Archivio mensile:gennaio 2013

Dallo studente “sedentario” allo studente “nomade”

Francesco Macrì, intervista di Simona Molari

 Che la scuola italiana non riesca a rispondere alle attese crescenti e diversificate degli alunni e delle famiglie è una opinione condivisa da molti. Lei crede che le nuove tecnologie digitali possano aiutarla ad uscire da questa situazione di stallo che la colloca agli ultimi posti nelle graduatorie internazionali dei Paesi dell’OCSE e le impedisce di assolvere pienamente il mandato educativo che la società le assegna?

Che la scuola italiana si trovi in gravi difficoltà non è un motivo sufficiente per montare giornalisticamente un giudizio frettoloso di condanna generalizzata, quasi che non ci fossero delle grandissime e numerose eccellenze da fare invidia al mondo. Tuttavia le cause che determinano una sua innegabile situazione di sofferenza sono molte. Alcune sono esterne ad essa; pensi alla velocità e profondità dei cambiamenti culturali e sociali e alla conseguente difficoltà di reggere il passo, alla scarsa considerazione e sostegno che le attribuiscono l’opinione pubblica e la politica, alle insufficienti risorse che le vengono assegnate perché ci siano effettivamente le condizioni soggettive ed oggettive per operare al meglio. Altre cause sono interne ad essa come, ad esempio, l’età media troppo alta dei docenti e dei dirigenti, la sua eccessiva politicizzazione e sindacalizzazione che la rendono difficilmente permeabile dalle novità e altrettanto difficilmente governabile, le inadeguate modalità di formazione iniziale del personale e le ancor più desuete modalità della sua selezione ed assunzione, le politiche sindacali di appiattimento retributivo che penalizzano il merito e frenano l’incentivazione alla ricerca della qualità, le mancate o troppo ritardate riforme del sistema scolastico, ma anche, la stessa egemonizzazione statalista dell’istruzione che impedisce di fatto l’esistenza di un forte sistema scolastico paritario col quale essa potrebbe confrontarsi e da esso ricevere stimoli per evolversi e migliorarsi. Nonostante tutto questo, però, le posso garantire che molti e significativi passi in avanti sono stati compiuti in questo decennio.

Premesso quanto detto, vengo più direttamente alla sua domanda. Ultimamente la scuola ha cercato di rispondere alle nuove esigenze educative introducendo molte novità, non ultima la didattica per competenze. Tuttavia questa non è stata sufficiente a modificare la struttura profonda dell’insegnamento e a far raggiungere alcuni obiettivi auspicati come la centralità dell’alunno, l’unitarietà dell’apprendimento, la valutazione formativa. E’ in questo contesto di debolezza che il potenziale positivo delle nuove tecnologie può irrompere e far nascere una nuova pedagogia o, per dirla con un

fortunato neologismo, una “pad-agogia” (come Brand J. E Kinash S., Pad-agogy: A quasi-esperimental and ethnographic pilot test of the iPad in a blended mobile learning environment, 2010).
Con molta probabilità saranno proprio questi nuovi media a indurre i cambiamenti che la cultura pedagogica tradizionale non è riuscita a realizzare e a dare concretezza agli affascinanti slogan della didattica per competenze: il problem solving, l’insegnamento e apprendimento individualizzato e collaborativo, l’apprendimento autonomo dello studente, ecc.

Ma, a quali condizioni queste nuove tecnologie didattiche possono raggiungere gli obiettivi attesi ed auspicati? Non riesco a credere che il loro ingresso sia automaticamente produttivo per se stesso a prescindere da un contesto che determini finalità, strategie e disponga di professionisti di alto profilo.

Corretta e pertinente è la domanda come pure la sua considerazione. Entrambe mi offrono l’opportunità di evidenziare alcuni errori che si vanno facendo in alcune scuole, sotto la spinta consumistica del mercato e della spettacolarizzazione delle novità per fini pubblicitari, nelle quali si crede che basti assegnare ad ogni ragazzo queste nuove tecnologie perché si produca magicamente il miracolo di una nuova e più efficace didattica e un più alto standard di qualità. Perché ciò accada per davvero occorre fare un previo ed impegnativo passo, quello della formazione dei docenti. Questa è la precondizione assoluta del successo auspicato. Continuare a non capirlo vuol dire votarsi al fallimento perché anche queste nuove tecnologie hanno in sé una forte ambiguità: possono rivelarsi un grande strumento di crescita e maturazione, ma anche una occasione in più per affondare i ragazzi sotto una congerie enorme e disorganica di informazioni pulviscolari che finiscono solo per disorientarli e farli naufragare in un confuso, superficiale, frammentario enciclopedismo. Per evitare questo pericolo, non del tutto ipotetico, è necessario perciò disporre di docenti che conoscano i loro linguaggi, sappiano insegnarli e soprattutto siano capaci di fare in modo che i processi mentali dei loro alunni col supporto di queste tecnologie diventino più affinati e scientificamente più rigorosi nella individuazione, valutazione, sistematizzazione, finalizzazione utilizzazione delle informazioni acquisite perché non si verifichi in loro quella pericolosa situazione, che le “informazioni” soffochino la “conoscenza”. Una cosa va assolutamente precisata e concretamente tenuta presente nella attività didattica. I nuovi media sono un mezzo e non il fine. Può apparire una affermazione scontata e banale, ma non è affatto così.

Per rendere più chiaro ed esplicito il mio pensiero potrei riassumerlo in questi termini:

  1. l’innovazione tecnologica non ha un valore assoluto in sé, ma assume un significato soltanto se e quando diventa effettivamente veicolo e occasione di innovazione organizzativa, metodologico- didattica e di crescita culturale ed umana;
  2. l’innovazione tecnologica non può essere attuata sporadicamente, ma implica l’interazione virtuosa di tutti gli attori, un contesto operativo omogeneo, una continuità nel tempo e un consolidamento delle buone prassi;
  3. le innovazioni più significative sono quelle che diventano patrimonio condiviso di tutti i soggetti coinvolti (insegnanti, studenti, dirigenti, genitori) e innescano processi orientati al miglioramento della qualità complessiva dell’organizzazione in cui si collocano;
  4. qualsiasi innovazione tecnologica implica una “visione” sistemica delle finalità e degli obiettivi generali, investimenti costanti, strategie permanenti di supporto ai soggetti coinvolti e politiche flessibili di alfabetizzazione, formazione continua e aggiornamento delle competenze;
  5. le innovazioni metodologiche più significative che le tecnologie possono agevolare e sostenere sono quelle che riportano lo studente al centro del processo di insegnamento-apprendimento e lo spingono ad essere “attivamente coinvolto” in prima persona aumentando gli spazi dell’iniziativa personale, della immaginazione creativa, dell’intraprendenza collaborativa, della “curiosità” e passione di apprendere ad apprendere.

In un articolo di qualche anno fa il professor Brian Alexander (Going nomadic: Mobile Learning in Higher Education, 2004) ha utilizzato una incisiva metafora per illustrare il cambiamento che dovrebbe essere perseguito attraverso l’uso di questi moderni media. Si dovrebbe riuscire a passare dallo studente “sedentario”, immobile in un banco in atteggiamento di passiva (!) ricezione di informazioni e conoscenze, allo studente “nomade”, in movimento alla loro ricerca lungo l’asse scuola- dispositivo mobile-mondo.

La domanda che si pone a questo punto è la seguente: Le nostre scuole, concepite per l’accoglienza dello studente sedentario saranno in grado di trasformarsi in funzione del nomadismo dello studente digitale? Il rischio non è quello che si ripeta per questi strumenti quanto è accaduto per la Lavagna Digitale, utilizzata all’interno dello scenario tradizionale, come semplice protesi migliorativa della lezione frontale, lasciando immutati i ruoli dell’insegnante e dello studente? Ma se la LIM in qualche modo si prestava a questo gioco in quanto nella sua immobilità facilmente riconducibile ad un insegnamento frontale e sotto controllo, con l’i-Pad per la sua mobilità, l’insegnante rischia di avere solo apparentemente coinvolti gli allievi mentre in realtà sulla barca dei nuovi strumenti essi veleggiano liberamente altrove verso altri lidi rispetto alla lezione e alla classe.

Quello che lei ha appena finito di descrivere è la cosiddetta clesse 2.0, vale a dire l’aula dove le nuove tecnologie, pur con i rischi accennati, potenziando gli elementi di interazione e costruzione dei saperi, hanno la possibilità di sviluppare negli studenti maggiori competenze ed offrire ad essi maggiori opportunità di intraprendenza personale.

Certamente sì. La cosiddetta classe 2.0 facilita la didattica per competenze modellandosi intorno ad alcune caratteristiche che potrei così riassumere:

  1. trasformazione del ruolo del docente, da erogatore-dispensatore di informazioni e conoscenze a facilitatore di processi di ricerca e valutazione, di interazioni significative, di apprendimento;
  2. ricerca ed utilizzo attivo di risorse disponibili in rete (conoscenze distribuite) in funzione di progetti complessi e inter-trans-disciplinari;
  3. produzione di oggetti multimediali che reticolano conoscenze provenienti da vari ambiti disciplinari, rapportandole a scopi comunicativi e costruttivi;
  4. passaggio dal lavoro solitario dei singoli a quello collaborativo di piccoli grippi dentro e fuori la classe in vista di un comune progetto

In altri termini. L’approccio al rapporto tra insegnamento e apprendimento muta profondamente, spostando il baricentro dal formatore all’allievo, dalla parola all’azione, dall’ascolto alla collaborazione e alla negoziazione, dalla solitudine solipsistica alla laboratorialità collettiva..

Si tratta quindi di un nuovo modello di insegnamento/apprendimento, di un nuovo modello di scuola in cui l’allievo assume un ruolo più attivo, più intraprendente, più da protagonista del suo processo formativo, più interattivo col suo insegnante, ma anche con lo smisurato ambiente virtuale circostante.

E’ proprio così. Se il modello “attivo” è da molto tempo invalso nella didattica tradizionale, nella clsse 2.0, i new media, come per esempio i tablet e i social network, rappresentano una modalità eccezionale ed assai efficace per un suo sviluppo.
Nel cosiddetto mobile learning (Ally, Mobile, Learning: trasforming the delivery of education and training, 2009) , infatti, l’allievo è potenzialmente libero di accedere ad ogni contenuto, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, mantenendo il controllo sulle proprie attività di acquisizione di saperi e competenze, e

sviluppando nel tempo la capacità di costruire, in autonomia o insieme ad altri, nuovi oggetti di apprendimento, per “commerciarlizzarli”, trasferirli, disseminarli all’interno dello spazio web, inteso come comunità di soggetti che apprendono, di apprendisti appunto. E’ evidente che un’impostazione siffatta muta profondamente il setting tradizionale dell’istituzione scolastica, facilitando il raggiungimento di obiettivi altrimenti difficilmente raggiungibili, quali:

  1. la diminuzione del tasso di dispersione e di insuccesso scolastico;
  2. il rafforzamento della motivazione e della imprenditività
  3. la contrazione del tempo dedicato alla didattica frontale e quindi la liberazione di un maggiore 
potenziale operativo dei docenti per la propria formazione personale e per una didattica 
individualizzata
  4. l’aumento del tempo di interazione dialettica tra allievi e tra questi e il docente
  5. l’integrazione tra competenze tecnologiche ed informatiche con competenze di altri assi culturali 
e professionali (linguistico, artistico, letterario, storico, tecnologico, scientifico, ecc.).

Naturalmente un cambiamento di questo tipo, come già accennato, richiede un’importante revisione dell’organizzazione scolastica, a partire dagli spazi per giungere agli orari e ai tempi di apprendimento, e prima ancora una formazione adeguata dei docenti finalizzata a facilitare l’interazione, l’autonomia, la corresponsabilità.

Tradizionalmente l’aula scolastica è costituita da cattedre e banchi, sui quali gli allievi svolgono ogni tipo di attività, in forma individuale. Nello spazio innovativo, si supera questo concetto rigido e schematico articolandolo in tanti “angoli”, tali da facilitare la ricerca individuale e di piccolo gruppo.

Una distinzione simile può essere fatta sul tempo: il tempo tradizionale è scandito dall’iniziativa del docente, che struttura una serie di attività, che vanno dalla lezione frontale all’interrogazione. Nel tempo innovativo, invece, gli allievi oltre ad esplorare liberamente lo spazio educativo, si avvicendano in diverse attività, secondo il ritmo del loro interesse.

Altra variabile importante del setting educativo riguarda la conformazione dei gruppi. Il raggruppamento tradizionale corrisponde alla classe costituita da un certo numero di allievi e centrata sul docente. Nell’impostazione innovativa, si muovono liberamente all’interno dell’ambiente di apprendimento, sotto lo sguardo tuttavia del docente. Il quale in questo contesto va ad assumere un ruolo di accompagnatore, facilitatotore, orientatore per nulla meno significativo del ruolo che gli assegnava la tradizione.

Ma non le pare che questo scenario, appena descritto sia un pò troppo immaginifico ed utopistico per il nostro contesto italiano, caratterizzato da una inadeguata formazione dei docenti, come pure da una loro età media troppo alta che li rende restii all’utilizzo di questi nuovi media?

Sono difficoltà oggettive di cui si deve prendere atto. E questo dimostra ancora una volta la radice di alcune fragilità dell’Italia sullo scenario della globalizzazione. Ma è incontestabile che la strada che la scuola moderna deve percorrere è quella che le ho per accenni appena descritta. Rinunziare aprioristicamente a questo modello sarebbe una grande iattura per tutti, specialmente per gli studenti che avrebbero un futuro ancora più incerto del presente per l’inadeguata formazione che ne riceverebbero. Significherebbe per loro una più marcata marginalizzazione, una precarizzazione senza fine, una condanna cronica alla povertà.

Il problema che le ho richiamato lo hanno capito molto bene i Paesi del Terzo mondo che, in questi anni, nonostante le loro grandissime difficoltà economiche, hanno messo nelle priorità della loro agenda politica la scuola e l’educazione e non per ragioni nobili di natura antropologica, ma molto concrete e pragmatiche: perché hanno capito che investire nella scuola è l’unico modo per uscire dalla povertà, per accaparrarsi un posto al sole del benessere e nello scacchiere delle Nazioni che contano.

Su questo problema l’Italia non è, per nostra fortuna, all’anno zero; ma deve fare molto e molto di più, a partire dall’opinione pubblica troppo distratta rispetto l’istruzione e l’educazione, ma anche e soprattutto dal mondo delle imprese, delle organizzazioni politiche, sindacali, professionali. Il futuro è alla nostra portata. Dobbiamo ognuno, secondo il proprio ruolo e le proprie responsabilità, impegnarci di più. I giovani, che sono i primi interessati perché la scuola funzioni, non devono smettere di essere la spina nel fianco della generazione adulta per costringerla a superare le attuali inerzie ed apatie. Ben venga la loro contestazione. Nei giusti modi, costituisce il sale dell’innovazione e del progresso.

In questo ambito delle nuove tecnologie didattiche e, quindi, della modernizzazione della scuola, come Fidae, cioè come federazione delle scuole cattoliche primarie e secondarie di Italia, stiamo facendo una grande operazione di sensibilizzazione e formazione del personale docente, attivando su ogni territorio diecine e diecine di corsi di formazione. I risultati fin da subito si sono dimostrati evidenti, ma lo saranno di più fra qualche tempo allorché, rispetto a queste nuove tecnologie didattiche, si sarà sviluppato un approccio scientificamente più rigoroso ed organico, una didattica più adeguata ai nuovi linguaggi, e soprattutto una nuova cultura che faccia sintesi tra le migliori esperienze pedagogico-didattiche del passato e quelle nuove che stanno emergendo.

Prima di congedarci mi corre l’obbligo, però, di fare una ultima puntualizzazione. Spesso, in Italia, è successo che, parlando di educazione e di scuola, si sia corso dietro all’ultima novità del momento facendo un errore grave, quello di assolutizzarla quasi che non esistessero altre questioni importanti sulle quali tenere accesi i fari della riflessione. Anche sul problema delle nuove tecnologie didattiche si può correre lo stesso rischio considerandolo la panacea di tutti i mali della scuola italiana. Bisogna, invece, avere una visione di scuola ampia, articolata, sistemica, che tenga conto di tutti gli aspetti che la costituiscono; aspetti, che è sbagliato vederli in maniera dissociata, quasi non fossero strettamente collegati gli uni con gli altri e non formassero un tutt’uno organico e interdipendente. Torno a insistere. Questi nuovi media sono una grande e importante questione che scombinerà molte carte del passato regime; ma non sono “tutta” la questione e starei per dire, andando un pò controcorrente, la più importante questione della scuola. A mio modo di vedere ben altre la precedono e, per diversi profili, la “contengono”. Come ad esempio la formazione dei docenti, una teoria della scuola che collochi sempre al centro di relazioni interpersonali significative il soggetto educante; una vision di educazione aperta su tutte le dimensioni della persona umana; un sistema scolastico pluralista, integrato (Stato e soggetti privati) quale espressione della società civile in tutte le sue molteplici articolazioni; una didattica che privilegi i metodi e i processi di apprendimento autonomo rispetto alla semplice trasmissione dei contenuti; l’unitarietà del sapere rispetto all’attuale eccessiva frammentazione disciplinarista; un’agenda di politiche scolastiche che assegni un ruolo strategico all’educazione di tutti e per tutto l’arco della vita; una scuola inclusiva che superi le differenze e non lasci indietro nessuno..

Mi pare di capire che lei, pur evidenziando le grandi opportunità che offrono, insista perché si eviti una sorta di “mitizzazione” di questi nuovi media didattici per non cadere nel tranello di considerarli una panacea per tutti i mali della scuola italiana

Ha centrato perfettamente il mio punto di vista. L’uomo per vivere ha bisogno certamente di miti, ma deve essere abbastanza intelligente per non rimanerne prigioniero. Un pizzico di sano pragmatismo e uno sguardo più ampio e lungo sull’orizzonte della scuola e sulla distinzione tra fini e mezzi anche nel caso dei nuovi media non guasta affatto. Essi sono una grande opportunità ed occasione per innalzare gli standard di qualità dei servizi educativi; ma rimangono, per importanti che siano, dei semplici mezzi rispetti a fini che li trascendono.

Roma 8 gennaio 2013