifico alla soluzione di questo problema? Hanno una loro parola significativa da pronunciare?

Anche le scuole cattoliche, come tutte le altre scuole, operano in un contesto socio-culturale dominato dall’individualismo, dalla competizione, dall’intolleranza. Sono chiamate pertanto ad avere un progetto educativo ed un curricolo didattico coerenti con i valori ai quali si ispirano, che sono valori di libertà e di rispetto della dignità umana. Devono essere comunità professionali altamente educative, luoghi dove l’apprendimento si sviluppi in un clima di dialogo, di partecipazione, di rispetto, di collaborazione, e dove anche le famiglie degli alunni siano coinvolte e corresponsabilizzate. La loro proposta educativa, che nasce dal riferimento al Vangelo, chiede di risignificare tutti gli ambiti dell’esperienza scolastica, dalle relazioni tra le persone, all’organizzazione della scuola, ai contenuti dell’insegnamento. Il progetto educativo di una scuola cattolica deve prevedere che cultura, fede e vita s’incontrino e si fondano armonicamente tra loro, così che gli studenti possano compiere un’esperienza formativa qualificata, alimentata dalla ricerca scientifica nelle diverse articolazioni del sapere e, al tempo stesso, resa “sapienziale” dalla luce del Vangelo.

Il suo curricolo formativo deve intrecciare lo studio con l’incontro di testimonianze autorevoli, ripensare la propria organizzazione interna alla luce dei valori della comunità, creare ponti con la realtà sociale e culturale di appartenenza, cogliere nella composizione multiculturale delle classi una grande occasione per ripensare i contenuti dell’insegnamento, sapersi misurare con i grandi problemi del nostro tempo senza eludere la drammaticità di molte situazioni (ineguaglianza economica e sociale, povertà, ingiustizia, negazione dei diritti e della libertà. Deve, in sintesi, aiutare i giovani a conoscere la realtà nella sua complessità e contraddizioni, ma anche a prendere posizione, cominciando da se stessi, per modificarla in meglio.

Per quanto riguarda la promozione e lo sviluppo della competenza interculturale la scuola cattolica deve muoversi contestualmente in due direzioni: la costruzione della “comunità educante” nella quale i molti soggetti (docenti, allievi, genitori) che la costituiscono pur diversi per età, ruoli, competenze, responsabilità operano insieme verso un comune e condiviso obiettivo educativo; la prospettiva di una didattica finalizzata al superamento della frammentazione culturale e disciplinare per promuovere l’unità tra i saperi in una prospettiva che abbia un senso ed un significato per la vita di ciascuno. Agli insegnanti, membri di una scuola che diventa di giorno in giorno sempre più multiculturale, spetta il compito di porre in relazione esperienze e visioni diverse, di mediare, di ricomporre, di valorizzare, di dedicarsi alla cura della costruzione di una comunità nella quale si diffonda la «cultura dell’incontro”, del reciproco riconoscimento fra le diverse culture, della collaborazione, del dialogo,

Nel caso questa educazione al dialogo interculturale di cui si è parlato dovesse fallire il suo obiettivo, quale scenario si andrebbe ad aprire nelle nostre società?

La risposta è semplicissima sebbene drammatica. Non manca giorno che i quotidiani e le televisioni sottopongono all’attenzione dell’opinione pubblica avvenimenti terribilmente drammatici: intere società ed aree geografiche che esplodono, si frantumano portando con sé saccheggi, disperazione, morti, distruzione. La spiegazione di fondo è che è venuto meno il dialogo, il confronto dialettico, la ricerca di una soluzione comune, il riconoscimento della controparte come portatrice di interessi legittimi. Ma non sono solo queste situazioni estreme che dovrebbero portarci ad assumere il dialogo come metodo di vita e di comportamento. Gli esempi si sprecano ovunque e in mille forme: la perenne conflittualità politica e sociale che frena ogni progresso e sviluppo economico, l’incomunicabilità tra le generazioni che tende a garantire sempre di più a danno degli altri coloro che hanno raggiunto posizioni di privilegio e di benessere, il razzismo e la violenza contro le diversità religiose, etniche, di genere, la frantumazione delle famiglie dove i soggetti deboli che sono i figli vengono messi allo sbando, il narcisismo dei singoli soggetti indifferenti a tutto ciò che accade intorno a loro, il teppismo di giovani sbandati che danno fuoco a barboni e immigrati. La lista potrebbe continuare ancora, ma credo sia abbastanza lunga per dare una risposta alla sua domanda. Quando viene meno il dialogo viene meno la persona perché l’uomo è per natura dialogico e comunicativo. Censurare il dialogo è censurare l’umanità che è in noi, è sopprimere la dimensione più profonda ed essenziale di noi, è capovolgere il corso della storia e della sua civiltà per ritornare indietro nella foresta verso una condizione di dawinismo sociale sfrenato ed autolesivo dove regna la dittatura del singolo contro tutti, del più forte contro il più debole.

Cancellare il dialogo dalla nostra vita personale e sociale comporta sempre una catastrofe, un imbarbarimento folle, un baratro che si apre sotto i nostri piedi per inghiottirci tutti nella più assoluta disperazione. Il dialogo tra le persone, tra le culture, tra le religioni, tra le razze, tra le nazioni, tra le civiltà è l’unica ancora di salvezza e di progresso che abbiamo a disposizione.

Le diversità di ogni tipo sono di fronte a noi, o impariamo con umiltà e pazienza a confrontarci e a dialogare con esse, oppure lo scontro permanente, con tutto il suo carico di dolore, é inevitabile e diventerà la condizione drammatica della nostra vita. Un futuro, certamente, che nessuno si augura.

Roma 20 marzo 2014