Archivio mensile:aprile 2010

La scuola paritaria è un bene per tutti

Francesco Macrì

Se si parte dal presupposto che la scuola è un “bene” (in quanto risponde al diritto umano fondamentale di istruzione e formazione della persona), ed un “bene per tutti” (non solo nel senso che nessuno possa essere escluso in quanto diritto universale, ma anche in quanto la sua promozione individuale ricade a beneficio dell’intera collettività) non si può non concludere che la scuola debba occupare un posto di assoluta preminenza nell’agenda di chi governa e amministra il nostro Paese affinché possa svolgere compiutamente la sua funzione. E’, infatti, solo la scuola di qualità e di eccellenza, che “effettivamente” assolve il diritto di istruzione ed educazione di ciascun studente; che è “condizione e garanzia” di sviluppo economico e progresso umano e civile; che “realizza” il mandato educativo che la società le affida e che può, perciò, legittimamente “reclamare” il suo finanziamento pubblico.

Questo è “il” problema che deve essere risolto in assoluto affinché la scuola sia veramente “di fatto”, e non solo per definizione, un bene “di” tutti e un bene “per” tutti. Ma se questo è il vero problema, e nessuno può smentirlo, appare evidente quanto sia fuorviante, pretestuosa, ideologica la polemica che viene costruita ad arte contrapponendo la scuola statale a quella paritaria, quasi che la prima sia una manifestazione di un interesse “privato” a scapito di un bene “pubblico” garantito dalla seconda. Come pure è altrettanto fuorviante pensare che la scuola paritaria possa veramente svolgere i suoi compiti istituzionali senza il necessario corrispettivo sostegno economico.

La proclamazione della Legge 62/2000 costituisce certamente un punto di svolta rispetto allo scenario tradizionale italiano, notoriamente monopolista e statalista, perché, rompendo un tabù ideologico preclusivo che sembrava insormontabile, la colloca di diritto “nel” sistema nazionale di istruzione, di cui diventa parte integrante e “costitutiva”, ma presenta un grave limite per due ordini di motivi: il primo riguarda l’eccessivo carico di vincoli e prescrizioni che finiscono per appiattirla, uniformarla sul modello della scuola statale e quindi spogliarla della sua specificità e identità (contravvenendo così la norma costituzionale dell’art. 33.3, che le riconosce “piena libertà”); il secondo riguarda l’indefinita aleatorietà del finanziamento, lasciato alla discrezionalità delle singole leggi finanziarie e, quindi, agli umori e alle geometrie variabili delle Camere.

Analoga situazione, cioè di una parità scolastica più declamata che garantita, si riproduce, con tinte spesso più negative, a livello anche di singole Regioni, le quali con le loro Leggi sul “Dritto allo studio” prolungano un’ilteriore discriminazione della scuola paritaria.

Quale l’auspicio? Che i diritti umani e civili (cioè, quello di istruzione ed educazione, della libertà di scelta educativa, del libero insegnamento, della libera iniziativa dei singoli e dei gruppi sociali intermedi), dei quali la scuola paritaria é espressione, siano pienamente riconosciuti; che coloro che la utilizzano siano considerati cittadini come gli altri che legittimamente scelgono la cosiddetta scuola statale; che la loro libera scelta non sia caricata di costi aggiuntivi rispetto a quelli sostenuti dai genitori delle scuole statali. L’auspicio, cioè, che si verifichi quanto ha affermato a chiare lettere il Parlamento europeo in una sua Risoluzione del 14 marzo 1984: “Il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati Membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario   e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento di loro compiti e all’adempimento ei loro obblighi in condizioni uguali a quelle che beneficiano gli istituti statali corrispondenti, senza discriminazioni nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale” (art. 1.9).

Questa richiesta è la richiesta di un privilegio? Assolutamente no. E’ la semplice richiesta del riconoscimento di un diritto umano fondamentale, previsto anche dall’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, della quale abbiamo celebrato quest’anno il sessantesimo della sua proclamazione. Ma se si tratta di un diritto di libertà, di giustizia nessuno mai, se crede nella dignità umana e nella democrazia, dovrebbe prevaricarlo ed ostacolarlo.

Roma 4 aprile 2010