Archivio mensile:novembre 2013

Autonomia e parità nel sistema educativo nazionale di istruzione e formazione

Giuseppe Dalla Torre

Premessa

Mi sia consentito iniziare con una citazione, che ci riporta indietro nel tempo. “Lo Stato deve elevare intellettualmente i cittadini liberandoli dall’ignoranza e garantendo la libertà della scuola. Riconosciuti i diritti naturali della famiglia e della Chiesa, affermiamo che lo Stato ha una funzione ausiliaria nel campo della scuola. Libertà della scuola significa lotta contro i monopoli scolastici, che avviliscono la cultura, lotta per il riconoscimento dei diritti della scuola privata, lotta per l’insegnamento religioso da impartirsi in tutte le scuole secondo la tradizione cattolica della famiglia italiana lotta per l’elevazione soprattutto delle classi umili. Oggi ritornano di moda le vecchie rimasticature sulla scuola laica con argomenti che sanno di muffa e di tanfo. La scuola laica è pure una scuola confessionale, cioè agnostica e scettica. Non si devono dimenticare le critiche mosse alla scuola laica da un filosofo che non fu cristiano. Se la confessione laica non ha credenti, egli osservava, è colpa della mancanza di persuasione che la fede laica ispira: manca di luce intellettuale e di calore spirituale che sono necessari per formare gli uomini, per plasmare le anime. E non si forma l’uomo spiegando gli aoristi del greco di Platone, ma facendo conoscere la fede di Platone nell’anima immortale. Non si può essere neutrali verso ciò che non ammette neutralità, perché è ciò che disciplina tutta la vita. È giusto rispettare la libertà, ma chi crede nello spirito ha non solo il diritto ma anche il dovere di educare alla scuola dello spirito, come chi crede nella materia educherà alla scuola della materia. L’educazione non può prescindere dall’anima. Non è neutralità insegnare le vite di Cornelio Nepote e non la vita di Gesù. Non si può insegnare la verità prescindendo dalla Verità somma, come non si può insegnare la legge morale prescindendo dal Sommo Bene. Si teme la cosiddetta «scuola dei preti», la scuola delle «imposizioni». Ma, fu giustamente osservato, nessuna imposizione ha un valore educativo se non si traduce in una accettazione, in una convinzione. L’amore della verità e il metodo critico non possono essere monopolio dei razionalisti, come se il cristianesimo non fosse una scuola di libertà e di ragione, una scuola di vita spirituale”.

Il testo, ormai dimenticato dai più, è di un noto filosofo del diritto, giornalista ed uomo politico della cosiddetta “ Prima Repubblica” Guido Gonella. Esso è tratto dalla lunga, articolata relazione pronunciata da Gonella, che fu anche Ministro della Pubblica Istruzione, al I Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, tenutosi a Roma dal 24 al 27 aprile 1946. Una relazione pervenuta a noi nella sua semplice veste di resoconto stenografico, nella quale veniva delineato a grandi linee il programma politico dei cattolici, agli albori della nuova Italia. Una relazione in cui si possono riscontrare, in molti casi puntualmente, molte delle idee che poi sarebbero divenute norme della nostra Carta costituzionale.

Alcuni punti nodali

Il testo di Gonella suona ridondante e talora enfatico: cosa comprensibilissima tenuto conto del contesto in cui fu pronunciato e delle finalità sottese. E risulta anche, per la sensibilità di noi moderni, legato in parte ad un contesto socio-culturale di un’Italia che è ormai tramontata da tempo. Ma contiene pensieri forti tuttora di grande attualità. Innanzitutto l’idea che compito dello Stato sia quello di elevare anche intellettualmente i consociati. Ciò è postulato dalla centralità della persona umana, al cui servizio lo Stato è posto; dalla sua radicale ed ineliminabile dignità, termine quest’ultimo che sta ad indicare la eccellenza di cui gode l’uomo nella scala dei viventi; dal ruolo che formazione ed educazione hanno nel fare dell’uomo una persona; dalla constatazione che l’ignoranza, cioè la mancanza di educazione e di istruzione, è fattore discriminante che emargina e rende diseguali. Da questo punto di vista l’intervento dello Stato nel campo della scuola risponde al suo dovere di ^rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti [i lavoratori] all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art 3 Cost). Poi l’idea della libertà della scuola. Da notare che Gonella parlava di libertà della, non di libertà nella scuola. Faceva cioè riferimento ad una pluralità di modelli formativi, aventi evidentemente origine dalla società civile e riflesso del pluralismo in essa esistente, e non alla libertà di insegnamento come aspetto particolare della libertà di manifestazione del pensiero e quindi anche (ma non solo) come diritto del docente di essere immune da coercizioni esterne dirette a vincolare il suo magistero ad un modello educativo imposto dall’alto. Quindi lotta contro i monopoli educativi, di cui il Novecento, anche in Italia, ha fatto triste esperienza. Di qui l’accentuazione dell’idea di una “funzione ausiliaria” dello Stato in relazione alla scuola, nella misura in cui allo Stato spetta creare le condizioni – normative, economiche ecc.- che consentano la proposizione e la realizzazione di una pluralità di modelli formativi alle diverse soggettività sociali, a cominciare dalla famiglia che naturaliter è titolare primario del dovere-diritto di educare i figli. Ed ancora la fondamentale annotazione sulla impossibilità di un’ educazione e di un insegnamento neutrali, sia sotto il profilo soggettivo che sotto quello oggettivo. Da un punto di vista soggettivo, perché la funzione docente è sempre indissolubilmente legata al fascio di idee, sentimenti, convinzioni, proprie di chi insegna, sicché un insegnamento neutrale è una mera utopia; da un punto di vista oggettivo, perché la formazione della persona non procede per astrazione, ma per proposizione e confronto di modelli concreti, a cominciare da quelli che attengono alle concezioni dell’uomo, del mondo, della vita. Infine la rivendicazione al cristianesimo di essere portatore di una “naturale amicizia” -per usare un’incisiva espressione di Benedetto XVI – tra fede e ragione, perché – è sempre Papa Ratzinger che parla – Le désir de Dieu include l’amour des lettres”. Il che legittima in pieno la pretesa della Chiesa, da sempre, e dunque dei cristiani, di essere titolari di un dovere-diritto nell’ambito educativo e scolastico.

La Costituzione scritta e la Costituzione vivente

Le idee forza sulla questione scolastica, contenute nella relazione di Gonella, solo in parte hanno avuto accoglimento nel testo costituzionale. La centralità della educazione ed istruzione per rapporto al divenire persona dell’uomo è idea sottesa, ma non esplicitamente presente nel testo costituzionale. La libertà della scuola è indicata nella disposizione di cui al quarto comma dell’art. 33 Cost, sulle scuole che “chiedono la parità”. Il rifiuto di una educazione di Stato è implicita, potendosi desumere dal combinato disposto di molteplici norme costituzionali. L’idea di Lina funzione ausiliaria dello Stato nel campo della scuola sembra essere assente, a meno che non si voglia leggerla, molto in fondo, nella disposizione per cui <(la Repubblica detta norme generali sull’istruzione” art 33, secondo comma, Cost.). Le responsabilità educative della famiglia (rectius: dei genitori), sono riconosciute e garantite dall’art. 30 primo comma Cost. In tema di impossibilità di un insegnamento neutrale, ciò è in qualche modo implicitamente riconosciuto nel primo comma dell’art. 33 Cost., per il quale l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Quanto poi ai diritti della Chiesa in campo (anche) educativo e scolastico, soccorre in qualche modo il richiamo fatto dal secondo comma dell’art. 7 Cost, al Concordato. Non è il caso di tornare in questa sede nella descrizione e nell’approfondimento delle disposizioni costituzionali in materia scolastica. Basti qui osservare che, tra le materie disciplinate nella prima parte della Costituzione, la scolastica non è tra quelle che godono della migliore espressione normativa; l’art. 33 Cost, non brilla per chiarezza. Non è un caso che, nel concreto, gli oltre sessant’anni trascorsi dall’entrata in vigore della Carta del 1948 abbiano conosciuto in materia un’esperienza giuridica nella quale una Costituzione “vivente” ha fatto aggio sulla Costituzione “scritta”. Il problema non si pone solo per la questione, che qui interessa, della libertà della scuola e segnatamente della funzione della scuola paritaria; ma non si può negare che questo sia stato il nodo più evidente ed in sostanza mai veramente sciolto. Non a caso la question scolaire, come direbbero i francesi, continua ad essere ancora tristemente viva e vitale da noi, mentre nel resto d’Europa le cose vanno in maniera del tutto diversa (anche nella laica Spagna, anche nella laicissima Francia, per non parlare dei Paesi nordici). Come noto, c’è un vizio di origine nel fatto che, in materia di libertà della scuola, la Costituzione vivente si sia sostituita alla Costituzione scritta; o se si vuole, sia prevalsa una interpretazione restrittiva ed ideologica della disposizione costituzionale sulla scuola privata, rispetto ad una interpretazione più coerente non solo con il testo dell’art. 33 Cost., ma anche e più ancora con i valori, i principi e le norme dell’intero testo costituzionale, contravvenendosi così a quell’antico detto della sapienza giuridica romana,secondo cui “incivile est, nisi tota lege perspecta, una aliqua particula eius proposita, iudicare vel respondere” (è incivile, senza esaminare interamente una legge, valutarne solo una piccola parte, o servirsi di questa per emettere giudizi). Il vizio di origine è nell’inciso “senza oneri per lo Stato”, introdotto con un emendamento dei costituenti Corbino e Codignola al testo originario della disposizione. Inutile si è sempre dimostrato il richiamo ai lavori preparatori della Costituente sul punto, dai quali pure risulta l’esplicita dichiarazione dei due costituenti secondo cui l’emendamento da loro proposto – e purtroppo passato nel testo definitivo – non intendeva interdire finanziamenti pubblici alla scuola privata, ma stava solo ad indicare che nessuna scuola privata avrebbe potuto sorgere con una pretesa giuridicamente protetta ad avere il finanziamento statale. Laver voluto ignorare tale chiara precisazione ha costituito da sempre Rappiglio per ogni battaglia non solo contro il finanziamento della scuola privata ma anche, non di rado, contro lo stesso principio della libertà della scuola. E se per la verità, come spesso avviene in Italia, nella prassi un finanziamento statale alla scuola privata si è sempre avuto, si deve tuttavia considerare che esso è avvenuto sempre in forme diverse, parziali e soprattutto precarie (incerte). Se si vuole è qui la gamba mancante della legge sulla scuola paritaria del 10 marzo 2000 n. 62. Non è quindi ultroneo ritornare, ancora una volta, ad una accurata esegesi delle disposizioni costituzionali sul punto. Ed a sgomberare il terreno dal ventilato ostacolo costituito dall’inciso “senza oneri per lo Stato”, basti qui osservare che esso si trova nel terzo comma dell’art. 33 Cost,in cui è sancito il diritto di “enti e privati […] di istituire scuole ed istituti di educazione”, mentre la disciplina delle scuole paritarie è collocata altrove, nel quarto comma del medesimo articolo. La Costituzione, in altre parole, distingue tra scuole private e scuole paritarie: le prime sono istituite senza oneri per lo Stato, non le seconde. La distinzione è logica, perché in virtù della libertà di insegnamento riconosciuta a tutti, ognuno può fondare scuole di ogni tipo, istituire liberi corsi di formazione in qualsiasi materia, senza limiti che non siano quelli derivanti da ciò che è giuridicamente lecito; ma proprio per questo non vi è alcun diritto a pretendere un finanziamento pubblico, né un dovere dello Stato di finanziare. Viceversa il caso delle scuole paritarie. Tant’è che per esse la legge fissa diritti ed obblighi precisi, cui corrispondono la legittimazione a rilasciare titoli di studio con valore legale ed il diritto a richiedere (ed ottenere) il finanziamento pubblico, al fine di poter assicurare – come dice il testo costituzionale -ai loro alunni il ^trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Giova notare che della categoria costituzionale delle scuole paritarie fanno parte non solo scuole di origine privata, cioè scuole che traggono vita dalla società civile, ma anche scuole pubbliche non statali, come esemplarmente le scuole materne comunali. La Costituzione non distingue. Nel caso di scuole paritarie pubbliche, si tratta di istituti che, nascendo per iniziativa di soggetti pubblici (come nel caso delle scuole materne i Comuni), per loro stessa natura godono di finanziamento pubblico: se il “senza oneri” si riferisse anche alle scuole paritarie, anche a quest’ultime tale finanziamento dovrebbe essere interdetto.

La questione della laicità

Una questione largamente e spesso evocata in materia scolastica è quella della laicità. Nel caso delle scuole pubbliche (si pensi ai tornanti dibattiti sull’IRC o sull’esposizione del Crocifisso), per evocare una impossibile “neutralità” dell’opera educativa e formativa. Nel caso delle scuole private di carattere religioso, ed in particolare delle scuole cattoliche, per affermare un preteso contrasto con la ragione che sarebbe sottesa ad un monopolio pubblico in materia: quella di formare alla cittadinanza, che unisce, e non alle differenze che dividono. Si tratta invero di una questione impropriamente sollevata. Giova al riguardo richiamare la polisemia del termine “laicità”che vuol dire tutto e il contrario di tutto: dalla lotta alla religione o quantomeno alla sua marginalizzazione nel privato (laicismo), alla distinzione fra ambito politico ed ambito religioso. La dottrina cattolica proclama una sana laicità o una laicità positiva, memore dell’insegnamento del Signore di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Si deve poi rilevare che la laicità può essere qualificazione dello Stato, ma non della società civile. In questa sono le fedi religiose; in essa si esplicitano le libertà individuali, collettive, istituzionali in materia religiosa e di coscienza. Lo Stato laico “si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini” secondo la nota sentenza 203 del 1989, sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, nella quale la Corte costituzionale affermò essere la laicità uno dei principi su- premi dell’ordinamento costituzionale. La società civile, viceversa, è pluralista, quindi non laica. Ciò significa che la laicità appartiene alla sfera della politica, non alla sfera del pubblico; che le credenze individuali – religiose o ideologiche – non devono inquinare la politica, ma debbono – e non può essere altrimenti, pena la caduta in un utopismo irrealistico o in un ideologismo – essere presenti nella pubblica agorà. Infine si deve ricordare che laicità delle istituzioni politiche – dallo Stato agli enti locali – non significa indifferentismo nei confronti del fatto religioso (o ideologico), ma imparzialità (cfr. art. 97, primo comma, Cost.), e che il modello di laicità presente nel testo costituzionale è qualificato da un favor religionis. Lasciando da parte la questione della laicità nella scuola statale, per quanto attiene alle scuole paritarie si può conclusivamente osservare: che esse sono specchio del pluralismo esistente nella società civile; che esse si muovono nello spazio pubblico, non politico, nel quale si entra e si opera con la propria identità e le proprie convinzioni; che esse sono funzionalmente connesse alla salvaguardia di tale pluralismo. Da tutto ciò deriva la conseguenza che un sano principio di laicità dello Stato non si oppone alla sussistenza della scuola non statale, tutt’altro. Anzi, proprio in quanto laico, cioè neutrale ed imparziale nei confronti dei credo sussistenti nel corpo sociale, lo Stato è chiamato ad adoperarsi per tutelare la sussistenza di scuole paritarie ed a creare le condizioni – normative, economiche, ecc. -che ne favoriscano l’adempimento delle finalità loro proprie. Uno Stato che non facesse ciò, non sarebbe uno Stato laico ma laicista, ideologico, in quanto portatore di un “credo” che si contrappone agli altri.

La questione dell’autonomia

Le considerazioni che precedono inducono a toccare una questione: quella dell’autonomia. La legislazione italiana in materia scolastica, che un tempo era fondata sulla contrapposizione tra scuola pubblica e scuola privata, contempla oggi un sistema di formazione ed istruzione nazionale improntato ad una tipologia differenziata: scuole statali, scuole paritarie di origine pubblica, scuole paritarie di origine privata. Si tratta di un modello che è venuto avvicinandosi – anche se non giungendo ad uniformarsi completamente – a quello da sempre sussistente nell’ambito della formazione universitaria posto che quello universitario nazionale è un sistema unitario costituito da Università statali ed Università non statali, le une come le altre enti pubblici, tra cui esiste una piena osmosi. La normativa vigente è altresì ispirata al principio dell’autonomia scolasticache per quanto attiene alle scuole paritarie costituisce un aspetto strutturale della libertà in materia educativa e formativa, laddove la sussidiarietà ne è il principio funzionale. Giova notare che nella sua progressiva affermazione nella normativa e nella amministrazione, il principio dell’autonomia scolastica è stato inteso e sviluppato su terreni diversi: innanzitutto come decentramento, cioè come diversa organizzazione sul territorio dei pubblici poteri; poi come partecipazione, vale a dire come coinvolgimento degli utenti – studenti, famiglie, ma per altri aspetti anche docenti e personale non docente – nella organizzazione dei servizi, diretta a favorire una loro prestazione più efficiente ed efficace; infine come gestione amministrativa ed – almeno in parte – autonomia contabile e finanziaria. Ciò sta ad indicare che l’autonomia scolastica è stata precipuamente pensata e realizzata per il comparto pubblico-statale della scuola. Per quanto attiene alle scuole paritarie di origine privata, che qui interessano, l’autonomia sancita dalla legge n. 62 del 2000 è stata opportunamente intesa come “piena libertà per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico” (art 3), quindi diritto di avere (”un progetto educativo della scuola”, ancorché ”in armonia con i principi della Costituzione”, nel quale trova espressione “l’eventuale ispirazione di carattere culturale e religioso” dell’istituzione scolastica. Trattasi di una autonomia che esprime la cosiddetta “tendenza” delle scuole che sono nate dalla società civile e che, dunque, è posta a garanzia della libertà della scuola e del pluralismo sociale. Si deve notare che la legge n. 62, costituente preziosa ma tardiva attuazione delle disposizioni costituzionali sopra richiamate, reca in sé qualche ambiguità. Una attiene al terreno che potremmo definire ontologico, vale a dire di quello che è l’obbiettivo che il legislatore ha inteso perseguire: la tutela e promozione del pluralismo scolastico, l’espansione dell’offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione dall’infanzia lungo tutto l’arco della vita” art. 1). Nel primo caso la legge costituisce l’attuazione sul piano della legislazione ordinaria del principio costituzionale della libertà della scuola; nel secondo caso essa rappresenta una applicazione del principio di sussidiarietà di cui all’ultimo comma dell’art. 118 Cost. In quest’ultimo caso la parità scolastica rappresenterebbe in sostanza una sostituzione del soggetto privato allo Stato, giustificato dal fatto che questo non riuscirebbe altrimenti a soddisfare la domanda di istruzione. Altra ambiguità, in qualche modo discendente dalla prima, è quella per cui la scuole paritarie di origine privata, in quanto “svolgenti] un servizio pubblico”, “accolgono chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi senza peraltro che siano comunque obbligatorie per gli alunni le attività extra-curriculari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa), (art. 3). Perché il proporre un progetto educativo originale, che è offerto alla libera accettazione da parte dell’utente del relativo servizio scolastico, risponde a la libertà della scuola; la non obbligatorietà delle attività – seppure extracurricolari – di carattere ideologico o religioso, risponde viceversa alla esigenza di assicurare la scolarizzazione anche laddove il pubblico non arriva con le sue scuole. Libertà e sussidiarietà appaiono in questo caso non coordinate, ma contrapposte. Si tratta di ambiguità che fanno anche luce -almeno in parte – sulla annuale querelle del finanziamento pubblico, di cui le scuole materne paritarie sono in modo particolare vittime. Quantomeno perché non pare ragionevole che, se dette scuole sono considerate come sussidiarie del pubblico, il loro finanziamento sia precariamente affidato alle volubili determinazioni delle leggi relative al bilancio, ancorché determinate dalle esigenze finanziarie del momento. Se la scuola paritaria privata svolge un servizio di istruzione in luogo dello Stato odi enti pubblici locali, è logica conseguenza che essa venga finanziata allo stesso modo delle scuole statali.

Identità della scuola paritaria e attività educative

Se l’identità della scuola paritaria è principio ricavabile dalle norme costituzionali, l’identità delle scuole paritarie cattoliche trova ulteriore riconoscimento e tutela nel secondo comma dell’art. 7 Cost., nella misura in cui richiama l’art. 9, comma primo, del Concordato. Per quanto riguarda in particolare queste scuole, la situazione normativa attuale pone alcune problematicità. Una riguarda il peculiare progetto educativo in rapporto alle attività di carattere religioso. È evidente che tale peculiarità deve essere individuata in un’area resa disponibile, rispetto a quella vincolata dal legislatore e costituita da un lato dai “principi di libertà stabiliti dalla Costituzione repubblicana), cui l’insegnamento deve essere “improntato” (art 3 legge n. 62),dall’altro lato da una “offerta formativa conforme alle leggi e alle disposizioni vigenti”(art 4 lett. a). Si tratta di vincoli assolutamente condivisibili e necessari, giacché la Costituzione è il ”collante” che tiene unite le diversità esistenti nella moderna società; è la “casa comune” nella quale abbiamo convenuto di vivere insieme, nonostante le identità differenti; è il “ring” i cui confini non sono superabili, entro il quale si svolge la dinamica del pluralismo; è, per riprendere il Maritain de L’uomo e lo Stato, la “religione secolare” in cui, per definizione, tutti ci riconosciamo. E la scuola, statale o paritaria, pubblica o privata, è chiamata innanzitutto a fare dell’uomo un cittadino. Ma se si toglie l’area vincolata, dove si e- spande la riconosciuta libertà educativa che trova espressione in un progetto peculiare? Nell’ambito delle mere scuole pedagogiche o didattiche? Delle diverse esperienze maturate nel campo dell’apprendimento? Se tutto si riducesse a ciò, l’autonomia garantita sarebbe ben povera cosa. Qui entra in gioco la religione. Che non è solo insegnamento religioso, né solo orientazione dei vari insegnamenti secondo i valori cristiani. Anche perché si tratta di progetto ‘educativo^ e non solo formativo o didattico. Sicché alla fine appare ben difficile poter distinguere e separare un progetto educativo cattolicamente informato, da attività -necessariamente extracurricolari, giacché quelle curricolari rientrano nell’area vincolata (conformemente ”agli ordinamenti e alle disposizioni vigenti”)- che non siano religiosamente improntate. Un altro ambito di problematicità riguarda l’applicabilità alle scuole cattoliche paritarie delle disposizioni concordatarie sull’insegnamento della religione cattolica. Come noto l’art. 9 n. 2 del Concordato dispone che la Repubblica italiana “continuerà ad assicurare (…)l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”. A tale principio seguono poi le disposizioni contenute nel Concordato stesso e nelle intese stipulate dal Miur con la Conferenza episcopale italiana. Al fine di individuare le scuole che sono oggetto della disciplina concordataria, occorre preliminarmente osservare che in base alla citata disposizione il soggetto obbligato ad assicurare l’insegnamento è la Repubblica, quindi non lo Stato-persona ma lo Stato-apparato. Sempre nella disposizione concordataria, d’altra parte, non si parla di scuole statali ma di scuole pubbliche. Ciò significa che l’impegno assunto dallo Stato riguarda non solo le scuole statali, ma anche quelle gestite da enti pubblici nazionali, locali, territoriali o comunque qualificati tali, con Tunica eccezione delle scuole gestite dalle l.p.a.b., “attese le loro peculiari finalità statutarie in materia religiosa ed educativa” (così Ministero della Pubblica Istruzione, Circolare 23 giugno 1986, n. 187). A fronte dell’impegno assunto dallo Stato nel Concordato, si deve ricordare che per legge le scuole paritarie, pur svolgendo un servizio oggettivamente pubblico, dal punto di vista soggettivo possono essere pubbliche o private. Ciò significa che le disposizioni concordatarie e di derivazione concordataria relative all’insegnamento della religione debbono certamente ritenersi applicabili a tutte le scuole paritarie pubbliche, fatta eccezione per quelle delle i.p.a.b. (che in genere sono scuole materne). Un problema si pone invece per le scuole paritarie private, perché qui la veduta ambiguità insita nella legge n. 62 del 2000 induce a conclusioni diverse e contrastanti tra di loro. Difatti se resistenza di scuole paritarie private si giustifica in relazione al principio costituzionale della libertà della scuola (o pluralismo scolastico), sembrerebbe doversi concludere che l’insegnamento della religione cattolica non è da attivarsi obbligatoriamente, pena la violazione del principio pluralistico. Se così non fosse, la libertà della scuola, che è anche libertà di istituire istituti di istruzione aventi una connotazione religiosa, verrebbe ad essere contraddetta, giungendosi alla irragionevole conclusione per cui una scuola paritaria con orientamento confessionale (come ad esempio una scuola ebraica, o valdese, o islamica) sarebbe costretta all’attivazione dell’insegnamento di religione cattolica, ferma restandone la facoltatività della fruizione. In questo caso dunque l’attivazione dell’insegnamento in questione sarebbe una scelta rimessa all’autonomia delle istituzioni scolastiche; nel caso specifico delle scuole paritarie cattoliche, sarebbe un diritto-dovere che troverebbe attuazione attraverso una autonoma decisione di rinviare alle disposizioni concordatarie e canoniche che regolano la materia. Ma qui si pone un ulteriore problema, perché per coerenza con quanto detto sin qui si dovrebbe concludere che nel la scuola cattolica l’insegnamento della religione, in quanto particolare ed essenziale attualizzazione dell’orientamento educativo, non può essere di per sé facoltativo. Nel definito contesto italiano, in un sistema scolastico plurali- stico in cui è data libertà di scelta tra diverse proposte formative, la proposta della scuola cattolica non può non essere qualificata -per usare l’incisiva espressione del testo originario del Concordato – dal considerare “fondamento e coronamento dell’istruzione (…) l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica” (art. 36 Conc. lateranense). Viceversa se si ragiona ritenendo che l’esistenza di scuole paritarie private è legittimata in virtù del principio costituzionale di sussidiarietà, inteso peraltro nel senso che queste scuole si attivano con ruoli di supplenza in luogo dello Stato o di altri soggetti pubblici. In questo caso la scuola paritaria non è diversa dalla scuola pubblica (dello Stato o di altri soggetti pubblici), che per definizione è la scuola di tutti, per tutti, a- perta a tutti, nella quale ciascuno deve potersi trovare a proprio agio. In questo contesto è pensata la disciplina concordataria dell’l RC: in siffatte scuole,infatti, l’insegnamento religioso deve essere assicurato per la semplice ma evidente ragione di rendere concretamente fruibili a tutti le libertà di religione e di educazione. Perché anche qui è compito dello Stato evitare discriminazioni nascenti da situazioni oggettive e rimuovere gli ostacoli che impediscono la concreta e piena realizzazione del principio di eguaglianza (eguaglianza in senso sostanziale: art. 3, secondo comma Cost.). Giova notare in merito che l’insegnamento della religione cattolica è curricolare nella scuola pubblica proprio in quanto scuola laica, che quindi non ha una ispirazione religiosa ma non può negare, in ragione della laicità, il soddisfacimento della domanda di saperi religiosi. Non a caso la curricolarità dell’insegnamento di religione cattolica è caratterizzata dal peculiare regime di una obbligatorietà oggettiva e di una facoltatività soggettiva. Conclusivamente si può dire che nella seconda ipotesi, prevedendo la legge che le scuole paritarie debbono adeguarsi agli “ordinamenti generali dell’istruzione”(art. 1,n. 2), e rientrando a pieno titolo l’insegnamento di religione cattolica in tali ordinamenti, anche le scuole paritarie private -tutte, obbligatoriamente – sarebbero tenute ad attivarlo secondo la normativa concordataria.

Una riflessione conclusiva

Vorrei concludere ripetendo una citazione che ebbi già modo di fare in altra simile occasione. ”Potete disporre voi dei vostri figli come volete, affidare a chi volete la cura di istruirli e formare la loro morale? E se non lo potete, come potete dirvi liberi?”. Non sono parole di un integralista, né espressioni di una mentalità chiusa e provinciale. Sono parole che vengono dalla Francia dell’Ottocento, dove la quéstion scolaire era già viva e vivacemente dibattuta. Sono parole di Félicité Robert de Lamennais, uino dei più noti esponenti del cattolicesimo liberale di oltralpe, scritte in un ‘opera condannata dalla enciclica Singulari vos (1834) ma ben accolta da repubblicani, mazziniani e socialisti. La legge n. 62 del 2000, con molti pregi e varie imperfezioni, ha cercato di dare una prima soluzione alla nostra questione scolastica. È una significativa apertura di libertà, che per essere piena abbisogna ancora, peraltro, di perfezionamenti normativi e di prassi amministrative coerenti. Altrimenti quello di Lamennais continuerà a porsi, presso di noi, come un interrogativo retorico.

(Seminario FISM, Roma 16 novembre 2013)