Archivio mensile:gennaio 2014

UN MANIFESTO PER LA SCUOLA CATTOLICA 30 parole programmatiche per il 2014

Francesco Macrì

In marcia verso il 10 maggio 2014

Il 10 maggio 2014, l’intero sistema scolastico italiano, statale e paritario, si dà appuntamento in Piazza San Pietro per ascoltare la parola “magistrale” di Papa Francesco e per dire all’opinione pubblica, alle istituzioni, al Parlamento, al Governo, che l’educazione, e quindi la scuola e la famiglia che sono ad essa preposte, devono essere considerate una priorità assoluta al fine di garantire un futuro più certo e più giusto per tutti, uno sbocco alla disoccupazione giovanile, una risposta più efficace ai crescenti bisogni formativi, un argine al degrado morale e sociale.

Si tratta di un avvenimento esclusivo che va considerato per l’immenso valore simbolico che esso riveste, ma anche come eccezionale occasione per promuovere una riflessione accurata sulle finalità educative e ragioni ideali della scuola, sulla delicata e insostituibile “missione” del docente, sulle risposte che i giovani attendono dagli adulti.

Anche le circa 3000 scuole cattoliche primarie e secondarie che aderiscono alla Fidae vogliono vivere fino in fondo questo appuntamento. Promuovono, quindi, su tutto il territorio nazionale una serie di incontri-dibattiti, aperti agli studenti, ai genitori, ai docenti, per riflettere su un ampio ventaglio di questioni, delle quali qui riportiamo le “tracce”. L’obiettivo perseguito é quello di rendere un servizio sempre più di qualità, cioè, sempre più corrispondente a quegli ideali e valori antropologici e religiosi ai quali si ispira il loro progetto educativo e che papa Francesco va richiamando quotidianamente.

La manifestazione del 10 maggio costituisce quindi per tutti gli educatori ma anche per gli stessi giovani un richiamo forte a costruire un mondo migliore, a dimensione umana, nel quale ognuno possa raggiungere la misura più alta della sua umanità.

“Prendete il largo” diceva Giovanni Paolo II, “maturate grandi pensieri” aggiungeva Benedetto XIII. Le 30 parole programmatiche riportate vorrebbero indurre le scuole ad accelerare il passo in questa direzione.

  1. L’educazione e la scuola come scelta di vita

 Dedicare la vita all’educazione è una scelta di grandissima rilevanza e significato. Per la persona che la fa, ma anche per gli altri. Uno degli aspetti negativi che più caratterizza la società contemporanea è il “deficit educativo” che si manifesta sotto mille versioni: caduta dei valori, illegalità, corruzione, violenza, criminalità, individualismo, consumismo, trasgressione, ma, anche, perdita del senso della vita, relativismo, cinismo, nichilismo, “mal di vivere”. C’è una decadenza generalizzata, un’involuzione e una regressione diffuse. L’umanità sembra aver smarrito se stessa nell’esasperata rincorsa al potere, all’avere, al consumare. Si tratta di un ottuso orizzontalismo che porta molti alla disperazione, alla noia, all’inquietudine perenne, alla ribellione cieca, ad una deriva antropologica le cui macerie si ammucchiano ingombranti lungo le strade della vita di tutti i giorni.

Di fronte a questo grigio e inquieto scenario non c’è che una risposta plausibile: il recupero dell’educazione come priorità assoluta e, quindi, della scuola in quanto, insieme con la famiglia, “istituzione per eccellenza dell’educazione”. La scuola è la strategia vincente, il capitale invisibile che può riscattare il futuro. Gli insegnanti-educatori sono i nuovi esploratori delle terre perdute, i portatori di speranze di un mondo diverso e migliore. La scelta della scuola si conferma, più ancora che in passato, come una priorità da seguire, una “vocazione” tra le più nobili.

La scuola cattolica con il suo ricco bagaglio di conoscenza ed esperienza pedagogica, sedimentatasi nel corso dei secoli, ha un importante ed originale contributo da mettere a disposizione del Paese. Spendersi in essa per aiutarla ad assolvere questo compito ne vale la pena: é segno di sensibilità pedagogica e di lungimiranza pastorale. La scuola è il crocevia per intercettare i giovani, comunicare loro una “parola” di verità e di speranza, offrire gli strumenti per realizzare i loro sogni in un mondo più giusto, più solidale, più umano.

  1. Una scuola alla ricerca di una piena legittimazione

 La perdurante discriminazione delle scuole paritarie cattoliche dal finanziamento pubblico e la conseguente insostenibile situazione economica che rischia di decretarne la chiusura deve essere un motivo forte ed urgente per diffondere, con tutti i mezzi a disposizione, la cultura della parità e, quindi, del diritto umano fondamentale della libera scelta educativa delle famiglie. E’ un’operazione di civiltà giuridica e non la pretesa di un privilegio; è il tentativo legittimo di portare l’Italia nel consesso delle grandi democrazie europee, dove questo diritto è, da molto tempo, un dato largamente acquisito; é la richiesta che siano garantiti importanti diritti costituzionali come la libertà, il pluralismo, la sussidiarietà, l’autonomia.

La parità scolastica è un obiettivo-valore che chiunque é libero da pregiudizi ideologici deve considerare non solo legittimo, ma utile per l’intero Paese in quanto espande e flessibilizza l’offerta formativa su tutto il territorio nazionale. Il suo riconoscimento, inoltre, non danneggia la scuola statale, anzi la sua presenza avvia un processo di sana emulazione che la spinge a rinnovarsi e riqualificarsi sempre più; non storna o sottrae risorse pubbliche perché il suo funzionamento, a parità di risultati se non migliori di quelli della scuola statale, costa a dismisura di meno alle casse dello Stato; non é contro la scuola statale perché entrambe legittimamente svolgono un servizio di grande rilevanza nell’interesse del bene comune.

La Legge n. 62 del 2000, giornalisticamente nota come “legge della parità”, ha riconosciuto a livello di principi teorici la piena legittimità della scuola paritaria definendo il suo servizio come servizio “pubblico” e la sua presenza come parte “costituiva” ed “integrante” dell’unico sistema educativo nazionale, ma non ha provveduto conseguentemente a garantire la copertura finanziaria per il suo funzionamento lasciandola così sprofondata in un limbo di incertezza per la sua sopravvivenza. Uscire da questo stallo di ingiusta ed inaccettabile discriminazione è la grande sfida che ha di fronte la scuola paritaria nei prossimi anni attraverso una capillare sensibilizzazione dell’opinione pubblica ed un’operazione pressante sul Parlamento e le forze politiche che lo costituiscono con la consapevolezza che lungo questa strada, che è di libertà e non di privilegio, incontrerà molti accaniti avversari.

L’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le Risoluzioni del Parlamento europeo del 1984 e del 2012 sulla libertà di insegnamento e la libertà di scelta educativa, l’interpretazione corretta dell’articolo 33, comma 3, della Costituzione italiana all’interno dell’interno sistema di principi e valori personalisti da essa codificati, l’accresciuta consapevolezza tra la gente della dignità e libertà della persona nei confronti dello Stato, i principi dell’autonomia e della sussidiarietà di recente assunti come norme costituzionali sono le linee guida di questa rivendicazione di “cittadinanza” per la scuola paritaria.

  1. Una scuola che promuove e valorizza il suo personale

 Nonostante le difficoltà economiche appena richiamate, la formazione del personale direttivo, docente ed amministrativo deve essere considerata dalla scuola cattolica una priorità assoluta al fine di poter offrire un servizio con standard comparabili alle migliori scuole d’Italia e d’Europa. E’, infatti, la qualità del personale direttivo e docente la precondizione per la qualità di una scuola, il capitale di garanzia per guardare con fiducia al futuro. Ogni seria ipotesi di riforma e miglioramento della scuola è realizzata innanzitutto dalla qualità professionale di chi la deve attuare. Le strutture edilizie, le strumentazioni, i laboratori, le nuove tecnologie,, nonché l’aggiornamento dei curricoli e degli ordinamenti sono un supporto necessario per conseguirla, ma non prioritario, che invece è e rimane il personale.

Una vera formazione non può limitarsi a sporadici ed occasionali incontri formativi; presuppone un progetto organico, mirato ed una continuità di interventi.

Per il personale della scuola la formazione continua é un “dovere” in quanto risposta al diritto soggettivo degli studenti di avere un’istruzione ed un’educazione conforme ai loro bisogni personali e alle richieste provenienti dalla società; ma è anche un “diritto” in ragione appunto dei vincoli che discendono dalla propria professione e funzione, sottoposta alla permanente necessità di riqualificarsi e rigenerarsi.

Per un gestore investire nella formazione del suo personale è la migliore forma per capitalizzare, con un alto tasso di interesse, il suo bene che é la scuola; per garantire il successo educativo ai suoi alunni; per assicurarsi la fiducia e la stima delle famiglie e delle istituzioni.

  1. Una scuola radicata sul territorio

 La crescita, l’apprezzamento, la legittimazione, l’indispensabilità di una scuola cattolica dipendono anche dalla sua capacità di “aprirsi” verso l’esterno, di radicarsi sul territorio, di interagire positivamente con i soggetti economici, politici, culturali, ecclesiali che vi operano, di aprirsi alle istanze educative locali. Agli occhi della gente la sua presenza deve risultare non solo utile, ma indispensabile per il suo bene, come un avamposto educativo significativo per l’aggregazione dei giovani e delle loro famiglie, come un segno e una memoria di una storia educativa collettiva che non va perduta, come un bene proprietario appartenente a tutti, come un forte potenziale per accrescere il benessere e lo sviluppo della regione. Solo se riesce ad inserirsi attivamente in questa trama dialettica di relazioni umane e istituzionali una scuola può presumere, e in parte anche “pretendere”, di essere sostenuta e finanziata perché esprime in maniera trasparente e comprensibile che la sua attività non è finalizzata a se stessa, che l’interesse perseguito non è di tipo utilitaristico e lucrativo, ma viceversa orientato a promuovere il bene sociale di tutti. In questi termini, anche i pregiudizi ideologici nei suoi confronti, vengono a cadere, o almeno a sfumarsi, facendo prevalere la consapevolezza della sua pubblica funzione culturale, sociale, educativa.

  1. Una scuola presente nelle istituzioni

 La scuola cattolica in quanto realtà complessa e articolata in molti profili di natura culturale, giuridica, economica, amministrativa, gestionale, fiscale, sindacale, ecc. non può ignorare che la sua attività dipende molto dalle decisioni delle istituzioni preposte a questi ambiti. Pertanto nelle modalità appropriate deve garantirsi presso di esse una vigile ed operosa rappresentanza che tuteli i propri diritti ed interessi. Eludere questo problema, rinchiudendosi su se stessa, comporta il rischio poi di essere costretta a subire conseguenze pesanti ed indesiderate.

Interagire e dialogare lealmente con le istituzioni fa ormai parte degli impegni di chiunque voglia assolvere il suo compito di governo di una scuola moderna. La scuola non è una monade chiusa, è una istituzione che opera “tra” e “con” le istituzioni. La sua natura pubblica la porta necessariamente a relazionarsi con gli altri soggetti pubblici che operano sul territorio rispetto ai quali deve evitare due errori: di sentirsi estranea e indipendente a loro e alla loro azione, oppure di sentirsi subalterna quasi fosse una appendice marginale e di scarsa rilevanza.

Oggi, anche per la singola scuola, nessuna vera azione formativa é concepibile al di fuori del contesto socio-culturale-istituzionale in cui opera in quanto i presupposti che la rendono possibile e le finalità che vengono perseguite sono da questo condizionate e con questo si devono misurare. In un mondo che è globalizzato anche i confini della scuola, che non sono né rigidi né impermeabili, si sono allargati a dismisura e con essi anche la sua rilevanza pubblica come importante soggetto istituzionale. Da questa nuova collocazione ed interazione interistituzionale nasce, per la scuola che ne è capace, una sua nuova dignità ed importanza, un nuovo ruolo.

  1. Una scuola in rete

 Molti sono le sfide che una scuola deve affrontare quotidianamente. Riguardano la progettazione educativa, didattica, curricolare, la formazione del personale, la ricerca, l’innovazione e la sperimentazione e, non ultima, l’acquisizione di nuove iscrizioni. Non può illudersi di disporre in proprio di tutte le risorse economiche e professionali per ottemperare a queste istanze. Collegarsi in rete e collaborare con altre scuole, con le istituzioni civili e culturali, con le organizzazioni di volontariato e imprenditoriali diventa, quindi, una soluzione indispensabile per aumentare l’efficacia, l’efficienza, la qualità, ma anche per semplificare le operazioni e ridurre i costi. Fare rete e operare in rete é una modalità paradigmatica indispensabile per chiunque tende ad avere successo. La modernizzazione e il potenziamento di una scuola passa anche attraverso questa strada. Le soluzioni tecniche per fare rete sono molte; da quelle rigorosamente definite sotto il profilo giuridico a quelle più flessibili, più occasionali, più legate a singoli progetti. Non ce n’é una migliore dell’altra; dipende dai problemi che si vogliono affrontare, dai risultati che si vogliono conseguire, dai soggetti con i quali si vuole collaborare. La “rete” non è un fine, ma un mezzo. Pertanto prima di ogni scelta va verificata quale corrispondenza e praticabilità ci sia tra il fine e il mezzo. L’importante è non rimanere isolati, ripiegati su se stessi, indeboliti dalla propria fragilità, murati dentro l’illusione di essere autosufficienti.

  1. Una scuola come comunità educativa

 La scuola cattolica si caratterizza per essere una “comunità educante” nella quale i diversi soggetti che la costituiscono (Dirigenti, Docenti, Genitori, Allievi) concorrono con un unico progetto condiviso verso lo stesso obiettivo. Il coinvolgimento dei Genitori e degli Studenti, come singoli individui, ma anche come associazione (AGESC, MSC), risponde non solo ad un loro preciso diritto-dovere, ma garantisce anche una maggiore efficacia all’azione educativa. Una scuola cattolica che non sia espressione e risultato di una azione “collegiale” di soggetti ha perso una delle sue connotazioni più importanti e qualificanti. Le modalità concrete di attuare questa corresponsabilizzazione possono essere molte, ma tutte devono salvaguardare la sostanza del problema che é quella che la scuola cattolica é una “comunità”, di cui i Genitori e gli Allievi sono una componente indispensabile. Ogni scuola, compresa quella cattolica, svolge una funzione sussidiaria all’esercizio del diritto soggettivo di istruzione e formazione degli studenti e delle famiglie, la cui titolarità prima, anche se non assoluta, é loro. Il rapporto scuola-alunni-genitori è sostanziato da una visione antropologica che mette in primo piano la persona con i suoi diritti-doveri e successivamente, come sostegno, accompagnamento, l’istituzione. Il dialogo, che come conseguenza inevitabile ne deve scaturire, non può che essere di reciproco riconoscimento, di collaborazione (lavorare insieme), di con-corso (correre insieme) verso la piena realizzazione e il successo di tutti e di ognuno.

La corresponsabilizzazione dei docenti, dei genitori e degli allievi è un livello successivo alla semplice collaborazione. Presuppone un riconoscimento maggiore delle loro “soggettività” , una attribuzione più ampia di autonomia e di responsabilità, un coinvolgimento più stretto nella conduzione della scuola, un ruolo non solo subalterno ed esecutivo. Si tratta di una modalità importante ed innovativa ma difficile e delicata che va quindi perseguita con gradualità attraverso un processo di maturazione, di crescita del senso di appartenenza, di superamento del perseguimento di interessi individuali a favore di quelli generali, di rispetto deontologico del codice di comportamento.

  1. Una scuola con un progetto educativo

 Le circostanze in cui viene ad operare la scuola sono in continua evoluzione. Riguardano la cultura, la società, la religione, l’economia, il lavoro, la famiglia. Nuovi e vecchi bisogni formativi si intrecciano a vicenda. Il progetto educativo della scuola cattolica deve essere capace di intercettare questi bisogni nuovi e quindi deve essere di continuo aggiornato per dare risposte puntuali ed efficaci. La tradizione e il futuro devono sapersi incontrare ed armonizzare nell’oggi che vivono i ragazzi. Nella sua formulazione, come nella sua attuazione, è indispensabile la condivisione e il contributo di tutti. Un progetto educativo che non si misuri con le circostanze concrete della società contemporanea e non provi a dare risposte puntuali alle sue sfide non fa un servizio agli studenti ai quali è rivolto. Molta disaffezione dei giovani nei confronti della scuola dipende dalla distanza che si viene a stabilire tra i problemi della loro esperienza di vita e i metodi e le finalità del progetto educativo della loro scuola. Senza perdere di vista valori e principi universali un progetto educativo che aspira ad essere efficace deve in qualche misura “storicizzarsi”, calarsi nella quotidianità, nella contingenza dei “piccoli orizzonti” delle persone, delle relatività delle risposte da loro ricercate.

Un progetto di scuola cattolica non può dimenticare le dimensioni costitutive della persona umana, le sue aspirazioni profonde e trascendenti, la sua natura di realizzarsi nella relazione al mondo, agli uomini, a Dio, la sua dignità non riducibile mai ad oggetto di manipolazione. Come pure non può dimenticare che il metodo educativo adottato debba essere improntato sempre al rispetto, all’amorevolezza, all’empatia, alla ragionevolezza, alla comprensione, alla speranza.

  1. Una scuola con un’ampia offerta formativa

 Una scuola cattolica moderna non può limitarsi al semplice assolvimento dei contenuti dei curricoli ministeriali. Come pure non può limitarsi al tempo-scuola previsto da essi. I bisogni formativi degli studenti e delle famiglie vanno ben oltre i confini delle discipline. Ad essi si deve rispondere potenziando in termini qualitativi più che quantitativi i nuovi saperi; dilatando la durata del tempo-scuola al pomeriggio e ai giorni festivi, e riempiendo questo tempo con libere attività che riguardano lo sport, il teatro, il cinema, la musica, la danza, i corsi di recupero e sostegno, le attività di solidarietà sociale, le esperienze religiose; proponendo occasioni di turismo nazionale ed internazionale, di vacanze-studio all’estero; ecc.

L’insieme di queste iniziative curricolari ed extracurricolari, tuttavia, deve avere una sua armonizzazione, una coesione interna, un’intenzionalità educativa, coerente con il progetto educativo di istituto. Non è la loro quantità a produrre risultati positivi, quanto piuttosto la loro significatività, la loro capacità di stimolo all’apprendimento permanente ed autonomo, ad una presa di maggiore consapevolezza di sé e degli altri, ad un più ponderato discernimento nella scelta di più possibili opzioni.

La scuola deve diventare per quanto è possibile un centro culturale ed educativo polivalente e polifunzionale, uno spazio ampio in cui ognuno possa ritrovare le condizioni e le opportunità per realizzare compiutamente se stesso. Così definita l’accesso non può essere limitato solo ai propri alunni, ma anche ai genitori, agli altri ragazzi ed adulti della zona. In questo modo viene a modificarsi la sua identità tradizionale ed assumerne un’altra ampiamente superiore ed importante.

  1. Una scuola con un curricolo personalizzato

 Nella definizione del curricolo si giocano molti fattori che sono di natura culturale, professionale, formativa, educativa, religiosa. La sua progettazione non può essere lasciata alla improvvisazione e neanche al singolo insegnante. Deve essere una meditata operazione “collegiale” con la quale espressamente vengono definiti contenuti, metodi, tempistiche, obiettivi, competenze, modalità di valutazione e certificazione. Le nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo” sono uno strumento utile ed orientativo, ma non assoluto. L’autonomia di ogni scuola può e deve arricchirle e perfezionarle calibrandole sulle specifiche necessità dei propri giovani, delle proprie famiglie, del proprio contesto socio-economico, del proprio progetto educativo.

La progettazione del curricolo non è una elencazione “neutra”, “asettica” di contenuti; definisce la qualità, l’identità, la modernità, l’efficacia di una scuola. E’ uno snodo di grande delicatezza e rilevanza. Presuppone grande professionalità e sensibilità educativa e culturale.

Il curricolo include il concetto di progressione, di svolgimento lineare, di armonizzazione delle parti, di monitoraggio dei percorsi effettuati, di visione e di tenuta dell’insieme. Non è una semplice astrazione mentale fuori dal tempo e dallo spazio perché necessariamente si misura con le specificità e concretezza della classe, dei singoli studenti, degli insegnanti, dei quali deve tener conto e dei quali farsi carico perché nessuno rimanga irrimediabilmente indietro. Si deve saper muovere tra due fuochi: gli standard minimi stabiliti dagli ordinamenti da raggiungere e il successo formativo di tutti.

Nella scuola tradizionale il termine di confronto per un docente era la “classe”, il gruppo e, per conseguenza, il suo insegnamento adottava criteri di uniformità, “medianità” che si adattassero un pò a tutti gli studenti, da quelli più bravi a quelli meno. Chi non riusciva a tenere il passo era abbandonato a se stesso, era bocciato. Mettere al centro dell’azione didattica la persona ribalta questo modello “selettivo” e ne assume un altro che punta, attraverso azioni individualizzate, al successo formativo di ciascuno, alla promozione delle sue specifiche capacità. Si tratta di un’importante rivoluzione della didattica, che si potrebbe definire “copernicana”, che a sua volta rimanda ad una più complessa visione antropologica e ad una più ricca funzione della scuola, intesa non come riproduttrice delle differenze di partenza, ma come ascensore sociale e umano di tutti verso obiettivi di maggiore equità e giustizia.

  1. Una scuola “per” lo studente e “con” lo studente

 Le attività di una scuola, da quelle curricolari a quelle extracurricolari, non sono una successione caotica di eventi. Devono avere un ordine, una progressione, una coerenza, una organicità, una finalità. Una precisa e puntuale intenzionalità formativa deve sottenderle e dirigerle verso gli obiettivi educativi generali, definiti e voluti nel progetto educativo di istituto. Uno studente al termine di un anno scolastico o di un ciclo di studi deve avere acquisito un bagaglio di conoscenze, competenze, abilità, capacità, idonee e corrispondenti al ciclo percorso. Deve aver maturato un giusto ed equilibrato profilo della sua personalità nell’integralità delle sue componenti che non si riducono soltanto a quelle razionali e professionali. Il sapere, il saper fare, il saper essere, il saper stare insieme, il sapere relazionarsi devono trovare una sintesi e una composizione, che riproponendosi dinamicamente verso equilibri di volta in volta di livello superiore, promuova il soggetto ad essere sempre più se stesso, più conforme al suo “dover essere”, più capace di orientarsi nella vita, più preparato a svolgere il suo ruolo di cittadino consapevole, responsabile e solidale.

Le attività finalizzate a questi obiettivi avranno una maggiore e più sicura efficacia se verranno non fatte discendere dall’alto per imposizione, ma costruite dal basso con il coinvolgimento dei diretti interessati che sono gli studenti.

  1. Una scuola con standard di qualità

 Una scuola cattolica non di qualità non ha ragione di esserci. Solo se è di qualità persegue e realizza il suo progetto educativo e quindi ha una sua interna legittimazione. La qualità non la realizza una persona sola; devono concorrere indistintamente tutti, ognuno con il suo ruolo, la sua funzione, la sua professionalità; é un’operazione convergente e collegiale. La qualità non si compie una volta per sempre; ogni giorno è una sfida la cui soluzione va o no nella direzione della qualità. La qualità è la misura della bontà di una scuola cattolica, come la mediocrità è la sua negazione perché è solo la qualità che “assolve” e realizza pienamente il diritto di istruzione ed educazione di uno studente e risponde alle aspettative delle famiglie. La qualità si riferisce a tutti gli ambiti che definiscono una scuola, quindi a quelli pedagogici, didattici, metodologici, culturali, formativi, religiosi, disciplinari, curricolari, amministrativi, gestionali, economici, relazionali. E’ nella sua interezza e globalità di significato che la scuola cattolica deve assumere il termine qualità; non può impoverirlo limitandolo e depotenziandolo ai soli aspetti amministrativi, organizzativi, gestionali, didattici.

La storia secolare della scuola cattolica è una documentata e luminosa testimonianza degli alti standard raggiunti. Questa tradizione non deve essere interrotta. Anzi, le difficoltà in cui versa attualmente devono essere un incentivo per moltiplicare le energie e fare della qualità e della eccellenza il suo target abituale e quotidiano.

  1. Una scuola che si autovaluta e si fa valutare

 Tra gli strumenti che servono a migliorare la qualità c’è anche la modalità di autovalutazione e di valutazione. L’attività dei dirigenti, dei docenti e non docenti, come della scuola nel suo insieme, deve essere sottoposta ad una continua verifica, animata non da volontà sanzionatoria, ma dal desiderio di sostenere e rafforzare quanto di buono già fatto e perfezionare quanto ancora perfetto non è. L’autovalutazione e la valutazione devono essere assunti come un modo permanente di operare, come una occasione di accrescimento della propria professionalità, come un mezzo per avanzare verso la qualità e non invece come un atto burocratico, amministrativo, fiscale da subire. L’autovalutazione e la valutazione, se ben condotte, sprigionano un virtuoso dinamismo dentro la scuola ed una maggiore consapevolezza, motivazione ed entusiasmo tra tutti coloro che la costituiscono.

La scuola in quanto istituzione pubblica che opera in un ambito estremamente delicato, come quello dell’educazione dei giovani, deve sentire l’urgenza di sottoporsi a verifica, di dare ragione del proprio operato superando ogni forma di sufficienza ed autoreferenzialità. Si tratta di attuare, a garanzia dei suoi utenti e del mandato pubblico assegnatole dalla società, un aspetto del suo codice deontologico in quanto sistema di professionisti e di educatori. Valutarsi e sottoporsi a valutazione è una regola dalla quale ormai nessuna scuola può e deve sfuggire, in modo particolare se si qualifica “cattolica” e in quanto tale si assume pubblicamente il gravoso impegno di essere coerente con i grandi valori umani ed evangelici ai quali si ispira la sua azione.

  1. Una scuola con un suo modello organizzativo

 Pur essendo la scuola una “comunità” di soggetti con pari dignità nessuno (Dirigenti, Docenti, Amministrativi, Genitori, Allievi) viene appiattito ed omologato in maniera anonima e confusa. C’è una distinzione ed una gerarchia di ruoli, funzioni, compiti, responsabilità. Definirli, precisarli, armonizzarli, creando, cioè, un “modello organizzativo”, significa evitare interferenze, confusioni, sovrapposizioni, inadempienze, conflittualità. E’ la complessità della scuola che esige un modello organizzativo. Non è un inutile adempimento burocratico. L’assenza di un modello organizzativo pregiudica non solo l’efficacia e l’efficienza, ma frena o riduce l’acquisizione dei risultati ed espone tutti, in particolare il Gestore e coloro che svolgono funzioni direttive, a possibili gravi responsabilità civili e penali. Un corretto modello organizzativo è una cautela e salvaguardia per tutti, ma anche un modo per ottimizzare le risorse ed incrementare le attività.

Nella definizione di un modello organizzativo c’è tuttavia un pericolo che va opportunamente prevenuto, ed è quello di disegnarlo ed abitarlo in maniera troppo rigida, fiscale, dove i compiti e le funzioni di ciascuno si irrigidiscono talmente che impediscono ogni contatto, ogni comunicazione, ogni collaborazione dimenticando che una scuola é un integrato e dinamico organismo “vivente”, che non può sopravvivere qualora fosse compartimentato, settorializzato, vivisezionato. L’unitarietà del sistema deve prevalere sulla distinzione delle parti e queste si devono connettere e realizzare nella piena armonia del tutto.

  1. Una scuola digitale

 Le nuove tecnologie digitali sono un potente strumento di innovazione. Gli ambiti nei quali possono essere applicate sono moltissimi in ragione della loro flessibilità e pervasività, Riguardano l’insegnamento e l’apprendimento, la ricerca, l’acquisizione, la rielaborazione e disseminazione dei contenuti, i servizi amministrativi e gestionali, i rapporti con le istituzioni e con le famiglie. Si tratta di una dotazione di cui una scuola moderna non può fare a meno perché ottimizza i processi e i risultati, riduce fortemente i costi, inserisce la singola scuola nel circuito più vasto dell’intero apparato del sistema scolastico, dilata il suo orizzonte su quello del mondo, rimodella il ruolo e il profilo professionale del docente, stimola lo studente ad acquisire una maggiore autonomia ed iniziativa di autoformazione. Non sono certo la “panacea” dei problemi di una scuola, ma hanno un enorme potenziale positivo che può essere colto, tuttavia, a condizione che venga predisposto e formato adeguatamente il personale che le deve utilizzare. La sola loro presenza “esibita” non è sufficiente a definire e qualificare una scuola come “scuola digitale”. Sta nella professionalità di questo personale saper valorizzare al massimo le loro potenzialità positive evitando anche superficiali e pericolose letture che li trasformino per un verso da “strumenti” a “fini” , per l’altro ad inerti “mezzi” semplicemente più moderni a sostegno del proprio lavoro.

I cosiddetti “nativi digitali” si trovano a dover vivere all’interno di una rivoluzione che non é solo tecnologica, ma culturale. La irruenza e pervasività di queste nuove tecnologie modifica gli ambienti, i metodi, i processi di acquisizione delle conoscenze; crea nuovi linguaggi, nuovi codici, nuove sintassi grammaticali di comunicazione e nuovi approcci alla realtà; contrae la distanza e la diversità tra le persone, le culture; accelera le modalità d’ideazione, creazione, diffusione, fruizione, archiviazione delle informazioni; velocizza i ritmi di cambiamento delle mentalità, dei gusti, dei valori e degli stili di vita; amplifica l’orizzonte dell’esperienza individuale; dematerializza i supporti della conoscenza; creano a distanza relazioni virtuali interpersonali; contrae l’esperienza diretta della realtà “oggettiva” a vantaggio di quella “virtuale”, mediata, “irreale”; marginalizza la funzione, il ruolo, la significatività della famiglia, dei valori familiari e delle tradizioni locali; ibrida le culture, i linguaggi, i modelli valoriali di riferimento; affievolisce le radici culturali e identitarie; accresce la difficoltà di comunicazione tra le generazioni (un vero paradosso rispetto alla natura di questi nuovi strumenti per se stessi comunicativi); crea nuove povertà (digital divide) tra chi ha o non ha competenze nel loro uso ed utilizzo.

Sono alcuni degli aspetti di questa rivoluzione culturale. La domanda é: come si pone la scuola cattolica di fronte a questi temi? Può immaginare che l’approccio a queste nuove tecnologie digitali possa essere ricondotto soltanto a piccole conoscenze ed applicazioni operative di natura didattica ed organizzativa? Non é invece l’intero suo progetto educativo che deve essere “tarato” su questi nuovi interrogativi e bisogni dei suoi studenti, come pure la formazione dei suoi dirigenti e docenti?

  1. Una scuola innovativa e laboratoriale

 Una scuola che voglia svolgere bene il suo lavoro non può fare assolutamente a meno dell’innovazione, della ricerca, della sperimentazione. Cambia la società, deve cambiare la scuola che è l’istituzione per eccellenza preposta a predisporre i giovani a sapersi inserire in essa. Queste tre modalità operative devono costituire una pratica continua, abituale, “normale” del singolo docente e dell’intero collegio dei docenti, appunto perché senza soste è il cambiamento della società. Sono la misura della vitalità di una scuola, della sua “imprenditività laboratoriale”. Per una scuola con insegnanti demotivati o incapaci di fare innovazione, ricerca, sperimentazione diventa ineluttabile che rimanga nelle retrovie della modernità e sia costretta a cedere il passo ad altre che la sopravanzano. Anche tra le scuole, benché biasimata da tutti, la concorrenza è una dinamica inevitabile perché é la qualità la forza attrattiva dei genitori, ovviamente attenti e premurosi a scegliere il meglio per i loro figli.

L’innovazione, la ricerca, la sperimentazione, praticata dagli insegnanti, oltre a produrre standard di qualità nei servizi resi dalla scuola ha, per riflesso, per imitazione, una formidabile ricaduta nei comportamenti ed atteggiamenti culturali degli studenti stessi che cercano di replicare il metodo visto ed osservato nei loro educatori. Un abitus mentale che, se acquisito, si rileverà non di poco conto nella loro vita di adulti allorché saranno sottoposti dalle circostanze di un mondo del lavoro fortemente mutevole e competitivo a dimostrare di avere capacità di immaginazione, creatività, iniziativa e di saper lavorare insieme ad altri.

Se nel confronto con altri sistemi scolastici europei la scuola italiana ne esce generalmente male una delle principali cause è la sua scarsa capacità e volontà di innovazione, la sua attitudine a replicare il passato, la sua paura ad uscire verso nuove esperienze e pratiche educative

  1. Una scuola con una “vision” internazionale

 Il mondo ormai si è fatto un piccolo villaggio. I confini nazionali, etnici, religiosi, culturali, linguistici vengono in ogni momento oltrepassati. Ad accentuare questi fenomeni ci sono le migrazioni di massa, la mondializzazione dei mercati e della manodopera e soprattutto le vecchie e nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il locale e il globale si incontrano e intersecano continuamente. La scuola non può considerarsi immune da questi fenomeni, né può subirli passivamente. Anzi, per la funzione educativa che svolge, deve coglierli come un’occasione propizia per potenziare lo studio delle lingue, per educare al dialogo, alla tolleranza e alla interculturalità, per dilatare le menti oltre i confini nazionali, per promuovere una cittadinanza alla mondialità. Una scuola che voglia essere moderna, oggi, non può che avere un “respiro” internazionale. Pratiche come vacanze-studio e gite turistiche all’estero, scambi di scolaresche e di insegnanti di altre nazionalità, come pure metodi didattici che dilatano lo studio della letteratura, della storia, della geografia, dell’arte, della religione oltre a quelle nazionali devono diventare una prassi ricercata ed abituale.

  1. Una scuola in gemellaggio con altre scuole

 Una forma particolare per fare rete con altre scuole è quella del gemellaggio. E’ utile per fare scambi di pratiche educative e didattiche, di scolaresche, di docenti con particolari professionalità. Ne possono ricavare grandi vantaggi tutti, ma soprattutto le scuole piccole o dislocate geograficamente lontano dai grandi centri urbani artistici e turistici. Il gemellaggio è una sorta di mutuo aiuto che moltiplica le opportunità di chi lo pratica.

Le reti scolastiche delle Congregazioni, come pure quelle regionali, nazionali, internazionali della Fidae sono un enorme facilitatore per la costituzione “in sicurezza” di questi gemellaggi. Gemellarsi significa allargare lo spettro delle opportunità, muoversi su orizzonti più vasti del proprio, consolidare le proprie competenze, acquisire maggiore sicurezza e slancio di fronte alle sfide di ogni giorno, accompagnarsi con chi ha un passo più sicuro e veloce, superare il rischio dell’autoreferenzialità.

  1. Una scuola inclusiva

 La scuola cattolica, in quanto scuola e scuola che si ispira ai valori evangelici, per definizione deve essere inclusiva. In maniera evidente a livello culturale, in quanto introduce nei grandi percorsi della civiltà, dei valori, delle tradizioni, dell’identità del popolo di appartenenza. Ma anche a livello sociale in quanto avvicina soggetti provenienti da classi economiche, da radici culturali, religiose ed ideologiche differenti. Oggi, più che in passato, é chiamata a svolgere questa funzione nei confronti di quei giovani che provengono da altri Paesi, oppure sono a rischio, sono portatori di handicap, hanno bisogni educativi speciali. Il suo progetto educativo in maniera esplicita e coordinata deve puntare, nel rispetto delle legittime differenze, al superamento di ogni barriera che crea divisione, discriminazione, diseguaglianza, ingiustizia. Promuovere e non bocciare, includere e non emarginare, educare al dialogo, alla collaborazione, alla solidarietà, alla condivisione e non alla competizione, offrire una speranza di riscatto nonostante le fragilità di partenza devono essere i verbi più usati nella sua pratica educativa. Nessun allievo deve rimanere indietro, deve essere escluso dal successo formativo. Le sue differenze culturali, religiose, etniche, fisiche devono essere assunte non come un impedimento discriminatorio ma come una risorsa. La diversità deve poter convivere con l’unità e la molteplicità, l’uguaglianza e la differenza, la singolarità e la pluralità.

Di fronte alle società pluraliste il processo educativo deve superare due estremi: quello “relativista” di chi mette sullo stesso piano le differenze quasi fossero uguali e le considera immodificabili e quello “assimimilazionista” di chi ha la pretesa di annullarle dando valore assoluto ad una sola identità culturale.

  1. Una scuola federata alla Fidae

 Le scuole cattoliche hanno avuto la grande fortuna di non essere state mai isolate, lasciate a se stesse. Hanno fatto parte di una organizzazione nazionale, la FIDAE, che ha promosso i suoi interessi, difeso i suoi diritti, predisposto piani di formazione del personale direttivo e docente, dato indicazioni ed orientamenti operativi sulle principali questioni di natura pedagogica, didattica, ordinamentale. Un vantaggio di cui alcuni non si sono resi conto abbastanza, ma che oggi più che in passato, a motivo delle ben note difficoltà che incombono, deve essere riscoperto. Avere alle spalle una grande federazione è una sicurezza. E più grande e forte é questa federazione, più grandi sono i margini di sicurezza. Per rendere grande e forte la Fidae c’è bisogno del concorso di tutti. Rimanere ai margini, delegare ad altri il compito di portare avanti qualsiasi progetto di potenziamento delle Fidae, e quindi di riflesso delle scuole cattoliche che ad essa aderiscono, è un errore che si ritorce pesantemente su chi lo fa. La Fidae è un bene di cui andare orgogliosi, di cui ognuno deve sentire la responsabilità di custodirlo e incrementarlo. Nelle sue articolazioni nazionali, regionali e provinciali c’è ampio spazio di azione per chiunque crede convintamente nell’educazione e vuole contribuire a dare futuro alla scuola cattolica. Entrare ed operare in una associazione, come è la Fidae, significa per una scuola superare la propria debolezza e solitudine ed aprirsi ad una interazione con altre scuole che diventa un moltiplicatore delle proprie risorse e possibilità.

  1. Una scuola con una sua identità

 I cambiamenti, indotti dalle mutazioni del contesto sociale e culturale, ma anche dalle nuove conquiste della ricerca pedagogica, didattica, oltre che dalle politiche riformatrici del sistema scolastico nazionale, se da una parte evidenziano la necessità per la scuola cattolica di assumerli per tenere il passo con la storia, dall’altra non devono mettere in forse la sua identità, la sua originalità, la sua specificità, la sua unicità. Dovesse perdere queste sue connotazioni per tramutarsi in una scuola “qualsiasi” la sua esistenza non avrebbe alcun senso. Sarebbe soltanto la grigia replica di una scuola tra le tante e quindi diventerebbe semplicemente pleonastica.

Qualunque aggiornamento, perciò, non deve essere fatto a scapito della sua identità; anzi ogni novità deve rafforzarla ed esplicitarla ulteriormente. La sua identità è il suo “valore aggiunto” rispetto alle altre scuole pubbliche. Una identità, naturalmente, ben lontana da integralismi, rigidità, forzature che ne farebbero la sua parodia e la isolerebbero.

L’aggettivo “cattolica” che la definisce deve costituire l’orizzonte di senso, di significati e di valori entro il quale declinare con l’ausilio della esperienza pregressa e degli sviluppi delle scienze umane , pedagogiche e sociali, ecc. il suo progetto educativo, il suo piano dell’offerta formativa, i suoi curricoli, la sua organizzazione, la sua gestione, le sue relazioni interpersonali. Non può essere una “etichetta” estranea al soggetto che la porta, una formula palliativa di mera pubblicità.

  1. Una scuola della comunità ecclesiale

 La scuola cattolica è un soggetto civile, ma a pieno titolo é anche un soggetto ecclesiale. E’ parte costitutiva ed espressione della comunità ecclesiale locale. Ne interpreta le esigenze educative, dialoga, si confronta e programma con gli altri soggetti ecclesiali la pastorale giovanile, collabora con essi e chiede collaborazione nell’interesse di un progetto comune e condiviso, superiore ed inclusivo di tutti i gruppi pur nella loro legittima e doverosa distinzione ed autonomia. La sua presenza è una ricchezza che appartiene all’intera chiesa locale, come pure è una responsabilità dell’intera chiesa locale il suo sviluppo. Una solidarietà bidirezionale deve sostenere ed orientare le scelte pastorali di entrambe in nome della comune appartenenza, della comune ispirazione, dei comuni valori. La specificità degli ambiti in cui ogni soggetto ecclesiale opera non deve assolutamente essere motivo di reciproco disinteresse o, peggio, esclusione. L’unità non è sinonimo di uniformità. La comunità non è azzeramento delle soggettività e delle loro autonomie.

Per ragioni prevalentemente di natura storica la scuola cattolica e gli altri soggetti ecclesiali nel passato si sono tenuti distanti tra di loro, la loro collaborazione è stata episodica ed occasionale con un indebolimento generale di tutti come effetto. Oggi è giunto il momento per ribaltare questo metodo e per tessere una trama stretta di rapporti nel segno della condivisione, del reciproco interesse e dell’interesse dell’intera comunità ecclesiale.

  1. Una scuola libera e liberante

La scuola cattolica ha una sua esplicita e dichiarata identità; un progetto educativo dalle precise connotazioni culturali e religiose; quindi una caratterizzazione che la distingue pubblicamente senza infingimenti. Ma questo non significa affatto che essa non assuma come metodo educativo il rispetto della libertà di coscienza dei suoi studenti, del pluralismo delle appartenenze, della diversità delle convinzioni. L’educazione non può che avvenire in un contesto di scelta personale, cioè di libertà.

La scuola cattolica nasce sotto il segno della libertà per iniziativa di singoli cittadini o di gruppi intermedi e per questo si definisce “scuola libera”; ma vuole essere anche una “scuola di libertà” nei confronti dei suoi allievi nel senso che rispetta la loro libertà, la promuove e la “libera” dai condizionamenti che possono metterla in pericolo. La scuola cattolica non ha nulla a che spartire con l’intolleranza, con l’omologazione, con l’indottrinamento, col proselitismo. E’ una scuola di libertà e per la libertà. E’ una scuola libera e liberante. E’ una scuola modellata su quelli che sono i diritti inviolabili della persona a cominciare dalla coscienza, a quello di poter essere se stesso, anche se si tratta di bambino o di un ragazzo.

  1. Una scuola con l’opzione per i poveri

Storicamente la scuola cattolica si è posta come servizio per i poveri, per gli esclusi dai sistemi scolastici per ragioni economico-sociali. Molti decenni prima che gli Stati preunitari o lo Stato unitario italiano riconoscessero di fatto il diritto di istruzione ed educazione ai soggetti delle classi popolari la scuola cattolica era operante a garanzia di questo loro diritto. Nei nostri giorni il tentativo di ottenere la parità scolastica, e quindi il finanziamento pubblico, non persegue astrattamente il riconoscimento di un diritto di libertà di scelta educativa quanto piuttosto la concreta possibilità di dare accesso alla frequenza della scuola cattolica a chi non può permetterselo per ragioni economiche. La scuola cattolica è nata avendo come opzione prioritaria il ceto popolare. Questo, oggi, è ancora il suo auspicio. Questa è la strada che vuole con determinazione continuare a percorrere. Uno Stato che aspira veramente ad essere democratico, come pure una forza politica che si propone di svolgere una funzione di promozione della giustizia e dell’eguaglianza, non solo non dovrebbero opporsi ma dovrebbero fare il possibile per garantire le condizioni di fattibilità di questo progetto della scuola cattolica. Comportarsi in maniera diversa, come purtroppo avviene oggi, significa spingerla nella direzione che essa non vuole imboccare perché sarebbe il tradimento delle sue radici: quella cioè di diventare una scuola elitaria.

  1. Una scuola anticipatrice e profetica

 In questi ultimi sessant’anni, per molti ambiti della pedagogia, della didattica, della organizzazione scolastica, la scuola cattolica ha precorso le riforme del sistema scolastico nazionale. Si pensi ad esempio agli “istituti comprensivi e verticalizzati”, al “tempo pieno e prolungato”, alle attività “extrascolastiche” ed “estracurricolari” (sport, danza, musica, teatro, cinema, turismo, ecc.), agli “asili nido” e alla “scuola dell’infanzia”, alle “vacanze studio” in Italia e all’estero, alla “centralità dell’alunno”, al “progetto educativo di istituto”, alla “comunità educante”, alla “reti di scuole” a livello nazionale e internazionale, alla “corresponsabilizzazione” dei genitori e degli alunni, all’ associazionismo nazionale e internazionale delle scuole, dei genitori, degli allievi, degli exallievi, all’autonomia delle scuole, all’inclusione dei portatori di handicap. L’elenco potrebbe proseguire ancora.

Questo slancio innovativo, che è parte fondamentale della sua storia, deve poter proseguire a connotarla nel prossimo futuro. Sarebbe una cosa importante per gli alunni e le famiglie che la frequentano e altrettanto importante per l’intero sistema scolastico nazionale. Le circostanze e le modalità in cui questa creatività può svolgersi non mancano. Agli ambiti della scuola “tradizionale” dei bambini e dei giovani oggi si aggiunge quello in crescita esponenziale della “scuola degli adulti” , della terza/quarta età, degli immigrati, dei dropout, degli analfabeti funzionali e di ritorno, ecc..

  1. Una scuola della persona, delle persone e per la persona

 Gli ideali e i valori ai quali si ispira la scuola cattolica presentano una visione antropologica che mette la persona a fondamento del suo progetto educativo. La scuola cattolica, ribaltando la tradizionale e dominante concezione giuridica e burocratica di stampo statalista di una scuola-istituzione autocentrata, si pone in funzione dell’alunno e non viceversa. Pertanto la didattica é “individualizzata” (in quanto si rapporta ai bisogni, capacità, ritmi dei singoli allievi, ognuno diverso dall’altro) e “personalizzata” (in quanto tende alla promozione della persona nell’integralità dei suoi aspetti); l’organizzazione della scuola si costituisce come “comunità educante” (in quanto i diversi soggetti sono riconosciuti come persone libere, responsabili, solidali nell’attuazione del comune e condiviso progetto educativo) e non come struttura piramidale ed autoritaria; l’istruzione e la professionalizzazione dello studente sono un obiettivo importante e doveroso ma non esauriscono tutti i compiti e tutte le funzioni dello statuto epistemologico di una scuola e dell’educazione.

In sintesi. La persona è il punto di osservazione ed azione; il soggetto, il mezzo e il fine della scuola cattolica.

  1. Una scuola dei saperi e del sapere

 I curricoli scolastici per ragioni storiche, ma anche didattiche ed organizzative sono articolati in discipline. Si tratta di una frammentazione artificiosa del sapere che nell’interesse del processo formativo dell’alunno deve però essere, per quanto possibile, ricomposta. La multidisciplinarità, la transdisciplinarità, l’interdisciplinarità devono diventare una pratica didattica costante, una modalità che faciliti ai bambini/giovani la risalita dalla molteplicità dei saperi all’unità del sapere. Un sapere che colga la complessità e ambiguità del reale, il suo limite rispetto a ciò che infinitamente lo trascende e, perciò, non un sapere dalle pretese scientiste assolute e dogmatiche, ma che continuamente si interroga alla ricerca della verità dell’uomo e del mondo, della Verità. Un sapere che sia “per” l’uomo e nell’interesse “degli” uomini. Un sapere che non rimane soddisfatto delle risposte contingenti ricevute e continua a porre altre domande. Un sapere aperto alla complessità, al mistero e all’assoluto.

  1. Una scuola di tutti e per tutti

 La scuola cattolica è una scuola “aperta” a tutti, senza preclusioni. La sua identità cattolica non esclude o emargina nessuno. Le differenze ideologiche non sono considerate come motivo di estraneità e di rigetto. Il suo progetto educativo è fondato sul rispetto, sul dialogo, sull’attenzione all’altro, sull’empatia, sulla solidarietà, sui valori universali. Chiunque può quindi riconoscervisi. Ed inoltre è un progetto che viene proposto non imposto perché costruito sulla libertà. La libertà di coscienza è una soglia che nessuno nella scuola cattolica tenta di varcare e violare. Il metodo educativo praticato è quello “preventivo” che anticipa i bisogni e le richieste dei giovani, che fa sì che gli adulti li accompagnino con amorevolezza e discernimento nel loro cammino di crescita come padri amorevoli, che assume la speranza come guida orientativa nella loro riuscita nonostante le inevitabili cadute e resistenze, che si fa carico che tutto sia predisposto in modo tale che tutti si sentano come a casa propria.

  1. Una scuola con pratiche d’eccellenza

 Tutte, o quasi, le scuole cattoliche hanno delle pratiche educative, didattiche, organizzative di grande eccellenza, che ne fanno la loro grandezza, la loro “appetibilità” da parte delle famiglie, che pur di accedervi con i loro figli si sottomettono anche a gravosi pesi economici benché avrebbero la possibilità di utilizzare la scuola statale a costo zero. Tuttavia queste pratiche, erroneamente, rimangono nel chiuso della singola scuola, non sono fatte conoscere all’esterno e, quindi, non contribuiscono a costruire quell’immagine pubblica, d’eccellenza appunto, della scuola cattolica che merita di avere e che porrebbe fine a certi “luoghi comuni” di chi l’osteggia e la denigra; come pure non diventano di esempio e di stimolo per altre scuole cattoliche per essere opportunamente replicate. E’ una risorsa che rimane soffocata, uno sperpero incomprensibile. La loro pubblicizzazione e disseminazione, per le ragioni appena richiamate, deve diventare un comportamento abituale di tutti.

Rispetto a questo argomento della pubblicizzazione e disseminazione possono dare un contributo decisivo le nuove tecnologie digitali per la facilità del loro utilizzo, la versatilità degli usi, la pervasività della loro azione, la limitatezza dei costi.

  1. Una scuola autonoma e flessibile

 La scuola paritaria cattolica è tenuta al rispetto degli “ordinamenti generali dell’istruzione”. (Legge 10 marzo 2000, n. 62, art.1.2). Ciò non significa omologazione alla scuola statale, annullamento della sua “piena libertà” e della sua “identità” (Cost. art. 33.4).

L’art. 21 della Legge sull’autonomia (Legge 15 marzo 1997, n. 59) e il suo Regolamento attuativo (DPR 8 marzo 1999, n. 275), offrono ad ogni istituzione scolastica italiana, compresa quella paritaria cattolica, amplissimi spazi che possono essere autodefiniti ed autogovernati. Non si tratta di un’ autonomia “assoluta”, ma “funzionale”. Sebbene questo limite, che é invalicabile, si può operare nell’ambito della didattica (DPR, n. 275, art. 4), dell’organizzazione (art. 5), della ricerca, della sperimentazione dello sviluppo (art. 6) dei curricoli (art. 8), dell’ampliamento dell’offerta formativa (art. 9), della valutazione e dei modelli certificativi di valutazione ((art. 10), dell’innovazione (art. 11), della sperimentazione (art. 12). E’ un orizzonte vasto, all’interno del quale si può e si deve operare, perché la società cambia, i giovani cambiano, le aspettative cambiano.

L’autonomia è uno strumento grande di innovazione e flessibilizzazione come pure di valorizzazione delle professionalità individuali e collegiali. Ma é uno strumento che va gestito con prudenza, saggezza e professionalità perché come tutti gli “strumenti” é in sé ambivalente: a seconda dell’uso che se ne fa può portare a fare scelte giuste o sbagliate. Ogni libertà, come anche in questo caso, presuppone consapevolezza, ponderazione e responsabilità.

L’autonomia delle istituzioni scolastiche è stata la vera ed unica grande riforma di questi ultimi quindici anni; molto più importante anche di quella degli stessi ordinamenti. Ma è stata una riforma poco o impropriamente praticata dalle scuole e spesso insidiata dall’apparato burocratico ministeriale. Con l’esercizio corretto della autonomia possono essere compiuti passi veloci in avanti che precorrano il lento e faticoso processo delle riforme ufficiali e diano risposte immediate alle istanze che salgono dalla società.

Ma l’attuazione dell’autonomia ha bisogno di essere sorretta da una grande professionalità, da un grande impegno, da una grande motivazione da parte dei dirigenti e docenti, perché essere esecutori di disposizioni ed indicazioni altrui piuttosto che ideatori e decisori è più facile e si è sollevati da pesanti responsabilità. Ma è qui che si compie il miracolo: da dipendenti e governati dall’alto si passa ad essere liberi professionisti, “cittadini attivi” dell’educazione, “autoimprenditori” della scuola.

Roma 12 gennaio 2014