Archivio mensile:ottobre 2013

Etica e impegno sociopolitico alla luce del Vangelo

Bruno Forte

  1. La domanda del bene comune

 Uno sguardo anche rapido alla situazione dell’Italia d’oggi mostra con evidenza i tratti di un Paese stanco e diviso. La stanchezza si profila non solo nei segni preoccupanti di recessione economica, nella perdita di competitività di molte delle nostre aziende, nella diffusa incapacità a elaborare e perseguire una progettualità di largo respiro, ma anche e soprattutto nella perdita di carica utopica, riscontrabile specialmente fra i giovani, nella penuria di speranza che si avverte tanto nella vita personale, quanto nell’impresa collettiva, nella disaffezione all’impegno politico, che sembra diventato sempre più monopolio di una casta, che si riproduce per clonazione, e spesso al ribasso. Una delle ragioni di questa stanchezza diffusa è l’alto tasso di litigiosità della politica, espressione di divisioni profonde, radicate in logiche di parte prigioniere dei propri particolarismi e incapaci di alzare lo sguardo all’orizzonte più ampio ed esigente del bene comune. Non è difficile osservare come la gente senta distante il dibattito politico, non concentrato sui problemi reali delle famiglie: lavoro, salute, casa, giovani, scuola, sanità, anziani. Intere aree del Paese aspettano dal potere centrale un’attenzione che non c’è. L’Italia di oggi appare più che mai bisognosa di cambiamenti profondi, capaci di generare nuovo futuro.

Si avverte, perciò, da parte di molti l’esigenza che venga riscoperto nell’impegno sociale e politico il primato del bene comune. Ci si chiede, però, se sia ancora possibile parlare realisticamente del “bene comune” come principio fondamentale dell’agire politico nel nostro Paese. C’è chi per sostenere l’inattualità del motivo del “bene comune” invoca la “società liquida” postmoderna, dove tutti hanno il proprio modo di comprendere il bene, spesso in antitesi ad altre visioni: è questo che renderebbe impossibile individuare mete condivise, per cui ci si dovrebbe accontentare di regole minime per garantire la reciproca tolleranza, rinunciando a ogni  interesse per il “bene comune”. C’è chi, constatando la sproporzione fra le energie spese a proporre e sostenere leggi che riguardano pochi e quelle destinate ai problemi che riguardano tutti, conclude che siamo ormai nel tempo in cui la legge del più forte ha soppiantato la forza della legge, lasciando libero campo al potente di turno perché tuteli e promuova i propri interessi, anche a scapito di quelli dei più. Alcuni comportamenti privati di uomini pubblici, poi, segnati da un’impressionante decadenza etica, confermano la lontananza vistosa fra agire politico e tensione morale.

Il “bene comune” appare disatteso, irrilevante: ne deriva una diffusa sensazione di disgusto verso gli scenari della politica, che in alcuni diventa tentazione di disimpegno e di qualunquismo, in altri perfino di rivolta.

Una considerazione fatta molti anni fa da Corrado Alvaro può essere utile per reagire a un simile quadro: “La tentazione più sottile che possa impadronirsi di una società è quella di pensare che vivere rettamente sia inutile”. Per ritrovare il senso e la passione del “vivere rettamente” mi sembra necessario tornare alla forza ispiratrice   critica del “bene comune”: è questo, in particolare, lo stimolo che la Chiesa ha il dovere di offrire. Il Concilio Vaticano II aveva definito il “bene comune” come “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettività che ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”1. Il servizio del “bene comune” implica, dunque, la responsabilità e l’impegno per la realizzazione piena di tutti e di ciascuno come condizione fondamentale dell’agire politico. Questo è possibile solo se il “bene comune” non è la semplice risultante della spartizione dei beni disponibili, ma una meta che trascende ciascuno con la sua esigenza morale e proprio così ci accomuna. Aver a cuore la promozione e la tutela della vita di tutti; servire la crescita di tutto l’uomo in ogni uomo, mettendo al centro la dignità di ogni persona umana, quale che sia la sua condizione, la sua storia, la sua provenienza e la sua cultura; obbedire alla verità, sempre: questo è impegnarsi per il “bene comune”.

L’impegno per il “bene comune” è allora piuttosto uno stile, caratterizzato da alcune scelte di fondo, da richiedere a chi sia impegnato o voglia impegnarsi in politica. Quali sono queste scelte? In una delle sue omelie Papa Francesco ha caratterizzato così i caratteri fondamentali di chi voglia impegnarsi per il bene comune: sia anzitutto uno che “ama il suo popolo”, perché “un governante che non ama, non può governare: al massimo potrà disciplinare, mettere un po’ di ordine, ma non governare”. E ha insistito: “Non si può governare senza amore al popolo e senza umiltà!”. Ai credenti, poi, il Vescovo di Roma ha ricordato come essi non possano non interessarsi della cosa pubblica: “Nessuno di noi può dire: Ma io non c’entro in questo, loro governano… No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il

meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso. La politica – dice la Dottrina Sociale della Chiesa – è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani! Tutti dobbiamo dare qualcosa!”2. A partire da questa visione del servizio al bene comune come impegno d’amore mi sembra possibile delineare i tratti necessari a chi voglia mettersi in gioco in tal senso.

  1. Il profilo etico necessario per servire il bene comune

 La prima caratteristica necessaria per contribuire al superamento della stanchezza e delle divisioni del Paese è avere uno sguardo capace di spingersi lontano e in alto. La paura e l’abdicazione si vincono solo guardando a mete grandi, ardue, ma possibili. Occorrono testimoni di speranza, che diano soffio e slancio all’azione sociale e politica, sapendo guardare all’ultimo orizzonte e alla patria vera: donne e uomini capaci di pensare in grande, di osare per una meta giusta ed alta, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che valga la pena. Per il cristiano questo vuol dire tenere desta nella mente e nel cuore la sua “riserva escatologica”, quel potenziale cioè di attesa, di carica profetica, di speranza della fede,

che impedisce di arrendersi di fronte alle esigenze – spesso brutali – della “Realpolitik” o degli interessi di corto raggio degli egoismi personali o collettivi. La speranza dei grandi orizzonti di giustizia e di pace per tutti è la prima e profonda molla di un credente che voglia impegnarsi al servizio degli altri: “Beati coloro che sognano: porteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato” (dom Helder Camara). Chi misura la prassi sociale e politica con l’orizzonte della speranza più grande e affidabile, non si limiterà a giudizi meramente pragmatici nelle scelte da fare. La tattica dei piccoli passi deve unirsi alla strategia delle grandi mete, dei sogni e delle speranze collettive.

C’è bisogno, perciò, di protagonisti capaci di misurarsi costantemente con lesigitività dei giudizi etici, con le richieste dell’amore di Dio e dell’obbedienza alla Sua volontà. Non si vive di solo pane: occorre promuovere con tutta la vita la dignità della vita, con il soddisfacimento dei bisogni materiali la cura delle esigenze spirituali.

Come affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, morto martire della barbarie nazista in campo di concentramento: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l’adorazione vera”. Abbiamo bisogno di uomini e donne disposti a soffrire per la verità, pronti a non cedere al compromesso morale, decisi nel rifiutare la menzogna e il vantaggio egoistico: in una parola, disposti a misurarsi costantemente col giudizio di Dio sulla storia e sulle singole vicende umane. Donne e uomini eticamente impegnati, che non sbandierino valori non vissuti in prima persona, almeno sul piano della tensione e dello sforzo onesto. C’è necessità di chi parli di custodia della vita impegnandosi a difendere ogni vita, in ogni fase, contro la violenza dell’aborto e la disumanità dell’eutanasia, come contro la barbarie del terrorismo e della guerra, specialmente della cosiddetta guerra preventiva intesa come strumento di pace.

Chi s’impegna per il bene comune alla luce della speranza più grande e nella tensione di un giudizio etico costantemente sottoposto al vaglio del disegno di Dio sulle vicende umane, non potrà non proporsi come scopo prioritario del suo agire il servizio. È così che la politica può diventare altissima forma di carità, come diceva Paolo VI con termini di immutata attualità: “La politica è una maniera esigente anche se non la sola di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri…”. Condizione indispensabile di un autentico impegno al servizio del bene comune è l’essere disinteressati, non attaccati al denaro e al potere, umili e senza pretese: “Chi è troppo attaccato al denaro scriveva don Luigi Sturzo, straordinario ispiratore dell’impegno politico dei cattolici non faccia l’uomo politico né aspiri a posti di governo. L’amore del denaro lo condurrà a mancare gravemente ai propri doveri”. L’avidità e la sete di denaro e di potere sono tarli della coscienza particolarmente dannosi a chi voglia impegnarsi al servizio del bene comune! In proposito Desmond Tutu, vescovo anglicano premio Nobel per la pace per il suo impegno contro l’apartheid in Sudafrica, ispirandosi al Vangelo affermava: “Gesù cercò di diffondere un nuovo paradigma del potere: potere e forza non sono finalizzati al conseguimento del proprio tornaconto personale, non sono strumenti di dominio, non devono servire ad accrescere la nostra autorità, in spregio a qualsiasi legge o convenzione… Il vero potere lo si scopre donando la propria vita, servendo il più debole, il più indifeso”. applicando questo criterio alla scena politica delle nostre democrazie, Tutu aggiungeva: “I veri leader devono prima o poi convincere i loro seguaci che non si sono buttati nella mischia per interesse personale ma per amore degli altri. Niente può testimoniarlo in modo più convincente della sofferenza”. Lo strumento di cui servirsi per la realizzazione dell’impegno sociale e politico finalizzato al bene comune è eminentemente la parola. “Appartenere alla massa e possedere la parola”: così don Lorenzo Milani descriveva le condizioni fondamentali di un autentico servizio ai poveri. Il cristiano solidale con la massa dei bisogni umani è generato alla fede dalla Parola di Dio, e sotto il giudizio di questa Parola vuole vivere e morire. Credere nella potenza della Parola rivelata vuol dire però anche credere nella capacità delle parola umana di farsi veicolo di verità, di giustizia e di amore. E questo significa credere nella fecondità e nell’efficacia del buon uso della ragione, di una ragione, cioè, rigorosamente aperta all’ascolto di Dio e degli uomini e radicalmente impegnata a porsi le vere domande e a cercare le risposte vere. La parola sarà di volta in volta analisi, lettura, interpretazione, giudizio, decisione: essa veicolerà denuncia, annuncio, proposta, giudizio di condanna e di approvazione. Il cristiano che voglia impegnarsi per la causa del bene comune, al servizio della giustizia per tutti, dovrà coltivare al massimo l’amore alla parola, anzitutto alla Parola di Dio, ma anche a tutte le espressioni migliori della parola umana, per imparare a discernere nella complessità della storia i segni dei tempi, le speranze e le attese, ciò che ha bisogno di cambiamento e ciò che invece va mantenuto e promosso. Allargare gli spazi della razionalità, nella fiducia profonda che fede e ragione lungi dall’opporsi si nutrono e promuovono reciprocamente; stimolare il dialogo a tutti i livelli, privilegiando la concertazione alle avventure dispotiche ed esclusivamente di parte; dare voce a chi non ha voce, parola e linguaggio a chi non ce l’ha; osare di essere parola viva al servizio della causa di Dio e della verità, soprattutto in questioni etiche in cui siano in gioco valori assoluti: queste sono le sfide cui si apre chi sceglie la parola come strumento di azione politica e di servizio sociale. La fiducia nella parola, infine, deve esprimersi anche in un parlare semplice, schietto e diretto, totalmente lontano dal “politichese” oggi di moda, usando parole credibili, capaci di mordere la realtà e di entrare efficacemente nelle menti e nei cuori.

Il servizio al bene comune non si attua come avventura solitaria, ma ha bisogno ella comunità da cui attingere ispirazione e forza e con cui verificare l’onestà e l’efficacia dell’impegno. Chi è impegnato nell’azione sociale e politica non dovrà mai servirsi della comunità a proprio vantaggio, in forma strumentale ed egoistica. Il credente, poi, non potrà fare a meno della comunità della Chiesa, dove apprende il linguaggio della giustizia e della pace volute da Dio e dove può aprirsi a quella correzione fraterna, di cui ha quanto mai bisogno. Due atteggiamenti opposti hanno danneggiato questo rapporto nella storia del nostro Paese: da una parte, il collateralismo, che ha spinto talvolta i cristiani a ritenere un unico partito politico braccio secolare della gerarchia e degli interessi della comunità cristiana, e i politici che si fregiavano del nome cristiano a considerare la comunità come fonte di facili consensi e di alleanze sicure. Dall’altra, il disimpegno verso lazione politica, che ha portato al disinteresse e all’abbandono dell’attenzione alle ragioni dei più deboli, che dovrebbe essere sempre vivo nel popolo dei credenti. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati: occorre costruire un rapporto di fiducia e di stimolo critico fra quanti nella comunità si riconoscono nella vocazione al servizio politico e sociale e la comunità nel suo insieme.

Occorre promuovere appuntamenti di riflessione comune e di dialogo, facendo tesoro del patrimonio costituito dalla dottrina sociale della Chiesa, libera tanto dalla cattura di forme ideologiche collettivistiche, rivelatesi insufficienti e alienanti, quanto da quella di un liberismo senza regole, la cui debolezza si è manifestata ancora una volta nella crisi della finanza mondiale cui abbiamo assistito. In questa luce, si comprende quanto possa essere feconda una presenza di cattolici nelle varie espressioni partitiche, per portarvi trasversalmente il fermento della carità evangelica e delle esigenze etiche e spirituali fondamentali, senza cui la vita umana in tutte le sue fasi ed espressioni non può essere né promossa né tutelata. In tal senso, la comunità cristiana dovrà poter riconoscere i portatori delle sue convinzioni non solo in chi si dichiara favorevole ad esse, ma soprattutto in chi dichiarandosi tale dimostra anche di vivere ciò che professa, e mentre fa scelte per la vita nell’esistenza personale e nella legislazione dello Stato, tutela e difende la dignità della vita umana anche col rifiuto della violenza, della guerra, dei pregiudizi razziali e con l’impegno per il superamento dell’ingiustizia sociale in ogni sua forma. Non andrà mai dimenticato che la solidarietà verso il più debole è cartina da tornasole per ogni impegno a difesa della vita!

Un simile impegno esigerà un corrispondente stile di vita, un insieme di comportamenti, di modi di pensare e di agire, maturato in anni di cammino alla scuola di modelli veri e significativi. Questi modelli non sono mancati nella storia del cattolicesimo democratico e sociale: basti pensare a figure come quelle di Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira! Si tratta di persone che hanno unito la fede vissuta e la carità operosa a un rigoroso senso della laicità, intesa come professionalità e competenza nell’azione. È il Concilio Vaticano II a ricordarci che “è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte” (Gaudium et Spes 36). Occorre evitare tanto il clericalismo, che vede l’operatore sociale e politico passivamente dipendente dai dettami della Gerarchia o dagli interessi contingenti della comunità, quanto il laicismo, che postulando una falsa idea dell’autonomia del mondo intende relegare la dimensione della fede e dell’etica unicamente nella sfera del privato e dell’individuale. Dall’esperienza quotidiana di Dio, vissuta nella preghiera e nella carità, i santi della politica hanno attinto la forza del loro impegno generoso al servizio del bene comune, in difesa soprattutto dei poveri e dei deboli. Il loro disinteresse verso il denaro e il potere è stata la forza della loro azione, una delle sorgenti della loro autorevolezza morale, riconosciuta anche da chi non la pensava come loro. E dall’incontro con Dio, essi hanno attinto anche quel senso della cattolicità, che sa temperare le giuste esigenze della situazione locale con quelle della mondialità e abbraccia sempre inseparabilmente il locale e il globale: “Ogni 3,6 secondi scrive ancora Desmond Tutu qualcuno muore di fame, e in tre casi su quattro si tratta di bambini al di sotto dei cinque anni. Se comprendessimo di essere una sola famiglia, non consentiremmo che a nostro fratello o a nostra sorella accadesse una cosa del genere”.

  1. Servire il bene comune oggi in Abruzzo: quattro sfide prioritarie

 Passando ora a chiederci che cosa significa concretamente lavorare per il bene comune in Abruzzo, la lista delle mete cui tendere potrebbe essere lunga. Mi pare tuttavia importante indicare alcune priorità, che si profilano con un carattere di particolare gravità e richiedono interventi tempestivi e urgenti. La prima è il lavoro: sebbene la qualità dei nostri lavoratori sia ampiamente riconosciuta dagli stessi datori di lavoro, la crisi economico finanziaria in atto nel “villaggio globale” si sta ripercuotendo inevitabilmente anche sul tessuto produttivo del nostro Abruzzo. La perdita dei posti di lavoro, il ricorso alla cassa integrazione e alla sospensione della produzione, sono dati di fatto, che gettano profonde inquietudini nella vita delle famiglie ed in particolare in quella dei giovani. Se a tutti è chiesto di stringere la cinghia e di sviluppare le virtù della sobrietà e della solidarietà, indispensabili soprattutto in tempi di crisi, per gli amministratori della cosa pubblica si impongono vigilanza e prevenzione. Occorre sostenere le imprese attraverso interventi mirati nel settore della formazione, dell’innovazione tecnologica e della qualità della produzione. È urgente promuovere la concertazione fra le varie agenzie imprenditoriali, sindacali e formative (con speciale attenzione alla Scuola e all’Università) per individuare settori nuovi di intervento, atti a promuovere l’occupazione (dal turismo, ai poli industriali, all’ulteriore sviluppo dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio legati ai beni della nostra terra). Alle Banche compete la responsabilità etico sociale di non negare prestiti necessari alla creazione di nuove imprese, nell’ambito certo di un rischio sostenibile, rifuggendo però dal protezionismo egoistico dei propri interessi, che porta solo alla paralisi. Un campo su cui concentrare gli sforzi è anche quello relativo alla sicurezza sul lavoro e alla prevenzione degli infortuni. Alla luce di queste urgenze, lo stile di vita dei politici deve essere più che mai credibile, e perciò sobrio e disinteressato, vigile e informato, in continuo contatto con la realtà e i problemi della gente. A essi per primi è giusto chiedere sacrifici, rinunciando a vantaggi personali, mentre si impegnano a servire il bene comune e a promuovere il lavoro di tutti. Chi difende e promuove l’occupazione, difende e promuove la dignità della persona umana e il futuro della collettività!

Particolarmente bisognoso di attenzione nella nostra Regione è l’ambito della sanità: pur convenendo sulla necessità del riassetto della rete ospedaliera, non posso non segnalare la necessità di tener conto dei bisogni della gente sul territorio, perché essi appaiono a volte sottovalutati a favore di una logica aziendale che non si addice ai doveri di un servizio pubblico. La riduzione del tasso di ospedalizzazione è una meta sostenibile, purché non avvenga a costo dei tempi minimi necessari al ristabilimento dei pazienti o a scapito della tempestività dell’intervento connessa alla patologia specifica. La revisione delle convenzioni con il sistema delle cliniche private è improcrastinabile e deve mirare a privilegiare il servizio pubblico, il soddisfacimento dei bisogni reali della salute e la qualità delle prestazioni. Lo sviluppo di regimi di assistenza alternativi al ricovero ospedaliero richiede personale qualificato e strutture ben distribuite sul territorio, anche mediante la razionalizzazione dei servizi. Il contenimento della spesa farmaceutica va senz’altro attuato, ma esige efficaci sistemi di informazione e di educazione alla sobrietà terapeutica. In tutti questi aspetti, al centro dell’attenzione e del rispetto deve essere sempre la persona dell’ammalato e la sua dignità, quale che ne sia la storia, la cultura, la provenienza, l’attività. Chi dovesse speculare sulla salute altrui, non potrebbe sottrarsi al più severo dei giudizi morali, e in ultima analisi al giudizio di Dio, cui nulla sfugge. Connessa all’attenzione prioritaria alla salute come bene comune, non può mancare quella riguardante l’ambiente: la tutela e la promozione di quello che è l’autentico patrimonio collettivo della nostra gente di Abruzzo è dovere primario di ogni amministratore. Un pericolo crescente cui badare con attenzione è quello dell’emergenza rifiuti: se è vero che occorre rafforzare la filiera del ciclo integrato dello smaltimento e realizzare una campagna di informazione nelle famiglie e nelle imprese per ridurre la produzione dei rifiuti, unitamente al forte impulso da dare alla raccolta differenziata, è necessario non di meno creare una rete efficiente di discariche, lavorando al contempo alla realizzazione di termovalorizzatori dall’avanzata tecnologia e dall’impatto ambientale sicuro. L’urgenza dell’intervento sulla distribuzione e sulla certificazione della qualità dell’acqua è parimenti improcrastinabile. Nel campo dell’energia lo sviluppo delle fonti rinnovabili da quella eolica, a quella solare, a quella idroelettrica non potrà non caratterizzare una terra generosa come la nostra.

Ciò renderà ancora più evidente il rifiuto da opporre alla realizzazione di opere a impatto ambientale fortemente negativo: in tal senso si sono espresse molte voci, fra cui quella dei Vescovi che, ad esempio, riguardo al progetto definito ‘Centro Oli’, hanno messo in evidenza i costi che esso avrebbe comportato su un territorio ad alta vocazione agricoloturistico ambientale, come il nostro, e sottolineato la conseguente necessità che non venisse perseguito. Tutelare l’ambiente è dovere morale di tutti e atto di giustizia e di amore verso le generazioni presenti e future. Infine, vorrei proporre come degna del massimo impegno la priorità rappresentata dai giovani: il primo dato impressionante in Abruzzo è la loro scarsità numerica . Se non vogliamo andare verso una società di anziani, 8 difficilmente sostenibile nei suoi bisogni collettivi, occorre incoraggiare la natalità con politiche mirate ed efficaci a sostegno delle famiglie e a favore dei figli. Grande attenzione merita poi il campo dell’educazione e della formazione: il sostegno alla Scuola e all’Università, come a ogni attività educativa (ad esempio nel campo dello sport) non può essere dilazionato. In un’epoca finalmente libera da pregiudizi ideologici, occorre favorire la crescita della formazione alla spiritualità, inseparabile da quella culturale e umana. Chiedo agli Amministratori di considerare le Parrocchie e i centri educativi di ispirazione cristiana come degli autentici poli di riferimento, con cui collaborare e da sostenere con fiducia. La valorizzazione poi dei beni culturali e del patrimonio artistico, in gran parte di carattere religioso, deve essere intesa come un servizio a tutta la nostra gente, di cui questi beni sono patrimonio prezioso, capace di rafforzare la coesione sociale e di migliorare la qualità della vita per tutti. Scommettere sui giovani è dare fiducia alla vita e organizzare la speranza!

Da Pastore in ascolto della gente non ignoro molte altre urgenze e necessità (penso ad esempio all’accoglienza degli immigrati, la cui presenza è in crescita nella Regione, anche se non comparabile ad altre situazioni presenti nel Paese; penso alla difficoltà per molte famiglie di arrivare a fine mese, tenendo conto dei costi della vita e della scarsità dei guadagni…). Ho voluto segnalarne soltanto alcune, che per la dimensione collettiva e diffusa appaiono veramente prioritarie. Chiedo a ciascuno di rimboccarsi le maniche, prestando il proprio servizio con generosità e in collaborazione con tutti, superando litigiosità e competizioni dannose al bene comune. Prego parimenti il Signore affinché la Chiesa possa essere non solo vicina alla sua gente, ma anche interlocutrice affidabile nel servirla in collaborazione con tutti coloro che hanno responsabilità per essa. In questo spirito, ricco di fiducia e di speranza, ma anche di volontà di impegno comune per il bene di tutti, auguro a ciascuno un cammino di grazia e di operosità solidale nel nome del Signore, al servizio della nostra gente.

Pescara, 24 Ottobre 2013)

 

Etica medica e Vangelo

Bruno Forte

1. La riflessione su etica medica e Vangelo non può non partire da una domanda, che dal punto di vista delle conseguenze pratiche appare decisiva: è possibile un’etica senza Trascendenza? Può esserci un codice morale normativo e condiviso senza il riferimento a Dio? Se sì dove fondare l’esigenza assoluta di fare il bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun assoluto a cui ancorarla? O il bene si giustifica da sé e si impone con un’evidenza tale da non richiedere ulteriori motivazioni? E il male? anch’esso così evidente da non supporre alcun imperativo categorico, rispetto a cui porsi come controcanto, negazione ostinata e perfino beffarda del “cosiddetto bene”? Miriadi di voci in secoli di storia hanno risposto a queste domande in una stessa direzione: il bene c’è ed è assoluto; esso si identifica anzi con l’Assoluto stesso, di cui è il volto attraente, lo splendore irradiante, l’esigenza amabile, il dono perfetto. Il male è la resistenza opposta a questo richiamo, l’appassionato permanere nella negazione, la lotta vissuta in nome di una causa falsa, quella della propria libertà è eretta come assoluto contro l’Assoluto. Fra il male e il bene la scelta non sarebbe allora che una: con Dio o contro Dio; per l’Assoluto o per le onnivore fauci del nulla. Dall’ethos classico, alla morale delle Dieci Parole, legate al Grande Codice dell’alleanza con il Dio biblico, dal discorso della montagna alle esigenze di giustizia del diritto romano, è quest’impianto di una morale fondata nella Trascendenza che ha retto le sorti della vita personale e collettiva dell’Occidente. La doppia valenza etimologica della parola “etica” mostra come l’ethos comeォdimora accogliente e vivificante nell’offrire orizzonti di senso e di misura ultima, è fondamento dell’ethos come costume, è inteso come comportamento abituale e costante (la “demoratio”, il sitzen, la sede, il fondamento dei costumi, i “mores”, la Sitte).

2. E’ con l’emergere moderno del valore centrale della soggettività che cambiano anche i termini del problema: dall’eteronomia – in cui si vorrebbe costringere tutto il complesso accennato di un’etica dalla fondazione oggettiva ed assoluta – si intende uscire per passare al mondo dell’autonomia, verso i pascoli di una vita morale emancipata, dove il coraggio di esistere autonomamente sia esteso dal conoscitivo “sapere aude!” – “osa sapere!” al decisionistico “libere age!” – “agisci secondo il codice di un’assoluta libertà”. L’autonomia appare come la sfida irrinunciabile su cui misurare qualsivoglia imperativo morale, per verificare se esso renda più o meno liberi, più o meno umani. Farsi norma a se stessi, essere soggetto e non oggetto del proprio destino, questo appare il progetto da perseguire. L’ebbrezza di questo sogno contagia gli spiriti più diversi, in forme borghesi o rivoluzionarie, di progresso o di conservazione, di freddo calcolo o di passioni emotive. Ben presto, tuttavia, la coscienza dell’impossibilitàdi un’etica tutta soggettiva si impone alla riflessione dei moderni: che bene sarebbe il bene che fosse tale solo per me? E in nome di quale criterio valido per tutti sarebbe da evitare il male? Non éil confine fra la mia libertà e l’altrui anche il limite di ogni autonomia? E perchése una scelta mi risultasse più vantaggiosa – in termini morali o economici o politici – dovrei seguire un criterio diverso dal semplice profitto e agire in maniera differente? Se poi un comportamento scorretto è diffuso – giustificato dal “tutti lo fanno!” – in nome di quale valore morale dovrei evitarlo, se la scelta è lasciata all’arbitrio personale? E’ a partire dal crogiuolo di queste domande – quelle di una modernità ferita, insoddisfatta del passato e inquieta di sé- che si profila come tema veramente urgente quello della fondazione dell’etica, in un’epoca in cui il passaggio dal fenomeno al fondamento appare tanto necessario, quanto spesso evaso. Oltre il tramonto delle pretese assolute di una certa modernità e l’incompiutezza del nichilismo della post-modernità  debolista, ritorna in tutta la sua forza il bisogno di un’etica della trascendenza, mancando la quale tutto è permesso.

3. Quattro tesi potranno aiutare a coglierne il senso. Formulerei la prima così: non c’è etica senza trascendenza. Non può esserci agire morale, lì dove non ci sia l’altro, riconosciuto in tutto lo spessore irriducibile della sua alterità La fondazione dell’etica è inseparabile da questo riconoscimento: chi afferma se stesso al punto da negare consapevolmente o di fatto ogni altro su cui misurarsi, nell’atto stesso di questa affermazione sazia, idolatrica, nega se stesso come soggetto morale, nega anzi la possibilità stessa di una scelta etica fra bene e male, perché annega ogni differenza nell’oceano asfissiante della propria identità. Nessun uomo è un’isola: e chi pensasse o volesse essere tale, nell’atto stesso di pensarsi o volersi così annullerebbe se stesso come soggetto di relazione, e perciò di vita e di storia reale. La negazione dell’altro è negazione di sé  fare dell’altro lo “straniero morale” è farsi stranieri alla verità di se stessi, è rinnegare la più profonda dignità del proprio essere personale e del proprio destino. Non c’è responsabilità e vita morale senza un movimento di esodo da sé per andare verso l’altro, soprattutto se debole, indifeso e senza voce o capacità di far valere i propri diritti.

A questa prima tesi si congiunge direttamente la seconda: non c’è etica senza gratuità e responsabilità. Questa seconda tesi ricorda come ogni movimento di trascendenza ha un carattere gratuito e potenzialmente infinito: uscire da sé in vista di un ritorno, calcolare con l’altro al fine di un proprio interesse è svuotare di ogni valore la scelta morale, facendone semplicemente un commercio o uno scambio tra pari. Qui la lezione di Kant conserva tutta la sua verità l’imperativo morale o è categorico, e dunque incondizionato, o non è.  O il destinarsi ad altri è un atto gratuito e senza condizioni, da null’altro motivato che dall’esigenza e dall’indigenza dell’altro – “exode de soi sans retour”, direbbe Levinas – , o non è auto-trascendenza, ma riflesso, proiezione di sé fuori di sé in vista dell’egoistico ritorno a sé. In questo carattere gratuito e potenzialmente infinito della trascendenza morale si coglie come l’anima più profonda di essa sia l’amore, il dare senza calcolo e senza misura per la sola forza irradiante del dono. Il bene è ragione a se stesso!

4. La terza tesi dilata la seconda alle forme dell’oggettività sociale e comunitaria: non c’è etica senza solidarietà e giustizia. E’ nello stesso movimento di auto-trascendenza che si scopre la rete degli altri che circonda l’io come sorgente di un insieme complesso di esigenze etiche: contemperarle in modo che il dono compiuto all’uno non sia ferita o chiusura ad altri é coniugare la morale con la giustizia. Regolare in forma collettiva questa rete di esigenze è misurarsi sul bisogno del diritto: non l’astratta oggettività della norma, né il dispotismo del sovrano fonda l’autorità della legge, ma l’urgenza di contemperare le relazioni etiche perché nessuna sia a vantaggio esclusivo di alcuni e a scapito della dignità di altri. L’etica della solidarietà integra qui la sola etica della responsabilità strappandola al rischio sempre incombente di un suo stemperarsi nell’assolutismo infecondo della sola intenzione. Il bene comune è misura e norma dell’agire individuale, specialmente nel campo dei doveri civili. Infine, quando si riconosce che il movimento di trascendenza verso l’altro e la rete d’altri in cui siamo posti presentano un carattere di esigenza infinita, sull’orizzonte dell’etica si profila un’altra trascendenza, ultima e nascosta, di cui quella prossima e penultima è traccia e rinvio: l’etica rimanda alla Trascendenza libera e sovrana, ultima e assoluta. Nel volto d’altri è l’imperativo categorico dell’amore assoluto che mi raggiunge, e nell’assolutezza dell’urgenza della solidarietà con il più debole è un amore infinitamente indigente che mi chiama. Questa trascendenza assoluta, questo assoluto bisogno d’amore sono la soglia che salda l’etica filosofica all’etica teologica: qui l’etica della responsabilità e l’etica della solidarietà appellano all’etica del dono, alla morale della Grazia. Qui l’amore – sovrana esigenza morale – rimanda all’Amore come eterno evento interpersonale dell’unico Dio. Qui, nelle forme dell’essere l’uno-per-l’altro, è il possibile impossibile amore, gratuitamente donato dall’alto, che viene a narrarsi nel tempo: la carità  che “non avrà mai fine” (1 Cor 13,8). Su di essa si misurerà la verità delle nostre scelte: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore!

5. Come quest’etica della trascendenza si rapporta al Vangelo? E come da questo rapporto scaturisce una luce particolare per l’etica della professione medica? Il Vangelo è la buona novella della carità di Dio, l’annuncio gioioso e trasformante che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16) per noi. Il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi (Rm 8,32). Dalla contemplazione di questo dono supremo la fede della Chiesa nascente non ha tardato a concludere che Dio, il Padre di Gesù è amore: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui… Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1 Gv 4,7-9. 16). Se dunque Dio è amore, è soprattutto la carità a farci dimorare in Lui e a manifestarlo al mondo: Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. (1 Gv 4,12). E questo è dono, che lo Spirito fa al nostro cuore: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. (Rm 5,5).

La partecipazione alla carità del Padre accende nei cuori di chi l’accoglie la gratuità dell’amore: libero per la fede, il cristiano è servo per amore. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1 Gv 10s). Come l’amore divino è motivato soltanto dalla gioia irradiante di amare, così la carità rifiuta il calcolo e l’interesse ed esige il dono senza riserve, l’esodo da sé senza ritorno: La carità è paziente, é benigna la carità non è invidiosa la carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1 Cor 13,4-7). A ogni cristiano è chiesto di vivere la caritàcome legge nuova del suo agire, caratteristica luminosa e irradiante del suo sapersi avvolto e custodito nell’amore del Padre. Questa legge fondamentale si esprime nella professione medica nel porre al centro di tutto il bene della persona inferma: ogni altro fine che facesse del malato un mero strumento per l’autoaffermazione dell’operatore sanitario o comunque per il suo vantaggio sarebbe infedeltà e caduta di tensione morale.

6. Dalla fede la forza. L’accesso al dono dell’amore divino si compie mediante l’incontro col Figlio di Dio, Gesù Cristo, che avviene nella fede. Secondo la lettera agli Ebrei Gesù è autore e perfezionatore della fede. (Eb 12,2), è colui cioè ・che ci ha preceduto e ci soccorre nella lotta che è la fede. Nell’unione al Signore Gesù il cristiano partecipa all’accoglienza dell’eterno amore e si consegna nella docilità della fede al Dio vivente: credere è fidarsi dell’Eterno entrato nel tempo, rimettere la propria vita nelle mani dell’Altro, perché sia Lui ad esserne l’unico, vero Signore. Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da Lui nell’ascolto obbediente della sua parola e nella docilità profonda del cuore: l’accettazione della verità rivelata si unisce in chi crede alla libera sottomissione alla grazia e alla fiducia nelle promesse divine, alla fede cioè  vissuta nel suo aspetto di incontro personale e di affidamento incondizionato a Dio. L’esistenza di fede è insomma un continuo atto di obbedienza al Padre, una consegna e un abbandono di sé alla Sua verità e al Suo amore, in unione con GesùCrocifisso e Risorto. Vive nell’obbedienza della fede chi ascolta profondamente il Dio che chiama (ob-audire, da cui “obbedienza”, vuol dire appunto ascoltare ciò che è sotto, oltre, al di là ; crede veramente chi non si ferma all’evidenza, ma accetta il paradosso dell’invisibile Amore e si apre alla novità del Suo avvento. Credere, perciò  non è evitare lo scandalo o fuggire il rischio: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi ed in essi. Crede chi confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dell’amore, chi spera contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla Croce di Cristo, e non il Cristo sulla croce delle proprie attese.

A ogni discepolo di Gesù è chiesto di vivere l’avventura audace della fede, aprendosi nella libertà alla parola di Dio, fidandosi di Lui e avanzando verso la meta della Sua promessa come chi non si sente arrivato, ma è in cerca di una patria ultima e definitiva. Così hanno fatto i testimoni della fede: Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra.

Chi dice così infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città. (Eb 11,13-16). Così il medico credente affronta ogni giorno le sfide e i rischi della sua professione: coniugando il massimo della professionalità e della preparazione, che gli sia possibile conseguire, alla consegna fiduciosa di sé a Dio, il medico che crede impara a essere umile, a fare come se tutto dipendesse da sé  nella certezza e nella fiducia che tutto dipende dal Dio a cui affidarsi. Testimoniare questa fede a colleghi e pazienti anzitutto con l’eloquenza della vita e poi con la parola affidabile, è compito di ogni medico che viva il suo servizio nella sequela di Gesù.

7. Testimoni di speranza. La fede si unisce saldamente alla speranza, impronta viva della presenza dello Spirito Santo nell’esistenza di chi crede: La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. (Rm 5,5). Se Cristo è in noi la speranza della gloria (cf. Col 1,27; 1 Tm 1,1), il Dio della speranza ci fa abbondare in essa grazie al dono dello Spirito: Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo (Rm 15,13). La speranza, che lo Spirito suscita in chi crede, non è la semplice attesa in cui si proiettano i desideri del nostro cuore: donata dall’alto, essa è piuttosto anticipazione, futuro di Dio operante già ora nel cuore della storia. Per questo la speranza teologale non annulla il volto umano della speranza: il desiderio e l’attesa di un bene futuro arduo, ma possibile a conseguirsi, sono anzi resi più vivi dalla partecipazione alla vita divina. Tutto l’uomo vive nella speranza delle cose venienti e nuove di Dio: il futuro dell’Eterno entrato nel tempo viene a prendere corpo nel cammino del cuore, che si apre nella libertà al dono del Padre.

L’esperienza, che nasce da questo incontro col Dio della speranza, si esprime soprattutto nello stile della sobrietà evangelica, che non è la mancanza alienante della miseria, che va combattuta da tutti e vinta, ma la condizione dei poveri del Signore  che ripongono totalmente in Dio la loro fiducia e la loro certezza. Speranza significa apertura alle sorprese dell’Eterno, e perciò rinuncia a gestire da soli la propria vita: è vivere il futuro progettato ed edificato a partire dall’uomo nella prospettiva del primato assoluto di Dio, che raggiunge e trasforma nella libertà tutto ciò che esiste. Vivere nella speranza teologale significa allora essere aperti all’Eterno, liberi da sé per appartenere a Lui, disponibili a lasciarsi raggiungere e turbare dalla sua venuta, pronti ad abbandonare ogni sicurezza raggiunta per accettare di stabilirsi nella fedeltà sempre sorprendente di Dio. Segno profetico della possibilità di vivere questa scelta è nella vita del medico credente il distacco dal denaro e la testimonianza di disinteresse e di generosità specialmente verso i poveri e i deboli. Al tempo stesso nell’ orizzonte della speranza teologale da offrire sempre al malato che va risolto di caso in caso il problema delicato e complesso dell’informazione del paziente: senza mai dire menzogne, il medico credente ha il dovere di illuminare il paziente sulla sua reale condizione senza mai compromettere la speranza che sempre va riposto in Dio e nelle Sue infinite possibilità.

Un medico che viva la sua professione con speranza teologale sarà libero dalla seduzione della ricchezza, semplice e sobrio nel suo stile di vita, testimone di verità nella carità che tutto salva. Amico dei poveri e dei sofferenti, vero discepolo del Medico celeste, Gesù.

Chieti, 17 Ottobre 2013

Etica medica e Vangelo

Bruno Forte

1.La riflessione su etica medica e Vangelo non può non partire da una domanda, che dal punto di vista delle conseguenze pratiche appare decisiva: è possibile un’etica senza Trascendenza? Può esserci un codice morale normativo e condiviso senza il riferimento a Dio? Se sì dove fondare l’esigenza assoluta di fare il bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun assoluto a cui ancorarla? O il bene si giustifica da s・e si impone con un’evidenza tale da non richiedere ulteriori motivazioni? E il male? anch’esso così evidente da non supporre alcun imperativo categorico, rispetto a cui porsi come controcanto, negazione ostinata e perfino beffarda del “cosiddetto bene”? Miriadi di voci in secoli di storia hanno risposto a queste domande in una stessa direzione: il bene c’è ed è assoluto; esso si identifica anzi con l’Assoluto stesso, di cui è il volto attraente, lo splendore irradiante, l’esigenza amabile, il dono perfetto. Il male è la resistenza opposta a questo richiamo, l’appassionato permanere nella negazione, la lotta vissuta in nome di una causa falsa, quella della propria libertà・eretta come assoluto contro l’Assoluto. Fra il male e il bene la scelta non sarebbe allora che una: con Dio o contro Dio; per l’Assoluto o per le onnivore fauci del nulla. Dall’ethos classico, alla morale delle Dieci Parole, legate al Grande Codice dell’alleanza con il Dio biblico, dal discorso della montagna alle esigenze di giustizia del diritto romano, è quest’impianto di una morale fondata nella Trascendenza che ha retto le sorti della vita personale e collettiva dell’Occidente. La doppia valenza etimologica della parola “etica” mostra come l’ethos comeォdimora accogliente e vivificante nell’offrire orizzonti di senso e di misura ultima, è fondamento dell’ethos come costumeサ inteso come comportamento abituale e costante (la “demoratio”, il sitzen, la sede, il fondamento dei costumi, i “mores”, la Sitte).

2.E’ con l’emergere moderno del valore centrale della soggettività che cambiano anche i termini del problema: dall’eteronomia – in cui si vorrebbe costringere tutto il complesso accennato di un’etica dalla fondazione oggettiva ed assoluta – si intende uscire per passare al mondo dell’autonomia, verso i pascoli di una vita morale emancipata, dove il coraggio di esistere autonomamente sia esteso dal conoscitivo “sapere aude!” – “osa sapere!” al decisionistico “libere age!” – “agisci secondo il codice di un’assoluta libertà・”. L’autonomia appare come la sfida irrinunciabile su cui misurare qualsivoglia imperativo morale, per verificare se esso renda più o meno liberi, più・ o meno umani. Farsi norma a se stessi, essere soggetto e non oggetto del proprio destino, questo appare il progetto da perseguire. L’ebbrezza di questo sogno contagia gli spiriti più diversi, in forme borghesi o rivoluzionarie, di progresso o di conservazione, di freddo calcolo o di passioni emotive. Ben presto, tuttavia, la coscienza dell’impossibilità・di un’etica tutta soggettiva si impone alla riflessione dei moderni: che bene sarebbe il bene che fosse tale solo per me? E in nome di quale criterio valido per tutti sarebbe da evitare il male? Non é・il confine fra la mia libertà e l’altrui anche il limite di ogni autonomia? E perché・se una scelta mi risultasse più vantaggiosa – in termini morali o economici o politici – dovrei seguire un criterio diverso dal semplice profitto e agire in maniera differente? Se poi un comportamento scorretto è diffuso – giustificato dal “tutti lo fanno!” – in nome di quale valore morale dovrei evitarlo, se la scelta è lasciata all’arbitrio personale? E’ a partire dal crogiuolo di queste domande – quelle di una modernità ferita, insoddisfatta del passato e inquieta di sé・- che si profila come tema veramente urgente quello della fondazione dell’etica, in un’epoca in cui il passaggio dal fenomeno al fondamento appare tanto necessario, quanto spesso evaso. Oltre il tramonto delle pretese assolute di una certa modernità e l’incompiutezza del nichilismo della post-modernità  debolista, ritorna in tutta la sua forza il bisogno di un’etica della trascendenza, mancando la quale tutto è permesso.

3.Quattro tesi potranno aiutare a coglierne il senso. Formulerei la prima così・ non c’è etica senza trascendenza. Non può esserci agire morale, lì dove non ci sia l’altro, riconosciuto in tutto lo spessore irriducibile della sua alterità・ La fondazione dell’etica è inseparabile da questo riconoscimento: chi afferma se stesso al punto da negare consapevolmente o di fatto ogni altro su cui misurarsi, nell’atto stesso di questa affermazione sazia, idolatrica, nega se stesso come soggetto morale, nega anzi la possibilità stessa di una scelta etica fra bene e male, perché annega ogni differenza nell’oceano asfissiante della propria identità・ Nessun uomo è un’isola: e chi pensasse o volesse essere tale, nell’atto stesso di pensarsi o volersi così annullerebbe se stesso come soggetto di relazione, e perciò di vita e di storia reale. La negazione dell’altro è negazione di sé・ fare dell’altro lo “straniero morale” è farsi stranieri alla verità di se stessi, è ・rinnegare la più profonda dignità del proprio essere personale e del proprio destino. Non c’è responsabilità e vita morale senza un movimento di esodo da sé per andare verso l’altro, soprattutto se debole, indifeso e senza voce o capacità di far valere i propri diritti.

A questa prima tesi si congiunge direttamente la seconda: non c’è etica senza gratuità e responsabilità. Questa seconda tesi ricorda come ogni movimento di trascendenza ha un carattere gratuito e potenzialmente infinito: uscire da sé in vista di un ritorno, calcolare con l’altro al fine di un proprio interesse è svuotare di ogni valore la scelta morale, facendone semplicemente un commercio o uno scambio tra pari. Qui la lezione di Kant conserva tutta la sua verità・ l’imperativo morale o è categorico, e dunque incondizionato, o non é ・ O il destinarsi ad altri è un atto gratuito e senza condizioni, da null’altro motivato che dall’esigenza e dall’indigenza dell’altro – “exode de soi sans retour”, direbbe Levinas – , o non è auto-trascendenza, ma riflesso, proiezione di sé fuori di sé in vista dell’egoistico ritorno a sé・ In questo carattere gratuito e potenzialmente infinito della trascendenza morale si coglie come l’anima più profonda di essa sia l’amore, il dare senza calcolo e senza misura per la sola forza irradiante del dono. Il bene è ragione a se stesso!

4.La terza tesi dilata la seconda alle forme dell’oggettività sociale e comunitaria: non c’è etica senza solidarietà e giustizia. E’ nello stesso movimento di auto-trascendenza che si scopre la rete degli altri che circonda l’io come sorgente di un insieme complesso di esigenze etiche: contemperarle in modo che il dono compiuto all’uno non sia ferita o chiusura ad altri é coniugare la morale con la giustizia. Regolare in forma collettiva questa rete di esigenze è misurarsi sul bisogno del diritto: non l’astratta oggettività della norma, né il dispotismo del sovrano fonda l’autorità della legge, ma l’urgenza di contemperare le relazioni etiche perché nessuna sia a vantaggio esclusivo di alcuni e a scapito della dignità di altri. L’etica della solidarietà integra qui la sola etica della responsabilità strappandola al rischio sempre incombente di un suo stemperarsi nell’assolutismo infecondo della sola intenzione. Il bene comune è misura e norma dell’agire individuale, specialmente nel campo dei doveri civili. Infine, quando si riconosce che il movimento di trascendenza verso l’altro e la rete d’altri in cui siamo posti presentano un carattere di esigenza infinita, sull’orizzonte dell’etica si profila un’altra trascendenza, ultima e nascosta, di cui quella prossima e penultima è traccia e rinvio: l’etica rimanda alla Trascendenza libera e sovrana, ultima e assoluta. Nel volto d’altri è l’imperativo categorico dell’amore assoluto che mi raggiunge, e nell’assolutezza dell’urgenza della solidarietà con il più debole è un amore infinitamente indigente che mi chiama. Questa trascendenza assoluta, questo assoluto bisogno d’amore sono la soglia che salda l’etica filosofica all’etica teologica: qui l’etica della responsabilità ・e l’etica della solidarietà appellano all’etica del dono, alla morale della Grazia. Qui l’amore – sovrana esigenza morale – rimanda all’Amore come eterno evento interpersonale dell’unico Dio. Qui, nelle forme dell’essere l’uno-per-l’altro, è il possibile impossibile amore, gratuitamente donato dall’alto, che viene a narrarsi nel tempo: la carità ・ che “non avrà mai fine” (1 Cor 13,8). Su di essa si misurerà la verità delle nostre scelte: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore!

5.Come quest’etica della trascendenza si rapporta al Vangelo? E come da questo rapporto scaturisce una luce particolare per l’etica della professione medica? Il Vangelo è la buona novella della carità di Dio, l’annuncio gioioso e trasformante che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenitoサ (Gv 3,16) per noi. Il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noサ (Rm 8,32). Dalla contemplazione di questo dono supremo la fede della Chiesa nascente non ha tardato a concludere che Dio, il Padre di Gesù è amore: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è ・generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui… Dio

È amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in luiサ (1 Gv 4,7-9. 16). Se dunque Dio è amore, è soprattutto la carità a farci dimorare in Lui e a manifestarlo al mondo: Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noiサ (1 Gv 4,12). E questo è dono, che lo Spirito fa al nostro cuore: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato datoサ (Rm 5,5).

La partecipazione alla carità del Padre accende nei cuori di chi l’accoglie la gratuità dell’amore: libero per la fede, il cristiano è servo per amore. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altriサ (1 Gv 10s). Come l’amore divino è motivato soltanto dalla gioia irradiante di amare, così la carità rifiuta il calcolo e l’interesse ed esige il dono senza riserve, l’esodo da sé senza ritorno: La carità è paziente, é benigna la carità・ non è invidiosa la carità・ non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità ・ Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopportaサ (1 Cor 13,4-7). A ogni cristiano ・chiesto di vivere la carità・come legge nuova del suo agire, caratteristica luminosa e irradiante del suo sapersi avvolto e custodito nell’amore del Padre. Questa legge fondamentale si esprime nella professione medica nel porre al centro di tutto il bene della persona inferma: ogni altro fine che facesse del malato un mero strumento per l’autoaffermazione dell’operatore sanitario o comunque per il suo vantaggio sarebbe infedeltà e caduta di tensione morale.

6. Dalla fede la forza. L’accesso al dono dell’amore divino si compie mediante l’incontro col Figlio di Dio, Ges・Cristo, che avviene nella fede. Secondo la lettera agli Ebrei Gesù è autore e perfezionatore della fedeサ (Eb 12,2), è colui cioè ・che ci ha preceduto e ci soccorre nella lotta che è la fede. Nell’unione al Signore Gesù il cristiano partecipa all’accoglienza dell’eterno amore e si consegna nella docilità della fede al Dio vivente: credere è fidarsi dell’Eterno entrato nel tempo, rimettere la propria vita nelle mani dell’Altro, perché sia Lui ad esserne l’unico, vero Signore. Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da Lui nell’ascolto obbediente della sua parola e nella docilità profonda del cuore: l’accettazione della verità rivelata si unisce in chi crede alla libera sottomissione alla grazia e alla fiducia nelle promesse divine, alla fede cioè・vissuta nel suo aspetto di incontro personale e di affidamento incondizionato a Dio. L’esistenza di fede è insomma un continuo atto di obbedienza al Padre, una consegna e un abbandono di sé alla Sua verità e al Suo amore, in unione con Ges・Crocifisso e Risorto. Vive nell’obbedienza della fede chi ascolta profondamente il Dio che chiama (ob-audire, da cui “obbedienza”, vuol dire appunto ascoltare ciò che è sotto, oltre, al di là ; crede veramente chi non si ferma all’evidenza, ma accetta il paradosso dell’invisibile Amore e si apre alla novità del Suo avvento. Credere, perciò  non è evitare lo scandalo o fuggire il rischio: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi ed in essi. Crede chi confessa l’amore di Dio nonostante l’inevidenza dell’amore, chi spera contro ogni speranza, chi accetta di crocefiggere le proprie attese sulla Croce di Cristo, e non il

Cristo sulla croce delle proprie attese.

A ogni discepolo di Gesù è chiesto di vivere l’avventura audace della fede, aprendosi nella libertà alla parola di Dio, fidandosi di Lui e avanzando verso la meta della Sua promessa come chi non si sente arrivato, ma è in cerca di una patria ultima e definitiva. Così hanno fatto i testimoni della fede: Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra.

Chi dice così infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città狃 (Eb 11,13-16). Così il medico credente affronta ogni giorno le sfide e i rischi della sua professione: coniugando il massimo della professionalità e della preparazione, che gli sia possibile conseguire, alla consegna fiduciosa di sé a Dio, il medico che crede impara a essere umile, a fare come se tutto dipendesse da sé  nella certezza e nella fiducia che tutto dipende dal Dio a cui affidarsi. Testimoniare questa fede a colleghi e pazienti anzitutto con l’eloquenza della vita e poi con la parola affidabile, è compito di ogni medico che viva il suo servizio nella sequela di Gesù・

7.Testimoni di speranza. La fede si unisce saldamente alla speranza, impronta viva della presenza dello Spirito Santo nell’esistenza di chi crede: La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato datoサ (Rm 5,5). Se Cristo è in noi la speranza della gloria (cf. Col 1,27; 1 Tm 1,1), il Dio della speranza ci fa abbondare in essa grazie al dono dello Spirito: Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santサ (Rm 15,13). La speranza, che lo Spirito suscita in chi crede, non è la semplice attesa in cui si proiettano i desideri del nostro cuore: donata dall’alto, essa è piuttosto anticipazione, futuro di Dio operante già ora nel cuore della storia. Per questo la speranza teologale non annulla il volto umano della speranza: il desiderio e l’attesa di un bene futuro arduo, ma possibile a conseguirsi, sono anzi resi più vivi dalla partecipazione alla vita divina. Tutto l’uomo vive nella speranza delle cose venienti e nuove di Dio: il futuro dell’Eterno entrato nel tempo viene a prendere corpo nel cammino del cuore, che si apre nella libertà al dono del Padre.

L’esperienza, che nasce da questo incontro col Dio della speranza, si esprime soprattutto nello stile della sobrietà evangelica, che non ・la mancanza alienante della miseria, che va combattuta da tutti e vinta, ma la condizione dei ォpoveri del Signoreサ che ripongono totalmente in Dio la loro fiducia e la loro certezza. Speranza significa apertura alle sorprese dell’Eterno, e perciò rinuncia a gestire da soli la propria vita: è vivere il futuro progettato ed edificato a partire dall’uomo nella prospettiva del primato assoluto di Dio, che raggiunge e trasforma nella libertà tutto ciò che esiste. Vivere nella speranza teologale significa allora essere aperti all’Eterno, liberi da sé per appartenere a Lui, disponibili a lasciarsi raggiungere e turbare dalla sua venuta, pronti ad abbandonare ogni sicurezza raggiunta per accettare di stabilirsi nella fedeltà sempre sorprendente di Dio. Segno profetico della possibilità di vivere questa scelta è nella vita del medico credente il distacco dal denaro e la testimonianza di disinteresse e di generosità specialmente verso i poveri e i deboli. Al tempo stesso ・nell’orizzonte della speranza teologale da offrire sempre al malato che va risolto di caso in caso il problema delicato e complesso dell’informazione del paziente: senza mai dire menzogne, il medico credente ha il dovere di illuminare il paziente sulla sua reale condizione senza mai compromettere la speranza che sempre va riposto in Dio e nelle Sue infinite possibilità・. Un medico che viva la sua professione con speranza teologale sarà ・libero dalla seduzione della ricchezza, semplice e sobrio nel suo stile di vita, testimone di verità nella carità che tutto salva. Amico dei poveri e dei sofferenti, vero discepolo del Medico celeste, Gesù.

Chieti, 17 Ottobre 2013