Archivio mensile:maggio 2009

Scuola paritaria, Diritto internazionale e Costituzione Italiana

Francesco Macrì, intervista di Laura Belisari

Relativamente alla questione delle scuole paritarie, sulle quali tanta polemica si continua a fare, recentemente anche in occasione della richiesta di reintegro dei fondi ad esse destinati, tagliati dalla Legge finanziaria 2009, che cosa chiede la Fidae alla politica che essa possa fare nel pieno rispetto delle norme costituzionali e del bene comune?

Una cosa semplicissima. Che anche, in Italia, la scuola paritaria abbia piena legittimazione, cioè un riconoscimento non solo “formale”, ma anche “sostanziale” (attraverso un finanziamento pubblico adeguato e una normativa rispettosa della sua libertà) perché non solo è “giusto”, in quanto riconoscimento di un diritto umano fondamentale, quello appunto della libera scelta educativa dell’alunno e della sua famiglia, ma, anche, auspicabile nell’interesse dell’intero Paese.

La scuola paritaria, infatti, concorre (ma lo potrebbe fare molto di più se fosse messa nelle condizioni di poter dispiegare tutte le sue potenzialità) ad offrire un più ampio spettro di opzioni educative alla crescente e diversificata domanda formativa delle famiglie, a migliorare la qualità dell’intero sistema scolastico nazionale attraverso un virtuoso confronto, dialettico ed emulativo, tra scuole statali e paritarie, a produrre per l’erario statale consistenti risparmi in quanto i suoi costi sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli delle scuole gestite direttamente dallo Stato.

Una lettura di questo problema, che purtroppo ha diviso e continua a divedere l’opinione pubblica italiana, che fosse veramente “obiettiva” e “libera” dai soliti pregiudizi statalistici o anticlericali di marca ottocentesca, porterebbe con naturalezza ad una giusta conclusione, non solo per motivazioni teoriche di natura giuridica, ma soprattutto per la sua intrinseca capacità di dare risposte concrete alle grandi sfide che incombono oggi sul Paese, impegnato com’è a fronteggiare la grave e diffusa emergenza educativa dei suoi giovani, la formazione permanente di tutti e per tutto l’arco della vita, la rapida obsolescenza delle conoscenze e delle professioni, la competizione internazionale del mercato globale della conoscenza, la bassa produttività del suo obsoleto sistema economico ed industriale.

Purtroppo, così non è. E, allora, anziché focalizzare la discussione ed unire le forze disponibili per riuscire a realizzare una “scuola di qualità e di eccellenza” per tutti (che, ripeto, è il vero, grande problema), in grado di riportare l’Italia dentro l’Europa e tra i primi Paesi del mondo; di assicurare un alto e diffuso livello culturale della popolazione e, quindi, un futuro meno incerto; di ridurre la mortalità e la dispersione scolastica; di “includere” nel sistema formativo i ragazzi svantaggiati, a rischio e i figli degli immigrati; di presidiare educativamente tutto il territorio nazionale, in particolare le aree depresse e le periferie proletarie delle grandi metropoli, si continua purtroppo a perdere tempo per disquisire se il “gestore” di una scuola debba essere pubblico o privato, se una scuola debba essere etichettata come “statale” o “paritaria”, se la scuola paritaria debba o non debba essere finanziata. Una discussione pretestuosa e miope, che ha avuto già la sua soluzione, e non da adesso, in quasi tutto il mondo occidentale e nei principali Paesi emergenti. Una polemica tutta italiana, costruita sul nulla, che si autoalimenta con anacronistiche discettazioni, lontane dalla realtà e dai bisogni veri quotidiani della gente.

Ma, secondo lei, quali sono i fondamenti giuridici che possano dare piena giustificazione a quanto ha appena finito di dire? che possano dimostrare, cioè, con evidenza che la parità è legittima ed utile al Paese? che possano eliminare, o almeno ridurre, queste persistenti ostilità che provengono da piccole ma agguerrite frange dell’intellighenzia, della politica, del sindacato ed enfatizzate dai mezzi di comunicazione di massa, da esse in gran parte controllati?

Mi limiterò, per accenni, ad alcune puntualizzazioni, facendo iniziare il mio ragionamento con l’affermazione di principi, ormai universalmente condivisi, salvo rare eccezioni di alcuni Stati nei quali però la democrazia è ancora un miraggio lontano e il potere è concentrato nelle mani di uno o di pochi oligarchi.

L’istruzione e l’educazione sono considerati “diritti umani fondamentali” in quanto ontologicamente fondati sulla persona. Pertanto, in quanto “diritti”, devono essere (e non può che essere così) riconosciuti non solo “formalmente”, ma “sostanzialmente” , cioè devono essere sostenuti e promossi con atti positivi, indipendentemente dal luogo dove essi si esercitano (scuola statale o paritaria) e dalla natura giuridica dell’ente erogatore del servizio (pubblico o privato). In quanto diritti umani fondamentali hanno il carattere dell’universalità, cioè riguardano indiscriminatamente “tutti” senza distinzioni di appartenenza sociale, culturale, razziale, religiosa, etnica, geografica; non solo, ma sono un bene e un valore “indivisibile”, come indivisibile è la persona umana sulla quale poggiano e di cui sono espressione. Ne consegue, pertanto, che nessuno Stato (tantomeno uno Stato che abbia la pretesa di qualificarsi democratico) può sentirsi legittimato ad operare soluzioni che, per pregiudiziali ideologiche, favoriscano alcuni suoi cittadini (coloro che optando per la scuola statale utilizzano servizi a titolo gratuito) e discriminano altri (coloro che optando per la scuola paritaria sono costretti ad assumersi l’onere economico derivante dalla loro scelta). Se si verificasse questo, la legge non sarebbe uguale per tutti, perchè alcuni sarebbero, come nel famoso libro di Orwell, “La fattoria degli animali”, più “uguali” degli altri”. In altre parole non esisterebbe più una vera democrazia, libera, giusta ed egualitaria.

Mi scusi se la interrompo. Ma il diritto internazionale, almeno nei suoi documenti più famosi, in quelli che sono considerati da tutti gli Stati del mondo come l’espressione massima della civiltà giuridica, come interpretano e risolvono questo problema della libertà di scelta educativa, e quindi della parità scolastica, che tante difficoltà continua a incontrare ancora in Italia?

 Molti sono i Documenti, sottoscritti anche dall’Italia, che riconoscono il diritto di tutti all’istruzione e all’educazione e la libertà di scelta educativa dei genitori. Mi limito a segnalarne solo alcuni, tra i più importanti, la cui conoscenza, anche se approssimativa, fa parte del bagaglio culturale di base di tutti gli studenti, anche di quelle della scuola primaria.

Innanzitutto va ricordata la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, del 10 dicembre 1948, di cui quest’anno si celebra il suo sessantesimo. Un suo articolo, per l’esattezza il 26, recita espressamente: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli”.

C’è poi l’art. art. 13 del “Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali” del 19 dicembre 1966, che ripete sostanzialmente le stesse cose: “Gli Stati, parti del presente Patto (e l’Italia è una di queste), riconoscono il diritto di ogni individuo all’istruzione. Essi convengono sul fatto che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e rafforzare il rispetto per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. Essi convengono, inoltre, che l’istruzione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera, deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra tutte le nazioni e tutti i gruppi razziali, etnici o religiosi ed incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. Gli Stati parti del presente Patto, al fine di assicurare la piena attuazione di questo diritto, riconoscono che l’istruzione primaria deve essere obbligatoria e accessibile gratuitamente a tutti; (…). Gli Stati, parti del presente Patto, si impegnano a rispettare la libertà dei genitori e, ove del caso, dei tutori legali, di scegliere per i figli scuole diverse da quelle istituite dalle autorità pubbliche, purché conformi ai requisiti fondamentali che possono essere prescritti o approvati dallo Stato in materia di istruzione, e di curare l’educazione religiosa e morale dei figli in conformità alle proprie convinzioni. Nessuna disposizione di questo articolo sarà interpretata nel senso di recare pregiudizio alla libertà degli individui e degli enti di fondare e dirigere istituti di istruzione, purché i principi enunciati nel I paragrafo di questo articolo vengano rispettati e l’istruzione impartita in tali istituti sia conforme ai requisiti fondamentali che possano essere prescritti dallo Stato”

Ma ci sono ancora altri documenti, anch’essi importanti, che mi limito solo a citare, senza entrare nel merito del loro articolato per non rendere troppo tecnico e noioso il discorso, come ad esempio gli artt. 4 e 5 della “Convenzione internazionale”, adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO, a Parigi, il 14.12.1960, contro la discriminazione nel campo dell’educazione e più specificatamente a favore della libertà dei genitori a scegliere per i propri figli istituzioni diverse da quelle gestite dalle pubbliche autorità; come pure l’art 26 della “Sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo”, del 7.12.1996 che conferma il diritto inalienabile dei genitori alla libera scelta educativa per i propri figli, conformemente al Primo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Ce n’è poi uno sul quale voglio dilungarmi un attimo di più, perché è stato emanato in un momento storico particolare; a ridosso, cioè, di grandi manifestazioni di piazza a sostegno della scuola “libera”, noi oggi in Italia diremmo “paritaria”, contro alcuni tentativi di statalizzazione della scuola che stavano avvenendo in Francia, Belgio, Spagna, Portogallo. Questo documento è noto come “Risoluzione del Parlamento europeo a favore della libertà di insegnamento”. E’ del 14 marzo 1984 ed è stato approvato a larghissima maggioranza, compresi i rappresentanti dello Stato italiano.

Le riassumo ora, ma rispettando fedelmente il testo, alcuni passaggi significativi: “Tutti i bambini e gli adolescenti hanno diritto di ricevere un’istruzione; tale diritto comprende il diritto di ciascun fanciullo di sviluppare al massimo le proprie attitudini e capacità; la libertà di insegnamento e di istruzione deve essere garantita; la libertà di insegnamento e di istruzione comporta il diritto di aprire una scuola e svolgervi attività didattica; il diritto alla libertà d’insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti; le procedure applicabili in caso di violazione dei diritti fondamentali e dei principi giuridici generali enunciati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riconosciuta dalla Comunità europea, si applicano anche in caso di violazione della libertà di istruzione”.

Per precisare la questione della parità scolastica e il suo relativo finanziamento e, quindi, rispondere alla sua domanda nella forma più convincente possibile, senza peraltro entrare in discussioni sottili di natura giuridica, mi preme attirare la sua attenzione su due affermazioni di questa Risoluzione. Si dichiara che la libertà di insegnamento, “per sua natura” (viene proprio usata questa particolare e densa espressione) esige che gli Stati rendano possibile l’esercizio di questo diritto. Questo significa, con parole più semplici, che gli Stati non possono esimersi dal dovere di creare tutte le condizioni (comprese quelle finanziarie) perché le scuole, tutte le scuole senza distinzione, possano “effettivamente” svolgere i loro compiti di insegnamento. Limitarsi a dire, quindi, come fanno alcuni, che in Italia la libertà di insegnamento c’è, tanto è vero che nessuno impedisce che esistano le scuole paritarie, ma che lo Stato non ha nessun dovere di finanziarle smentisce clamorosamente questa Risoluzione, che le ricordo è stata firmata, all’epoca, anche dallo Stato italiano. La seconda importante affermazione che fa questa Risoluzione è che gli Stati che non garantiscono (nel senso di cui abbiamo appena detto sopra) la libertà di insegnamento sono “perseguibili” alla stessa stregua di quelli che violano i diritti fondamentali e i principi giuridici generali enunciati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riconosciuta dalla Comunità europea istruzione”. La prego di non lasciarsi sfuggire il termine “perseguibili”. Esso fa intendere che nel caso in cui uno Stato non garantisca le condizioni dell’esercizio della libertà di insegnamento e di apprendimento commette una violazione di un diritto, un “reato”, e pertanto è punibile.

Da tutte le citazioni dei documenti riportati si possono trarre alcune conclusioni, chiare, apodittiche incontestabili: l’istruzione è un diritto; l’istruzione elementare è obbligatoria e gratuita per tutti; all’istruzione superiore devono poter accedere tutti coloro che sono meritevoli e capaci sebbene privi di mezzi; l’insegnamento è libero; la libertà di scelta educativa è un diritto prioritario della famiglia; gli Stati devono farsi concretamente carico di rendere possibile l’esercizio di questo diritto di libera scelta. Si potrebbero aggiungere altre cose, ma mi fermo qui perché ce n’é abbastanza per concludere che il diritto internazionale difende, garantisce e promuove il pluralismo istituzionale scolastico (un sistema costituito da scuole statali e paritarie) non solo a livello di proclamazione di principi, ma in maniera concreta, sostanziale, come è appunto il finanziamento, e che l’Italia, purtroppo, è ancora ben lontana da questo traguardo di civiltà giuridica, di libertà e di democrazia.

Non le nascondo che sono rimasta un po’ stupita, perché non immaginavo ci fossero tanti importanti documenti a sostegno della parità scolastica e che avessero una tale forza e chiarezza argomentativa. Sarebbe interessante poter riprendere ed approfondire alcuni passaggi, ma purtroppo la modalità dell’intervista costringe alla brevità ed essenzialità. Venendo alla nostra Costituzione, di cui celebriamo quest’anno il sessantesimo della sua proclamazione, possiamo dire che essa recepisca questi principi del diritto internazionale? Che non neghi il finanziamento pubblico della scuola paritaria?

 La Costituzione italiana, se letta nella sua integralità, senza forzate estrapolazioni di commi o discutibili letture riduzionistiche, come a volte viene fatto da chi vuole piegarla ai propri personali convincimenti, porta a concludere che la parità scolastica è possibile e legittima.

La Costituzione italiana sebbene abbia una vita abbastanza lunga (sessanta anni non sono pochi in un mondo di rapide trasformazioni) e sia stato il frutto compromissorio di visioni filosofiche, antropologiche, politiche molto diverse tra loro, è di una eccezionale modernità, il cui segreto sta nell’aver messo al centro di tutto il suo articolato impianto la persona umana, con i suoi diritti e la sua dignità. Anche per quanto riguarda i diritti all’istruzione e all’educazione ha scritto parole sagge e illuminate, compresa la questione relativa al finanziamento pubblico della scuola paritaria, che è diventato un problema solo perché della Costituzione si ha una scarsa ed approssimativa conoscenza, si fa di essa un uso frammentario, si forzano alcuni suoi commi strappandoli dal loro contesto e riempiendoli artificiosamente di connotazioni ideologiche che non hanno.

Io nel rispondere alla sua domanda non voglio cadere in questo errore. Pertanto le leggo alcuni articoli limitandomi ad alcune rapide considerazioni:

 Art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”.

Tra questi diritti non v’è dubbio che c’è anche il diritto all’istruzione e all’educazione, la libertà di scelta educativa del soggetto e della sua famiglia in ragione del fatto che sono anch’essi diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti come tali dal diritto internazionale e da tutte le Costituzioni dei Paesi democratici del mondo.

Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni, politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Un cittadino che non può scegliere una scuola paritaria perchè messo in condizioni di trattamento diseguale, di discriminazione economica rispetto ad un altro che sceglie la scuola cosiddetta statale, è la patente smentita di questo articolo: non gli viene riconosciuta una pari dignità sociale, non è uguale agli altri di fronte alla legge; la Repubblica non gli ha rimosso gli ostacoli di ordine economico perché “di fatto” e non solo “di diritto” possa esercitare la sua libertà e la sua eguaglianza. Uno Stato che abolisca la pari dignità sociale e l’eguaglianza dei suoi cittadini di fronte alla legge, regredisce nella preistoria del diritto, della democrazia, nella barbarie.

Art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della Famiglia”.

Tra questi non vi può non essere quello di poter liberamente scegliere per i propri figli un’istruzione ed un’educazione conforme ai propri convincimenti etici, garantista degli obiettivi educativi e professionali che si propone di perseguire, rispondente alle proprie specifiche necessità e attese. E’ indubbio, infatti, che la titolarità di questi diritti è assolutamente prioritaria rispetto a quella dello Stato, sempre che si voglia parlare di uno Stato democratico.

Art. 30: “E’ dovere e diritto della famiglia mantenere, istruire ed educare i figli”.

Il dovere, ma anche il diritto della famiglia di istruire ed educare i figli, anche se non esclusivo, è prioritario rispetto a quello dello Stato, che rimane sempre e comunque sussidiario, cioè di aiuto, di sostegno a quello della famiglia. Lo Stato non può sostituirsi alla famiglia (se non in taluni casi di particolare eccezionalità), non può prevaricarla; ma non può neanche ignorarla, abbandonarla a se stessa. Lo Stato infatti esiste in funzione dell’individuo, della famiglia, del bene comune, e non viceversa

Art. 31: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi”.

Se è diritto e dovere prioritario della famiglia istruire ed educare i figli e la Repubblica è tenuta ad agevolare con misure economiche ed altre provvidenze questo diritto-dovere non si comprende come mai dovrebbe rimanere fuori da questa logica la questione della scuola paritaria, che è pure espressione di questo diritto-dovere e del suo libero esercizio, come peraltro lo è a pieno titolo anche la scuola statale. Entrambe concorrono ad agevolare l’adempimento dei compiti della famiglia, soprattutto oggi nelle nostre società complesse. A differenza di alcune epoche remote, oggi, la famiglia da sola è gravemente inadeguata ad adempiere completamente i suoi compiti. La scuola statale e paritaria l’affianca, collabora con essa verso un comune obiettivo che è l’educazione dei figli.

Art.: 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Se lo Stato si limitasse ad un riconoscimento solo formale e non sostanziale di questa libertà, essa sarebbe una mezza libertà, sarebbe un suo misconoscimento, sarebbe un negare nei fatti quello che viene affermato nei principi. Non è pensabile che i costituenti intendessero dire questo quando hanno scritto queste parole. La libertà esiste concretamente solo nel momento in cui essa si può esercitare. In caso contrario è semplicemente un flatus vocis. Sostenere la libertà, in qualsiasi ambito essa si eserciti, per uno Stato è sempre una vittoria.

Art, 33: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato”

Con questo comma entriamo nel bel mezzo della nota polemica sul finanziamento pubblico della scuola paritaria. E’ il cavallo di battaglia che viene continuamente utilizzato da coloro che sostengono che la Costituzione, apertis verbis, è contro ogni forma di finanziamento pubblico della scuola paritaria. E’ la muraglia cinese che non è stata possibile superare in questi sessant’anni di vita repubblicana. La legge 62 del 2000 è riuscita ad aprire un piccolo varco, ma si moltiplicano i tentativi, soprattutto a livello di burocrazia amministrativa centrale e periferica, per tamponare la falla, per impedire che qualcuno entri ed eserciti liberamente l’insegnamento o l’apprendimento. La libertà ad alcuni fa ancora paura e quello che è paradossale che sono proprio costoro che utilizzano più di ogni altro termini importanti e significativi, quali libertà, eguaglianza, giustizia, democrazia.

Non voglio fuggire da questa obiezione che viene fatta, che pure per alcuni aspetti ha un suo apparente fondamento, sebbene le sue radici siano piccole e inconsistenti, e lo diventino ancor più se questo comma viene letto all’interno dell’intera Costituzione.

Intanto, va precisato che la Costituzione utilizza un termine ben preciso: “istituire”. Questo termine, interpretato correttamente, significa fondare, costituire, costruire, ma non certo gestire. Non è una sottigliezza linguistica da poco. Perché è’ solo in questo preciso senso di “istituire” che la Costituzione, libera, solleva lo Stato da un onere nei confronti degli Enti e privati che intendano appunto “istituire” scuole ed istituti di educazione. Inoltre il senso complessivo dell’espressione, così come è scritta, non va nella direzione, come alcuni vorrebbero, che lo Stato in maniera tassativa, assoluta debba esimersi da qualsiasi onere. L’espressione lascia aperta la porta che è nella discrezionalità dello Stato assumersi o non assumersi questo onere. Dare all’espressione un significato di assolutezza che non ha, è forzare il testo, è andare contro una sana correttezza intellettuale che ognuno di noi dovrebbe avere sempre anche quando ci troviamo di fronte a cose che non condividiamo.

Aver confuso il significato di “istituire” con quello di “gestire”, aver attribuito allo Stato una preclusione assoluta, un divieto tassativo di assumersi qualsiasi onere economico anche nei confronti della semplice gestione del servizio scolastico, è stato il perverso marchingegno messo in piedi per contrastare la soluzione di questo problema della parità scolastica, che è, e rimane, comunque un problema di libertà e di democrazia, cioè di civiltà. L’interpretazione che abbiamo appena dato di questo passaggio non è affatto peregrina e strumentale. Già l’on. Corbino, padre morale di questo comma, di questo tristemente famoso emendamento, durante il dibattito alla Costituente per sgomberare alcune perplessità dell’On. Gronchi aveva dato l’interpretazione che abbiamo appena finito di esporre: “Noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati; diciamo solo che nessuno istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. E’ una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare”. Chi al riguardo avesse qualche curiosità intellettuale storico-costituzionale può andarsi a leggere (e farebbe molto bene) gli Atti parlamentari. Sono atti pubblici, di pubblico dominio, a disposizione di chiunque ne abbia un interesse. La loro lettura sul punto servirebbe a svelenire la polemica, che con noiosa monotonia si trascina nel corso degli anni, e favorire viceversa la soluzione del problema che tanti genitori continua a discriminare e a penalizzare ingiustamente, facendone di essi cittadini di serie b.

Art. 33: “La legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali, che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali”.

Questo è un comma forse meno conosciuto del precedente, ma molto importante. Contiene due principi. Uno riconducibile al discorso appena terminato: che il trattamento degli studenti delle scuole paritarie deve essere equipollente a quello degli alunni delle scuole statali, e questa equipollenza non si può riferirla riduttivamente soltanto agli aspetti giuridici, come ad esempio il valore legale dei titoli di studio. Va ben al di là: include necessariamente anche lo stesso identico trattamento economico tra gli alunni delle scuole statali e paritarie.

Il secondo principio riguarda la “piena libertà” di cui devono poter godere le scuole paritarie, la qualità dei rapporti che dovrebbero sussistere tra lo Stato e la scuola paritaria, tra l’amministrazione burocratica dello Stato e la scuola paritaria. Su questo comma ci sarebbe da scrivere un intero libro su come esso viene violato continuamente in barba alla Costituzione. La scuola paritaria è spesso considerata un soggetto da tenere costantemente sotto controllo, da vigilare quasi che fosse inaffidabile, svolgesse un lavoro abusivo, non avesse piena e riconosciuta cittadinanza. A giustificazione di questi comportamenti alcuni adducono che tra le scuole paritarie, a volte, ci sono degli abusi, ci sono dei diplomifici. E’ vero, come è altrettanto vero che le stesse cose avvengono nel sistema delle scuole statali. Ma a costoro io rispondo che la legge italiana prevede tutte le soluzioni per reprimere questi abusi, queste illegalità, che le istituzioni preposte a vigilare dovrebbero attivarsi seriamente, come non hanno purtroppo mai fatto, per prevenirle. Lo facessero avrebbero il plauso di tutti coloro che con onestà e dedizione operano nel mondo della scuola, statale o paritaria che sia. Ma non è assolutamente accettabile che per colpa di qualcuno che si comporta scorrettamente e travalica la legge si impedisca indiscriminatamente a tutti di esercitare un loro diritto. Uno Stato che agisca così è ben lontano da una democrazia compiuta.

Art. 34: “L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita” ..

E’ una affermazione categorica che non mette alcuna preclusione verso alcuno. Riguarda indistintamente tutti i ragazzi. Lo Stato da una parte li obbliga, li costringe all’istruzione inferiore per almeno otto anni; dall’altra, appunto perché li obbliga, riconosce a tutti loro la gratuità della frequenza.

Ma, premesso che per legge e mi riferisco alla legge n. 62 del 2000 (ma avrei potuto citare la legge precedente degli anni quaranta) questo obbligo è assolto pienamente anche nella scuola paritaria, sorge spontanea una domanda: perché, questa scuola non deve essere gratuita? Perché, chi la frequenta, è costretto a differenza dei suoi coetanei di scuola statale, ad assumersi il costo di frequenza, che è un costo aggiuntivo rispetto alle tasse per l’istruzione che paga come tutti i contribuenti, quando la costituzione parla senza mezze misure che questa obbligatorietà è gratuita? Io penso che non ci siano risposte costituzionalmente plausibili per affermare il contrario, per sostenere che la frequenza nella scuola paritaria sfugga dalla regola della gratuità. Affermare questo è stravolgere un testo chiarissimo e praticare una brutale violazione di un diritto di giustizia e di equità.

Si, mi pare che le sue osservazioni siano condivisibili e che non facciano forzature strumentali del testo Costituzionale; però rimango ancora perplessa in quanto mi risultano, da letture fatte sui giornali, alcuni ricorsi di incostituzionalità da parte di cittadini, di associazioni, e addirittura di Enti locali dei finanziamenti pubblici erogati alle scuole paritarie.

La ringrazio per questa domanda perché mi dà l’opportunità di chiarire una questione che avevo trascurato. Sì è vero, molti sono stati i ricorsi di incostituzionalità. Le potrei fare un lungo elenco. Ma sono certo che l’annoierei con le citazioni di tutti gli estremi cronologici. Mi limito invece, ad una considerazione generale che le accomuna tutte. Le sentenze che sono state emesse dalla Corte costituzionale, a volte, (e insisto solo a volte) hanno dato ragione ai ricorrenti, ma, badi bene, non riguardo al merito specifico del problema, cioè alla illegittimità del finanziamento pubblico erogato, ma riguardo agli aspetti cosiddetti procedurali, alle modalità o tempi di erogazione, agli aspetti formali non rispettosi di norme vigenti, alla prevaricazione delle competenze di alcuni soggetti coinvolti. Come appunto è il caso dell’ultima sentenza, la n. 50 del 2008. Riguardo a questa le faccio, perché emblematica, una breve cronistoria per farle capire bene quello che ho appena finito di dire.

La legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Legge finanziaria 2007), all’art. 1, comma 635 stabiliva che l’erogazione della somma messa a bilancio per le scuole paritarie fosse effettuata dando la “precedenza” alle scuole materne. Le Regioni Lombardia e Veneto rispetto a questa clausola fanno ricorso di incostituzionalità in quanto lesiva, a loro parere, di competenze esclusive previste dagli articoli 117 e 118 del novellato Titolo V. della Costituzione. La Corte Costituzionale accoglie il loro ricorso e dà loro ragione. Ma le ripeto: la Corte non definisce incostituzionale il finanziamento in sé e per sé alle scuole paritarie, ma la clausola prevista che imponeva alle regioni una modalità di soluzione, quella di dare priorità alle scuole materne, una modalità che eventualmente avrebbero loro dovuto scegliere decidere in piena autonomia decisionale.

Quindi, per concludere, fino ad oggi, dopo 60 anni di ricorsi non c’è stata una sola sentenza di incostituzionalità riguardo il finanziamento pubblico della scuola paritaria, tanto è vero che un piccolo finanziamento di essa continua ad essere erogato dallo Stato come dagli enti locali. Solo questa constatazione, che fa parte della storia giuridica del nostro Paese, dovrebbe tranquillizzare Lei e far intendere a chi si ostina ad avversare la scuola paritaria che sta conducendo una battaglia da retroguardia non solo per ragioni di natura ideale e valoriale, ma anche giuridiche e costituzionali.

Mi permetta ancora una domanda. Fatta salva la costituzionalità del finanziamento pubblico come ha cercato di dimostrarmi, Lei in qualità di Presidente della Fidae, alla quale sono federate oltre 2500 scuole, che cosa si attende dalla politica?

Nient’altro che il rispetto della Costituzione, il rispetto cioè della libertà di insegnamento, il rispetto del diritto di istituire scuole paritarie, il rispetto della libertà di scelta educativa delle famiglie. Un rispetto pieno e sostanziale, giuridico ed economico insieme.

Cìò metterebbe fine ad una discussione pretestuosa quanto inutile, come quella del finanziamento o no della scuola paritaria, e farebbe concentrare tutte le migliori energie della società civile sul vero, grande, urgente problema: quello di una scuola di qualità, di una scuola moderna, di una scuola pienamente rispondente ai crescenti bisogni formativi dei nostri giovani e dell’intera popolazione, di una scuola capace di raggiungere i famosi obiettivi di Lisbona e perciò i Paesi più avanzati del mondo. E’ sulla scuola di qualità che si gioca il vero futuro del Paese e non su quella vecchia, quanto inutile diatriba da perditempo, di scuola statale o paritaria. Noi della Fidae, ma possiamo dire senza paura di essere smentiti, tutti i cittadini italiani, si attendono una cosa sola: una scuola di qualità. E per riuscire ad ottenere questa scuola di qualità da garantire a tutti è indispensabile il concorso di tutte le forze migliori della società civile, la mobilitazione di tutti i soggetti in grado di garantirla. Tra questi soggetti, certamente la scuola statale, ma un ruolo non meno importante lo riveste la scuola paritaria cattolica che ha dalla sua parte una esperienza pedagogica grandissima, sedimentata nel corso di diversi secoli in quanto era operante, e non solo in Italia, moltissimo tempo prima che esistesse addirittura la scuola statale e gli Stati nazionali sentissero l’esigenza di una scuola aperta a tutti i loro cittadini, in particolare a quelli appartenenti alle classi popolari. Perché le ricordo per inciso che la prima scuola in assoluto che si è fatta carico dell’istruzione e dell’educazione del popolo, del proletariato come si usava dire qualche decennio fa, è stata la scuola cattolica, un particolare storico di cui dovrebbero aver sempre una qualche riconoscente (almeno nel senso di “conoscere” e “ri-conoscere”) memoria coloro che oggi la osteggiano adducendo tra le altre loro presunte motivazioni che è una scuola “elitaria”.

Per concludere: chiediamo solo la possibilità di poter operare liberamente senza essere osteggiati o frenati per il bene comune del Paese; chiediamo il riconoscimento di un diritto e non invece alcun privilegio di sorta.

Roma 2009