Archivio mensile:dicembre 2008

Le scuole paritarie in Italia, vittime di un ideologismo preconcetto

Francesco Macrì, Intervista di Olga Giuriato

 Come giudica i commenti della stampa nazionale di quest’oggi (6 dicembre 2008), relativi al problema del reintegro da parte del Senato dei fondi destinati alle scuole paritarie, tagliati invece alla Camera, nonostante alcune proposte emendative di alcuni parlamentari del Centrodestra e del Centrosinistra?

 Ho avuto modo di leggere diversi giornali, alcuni dei quali con una grande tradizione e un’ampia platea di lettori, come ad esempio il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa. Sono rimasto molto sorpreso dall’approssimazione con la quale è stato letto il problema generale della scuola paritaria e dal pregiudizio marcatamente ideologico e anticlericale che ne determina la sua interpretazione, anche rispetto alla questione specifica del reintegro dei fondi, per l’esattezza andrebbe detto “parziale reintegro” , a cui lei si riferisce.

Mi limito solo a tre brevi osservazioni.

La prima. Equivocando, si parla come se l’universo delle scuole paritarie si identificasse e si esaurisse con quello delle scuole cattoliche facendo intendere che non si conosca che fanno parte del sistema paritario anche molte scuole “laiche” (gestite, cioè, da singoli cittadini, da gruppi di docenti o genitori, da associazioni, da cooperative, ecc.) che cattoliche non sono, e molte scuole degli Enti locali (cioè, di Province e Comuni), che naturalmente cattoliche non sono. Già questa grossolana confusione, che non ha nessuna corrispondenza ad un dato “obiettivo”, peraltro facilmente verificabile, la dice lunga sulla serietà di come viene affrontata la questione e sulla precisa angolazione ideologica, assunta come criterio di valutazione e di giudizio. E’ una leggerezza che non fa onore al giornalismo professionale che dovrebbe, al di là delle personali convinzioni di chi scrive, rappresentare la situazione così come effettivamente è perché il lettore abbia tutti i dati precisi per formarsi un suo personale giudizio.

La seconda. Si dice che il Parlamento ha ceduto ad un “ricatto” della CEI o, addirittura, del Vaticano. Anche questa osservazione, è manifestamente faziosa; ma non solo, è fortemente offensiva della dignità dei parlamentari non riconoscendo ad essi libertà di pensiero, autonomia decisionale. Si offre del nostro Parlamento una rappresentazione che nessun cittadino può accettare come vera, soprattutto se questa rappresentazione viene data da chi, in altre occasioni, si atteggia a suo strenuo difensore e propugnatore e reclama il rispetto delle Istituzioni. Come è possibile credere che un Parlamento, così composito e variegato, come quello italiano, possa rinunciare alla sua sovranità e piegarsi supinamente al semplice richiamo di qualche vescovo o cardinale. E’ una cosa irrealizzabile anche in un consiglio comunale del più piccolo e sperduto paese di Italia.

La terza osservazione riguarda la legittimità della parità. Riconoscerla giuridicamente ed economicamente non è affatto concedere un privilegio a qualcuno in nome della sua appartenenza ad una classe sociale, ad un’ideologia, ad una religione. La parità è un problema di civiltà che va affrontato e risolto per ragioni che sono prettamente ed esclusivamente “laiche.

 Mi scusi, in che senso “laiche”. Spieghi meglio il concetto

 Nel senso che la parità corrisponde nient’altro che al riconoscimento da parte dello Stato di una serie di diritti umani fondamentali, garantiti dal diritto internazionale, vedi ad esempio la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, ma anche dalla stessa Costituzione italiana e, perciò, in quanto tali, inconculcabili, “indisponibili” ad essere messi tra parentesi da qualsiasi forza politica che voglia rimanere all’interno del diritto e della Costituzione. I diritti ai quali mi riferisco sono: il diritto soggettivo di istruzione e formazione il cui titolare è ogni singolo cittadino, il diritto della libertà di scelta educativa delle famiglie, il diritto di equità e giustizia tra tutti i cittadini, il quale non ammette alcuna forma di discriminazione tra di loro, e poi il pluralismo come espressione di libertà e democrazia, l’autonomia e la sussidiarietà come modalità di uno stato più leggero, meno invasico, meno centralistico e burocratico. Potrei continuare ancora a lungo su questa strada, e sarebbe importante poterlo fare perché quest’anno è il sessantesimo della Costituzione italiana e richiamarla, per chi non la conosce o fa finta di non conoscerla, sarebbe una bella opportunità per fargli scoprire o riscoprire le origini della sua cittadinanza, ma il mio discorso diventerebbe troppo sottile e tecnico e non sarebbe adatto ad una breve conversazione come questa.

L’on. Ugo La Malfa in una intervista rilasciata ad Ankara (e riportata sul Corriere della Sera del 6 dicembre 2008) dopo aver detto che il reintegro è un chiaro segno di cedimento alle gerarchie ecclesiastiche, aggiunge che sarebbe stato molto meglio destinare questi fondi alla scuola statale. Che ne pensa?

 La sua citazione riferisce due giudizi diversi. Sul primo, quello del cedimento alle gerarchie ecclesiastiche, mi pare di avere già risposto sufficientemente prima. Per fortuna di tutti noi, e per fortuna anche dell’on. La Malfa, il Parlamento italiano, espressione di uno Stato di diritto e di una Repubblica democratica, è libero e non prigioniero di nessuno, tanto che anche l’on. La Malfa, che fa parte dell’attuale maggioranza di Governo, può tranquillamente dissentire rispetto alle decisioni prese dal Parlamento di cui fa parte senza che ne abbia alcuna conseguenza.

Sulla seconda osservazione, mi permetto di far rilevare che non si tratta di soldi “sottratti” alla scuola statale a beneficio di quella paritaria perché entrambe esercitano legittimamente un servizio pubblico di pubblico interesse, assolvono un mandato, quello educativo, che la società, la Repubblica, attribuisce loro, concorrono a realizzare il bene comune, a dare all’Italia la possibilità di stare sulla scena internazionale e reggere la competizione globale, a far crescere la società civile.

Inoltre, rifacendomi alla storia di questo parlamentare e alle campagne da lui sostenute da sempre, come quella della necessità di un maggior rigore nella spesa pubblica, di un pareggiamento del bilancio dello Stato, mi pare che l’on. La Malfa farebbe bene a dismettere queste vecchie polemiche ideologiche che artificiosamente contrappongono la scuola statale e quella non statale-paritaria e a fare ragionamenti più concreti, più corrispondenti ai tempi nei quali viviamo e più conformi alla nostra stessa Costituzione repubblicana.

L’on. La Malfa sa bene, infatti, perché come economista di numeri se ne intende, che il costo medio di un alunno di scuola paritaria, a fronte degli stessi servizi, se non addirittura maggiori, è di gran lunga inferiore a quello dell’alunno della scuola statale e, pertanto, anche per questa ragione economica, che certamente non è l’unica né la principale, dovrebbe non solo non osteggiare la scuola paritaria, ma positivamente sostenerla, promuoverla, perché costituisce per l’erario dello Stato un risparmio di grandissima rilevanza e concorre a pareggiare il disavanzo di quel bilancio al quale spesso l’on. fa riferimento.

Mi precisi meglio questa questione, che mi sembra molto importante e, forse, poco conosciuta dalla gran parte dell’opinione pubblica. In che termini la scuola paritaria fa risparmiare allo Stato?

Mi risulta molto semplice risponderle e per farlo mi rifaccio ad alcuni dati, che ricavo da una recente pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, intitolata “La scuola in cifre 2007”. Ci sono anche altre pubblicazioni che trattano la stessa questione, come quelle curate dall’ISTAT, dal CENSIS, ma preferisco riferirmi a questa perché immagino che tutti i lettori la possano ritenere più obiettiva, più attendibile, meno ostile all’amministrazione pubblica. Si legge che nel 2007, a fronte di 7.751.336 alunni della scuola statale di ogni ordine e grado, è stato praticato un finanziamento pubblico pari a 57 miliardi di euro, così ripartiti: 47 miliardi sul bilancio del Ministero dell’Istruzione; 8 miliardi sui bilanci degli Enti locali; 2,2 miliardi sui bilanci delle Regioni.

Questo dato, che viene riportato e che è già per se stesso pur notevole, risulta largamente incompleto perché si riferisce alle sole spese correnti e non a quelle in conto capitale, come quelle, ad esempio, relative alla costruzione e manutenzione degli edifici, al loro ammortamento, alle attrezzature, ecc. Incompleto, inoltre, anche perché da questa voce complessiva di 57 miliardi di euro sono assenti le voci specifiche a carico di bilanci di altri ministeri, coinvolti a anch’essi in qualche misura per le competenze di ciascuno, a sostenere l’istruzione pubblica, come il Ministero della Sanità, dei Trasporti, dei Beni culturali, della Gioventù, e ancora, cosa non certo di poco conto, non vengono calcolati i molti miliardi di euro stanziati, sempre per l’istruzione, dall’UE.

La risultante di tutte queste voci, come lei può facilmente immaginare, è enorme sia in senso assoluto, sia in riferimento al costo medio dell’alunno della scuola statale. Ma risulta ancora più strabiliante se è rapportata al costo medio alunno della scuola paritaria che, ripetiamo a scanso di equivoci, è rappresentata dalle scuole cattoliche ma anche dalle scuole “laiche”, dalle scuole degli Enti locali. Infatti a fronte, nel 2007, di 1.049.420 alunni nella scuola paritaria sono stati erogati come finanziamento pubblico appena 534.961.147 di euro.

Conoscendo questi dati, chiunque è in grado di fare un raffronto e accorgersi che il costo medio dell’alunno della scuola paritaria è infinitesimale rispetto a quello della scuola statale e, per di più nella generalità dei casi, ha l’opportunità di disporre di servizi migliori e più diversificati, di strutture edilizie a norma di legge, perché, glielo faccio notare, non viene rilasciato nessun decreto di parità dal Ministero dell’Istruzione se il gestore non presenta tutte, ma proprio tutte nessuna esclusa, le certificazioni richieste dalla legge vigente.

A questo punto l’on La Malfa, ma chiunque altro che non si lasci guidare dai pregiudizi, dovrebbe esimersi dal fare quelle considerazioni che lei ha riferito e spostare il suo ragionamento su altri fronti più seri ed utili per la scuola italiana e per l’intero Paese.

A che cosa allude?

 Beh! Ad esempio, al finanziamento pubblico se debba essere dato alle scuole “automaticamente”, oppure a fronte di un servizio educativo di qualità che veramente lo meriti. La scuola statale finora, e questa è una delle ragioni della sua debolezza e inefficienza, è stata troppo “garantita” . Non è stata mai chiamata in causa da una valutazione esterna, scientificamente attendibile, del suo operato. E molti, soprattutto in ambito sindacale, pretenderebbero che questo criterio continuasse ancora per l’avvenire senza lasciarsi sfiorare dal pensiero che i costi della sua gestione sono a carico dei poveri contribuenti che pagano le tasse e che questo denaro pubblico andrebbe speso nella forma più corretta possibile, soprattutto in questo momento di grande difficoltà economica e di crisi finanziaria.

Ma per fortuna, anche in Italia, comincia a diffondersi piano piano la convinzione che è la “qualità” la discriminante vera tra una scuola, statale o non statale che sia, e l’altra; che è la “qualità” che garantisce l’effettivo esercizio del diritto di istruzione ed educazione degli alunni; che è la “qualità” che può reclamare il finanziamento pubblico e non invece, come è stato finora la “natura giuridica” dell’ente gestore, se cioè esso è statale o privato. Non le pare?

Questo significa, in altre parole, che bisogna porre al centro della questione l’alunno con i suoi diritti; che la scuola è funzionale all’alunno e non l’alunno alla scuola; che lo status giuridico della scuola (statale o non statale) è secondario, molto secondario, rispetto alla priorità assoluta, la qualità del servizio erogato e l’assolvimento del mandato educativo della scuola.

Certo, questa prospettiva è molto diversa dalla mentalità corrente, da una certa cultura statalista che immagina che una cosa sia buona per il semplice fatto di avere questo marchio di “statale”. Tutto il mondo sta marciando in questa direzione e sarebbe auspicabile che anche l’Italia imboccasse questa strada, l’unica che possa garantirle un futuro, perché solo una scuola di qualità è garanzia di futuro per tutti i singoli cittadini e per le singole nazioni. Le vecchie querelles a cui si riferisce La Malfa e altri con lui sono cose di altri tempi, di un mondo che non c’è più e che nostalgicamente si vorrebbe mantenere ancora in piedi nonostante la storia abbia preso altre direzioni.

Ma, in Europa, il problema del finanziamento pubblico della scuola non statale come viene affrontato? E’ inquinato, come in Italia, dalla componente ideologica e anticlericale?

 

La situazione è differente nei diversi Stati, ma sempre e ovunque più avanzata di quella italiana. Con un particolare che sorprende: Gli Stati di più antica e marcata tradizione “laica”, su questo problema hanno trovato delle soluzioni che noi italiani facciamo fatica a raggiungere ancora oggi. Pensi a quanto succede in Olanda, Belgio, Inghilterra, Lussemburgo, Francia, ecc., ma anche a quanto sta avvenendo negli stessi Stati ex-comunisti. Il finanziamento pubblico è garantito alle scuole non statali e, addirittura in taluni casi, le scuole cosiddette statali sono numericamente in minoranza. Non c’è, come in Italia, quell’approccio del problema, che potremmo definire giacobino, non c’è quella visione iperstatalista che considera che lo Stato debba invasivamente essere il diretto ed unico gestore delle scuole e dell’università. C’è una visione più matura e democratica dello Stato, una visione laica ma non laicista dello Stato per cui il privato e il pubblico non sono considerati irrimediabilmente antagonisti, conflittuali. Lo Stato si limita a definire le norme generali, stabilire i livelli essenziali delle prestazioni (quello che per la verità sancisce anche la nostra Costituzione negli artt. 33 e 117, ma a 60 anni dalla sua proclamazione è rimasta lettera morta) lasciando ampi spazi di libertà ad ogni cittadino di perseguire nelle modalità e nei luoghi che ritiene più appropriati questi obiettivi, sostenendolo anche economicamente in queste sue scelte. E’ quello che si chiama autonomia e sussidiarietà.

Da noi è ancora molto diverso. I nostri laici, ma sarebbe più corretto chiamarli laicisti, perché malati di ideologismo e statalismo, sono rimasti purtroppo ancorati a vecchie concezioni giacobine, antipaline di stampo ottocentesco. Per alcuni aspetti sono anche patetici perché riflettono un mondo che non c’è più e che nostalgicamente immaginano che ci sia o possa rivivere ancora. La storia corre, la società si evolve e loro rimangono inchiodati e irremovibili nelle loro convinzioni come se nulla fosse. Sono testimoni di un mondo arcaico dissoltosi da molto tempo.

Le voglio citare ancora una famosa Risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 1984 sul libero insegnamento. Questa Risoluzione, firmata anche dallo Stato italiano, nell’art. 1, comma 9, recita testualmente: “Il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura (la prego di non lasciarsi sfuggire questa espressione “per sua natura”) l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni eguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazioni nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale”.

Ma questa Risoluzione non si limita soltanto ad affermare teoricamente il principio dell’obbligo del finanziamento pubblico alle scuole non statali per non creare ingiuste discriminazioni, ma arriva al punto di prevedere delle sanzioni per quello Stato che violasse questo principio. Infatti nell’art. 2, comma 3 aggiunge: “Le procedure in caso di violazione dei diritti fondamentali e dei principi giuridici generali enunciati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riconosciuta dalla Comunità europea, si applicano anche in caso di violazione della libertà di istruzione”.

Credo che ce ne sia abbastanza per dimostrare quale è esattamente su questa questione la posizione dell’Unione europea e quale sia il ritardo accumulato dall’Italia. Un ritardo, purtroppo, non solo normativo, ma in molti ancora culturale, che impedisce loro di uscire dal limbo del pregiudizio in cui sono caduti.

Dimostrano di avere un carattere forte e determinato

 

Sì, scherzosamente possiamo dire così, anche se rimane nel fondo dell’animo un po’ di amarezza perché si tratta di questioni serie la cui soluzione positiva potrebbe favorire uno sviluppo più rapido della nostra nazione e riportarla, come merita, ai vertici dei Paesi dell’occidente. Perché la scuola paritaria o non paritaria che sia, è una questione assai importante, strategica, una questione che dovrebbe occupare il primo posto nell’agenda di ogni politico e di ogni parlamento e i cui problemi non possono rimanere irrisolti per diatribe ideologiche e bizantine. Nel panorama politico del nostro paese avremmo urgente bisogno di un supplemento di sano pragmatismo, e di una classe dirigente meno prigioniera del passato.

Come, in qualche misura, si è verificato intorno al 2000, all’epoca della legge 62, la legge sulla parità?

 

Direi proprio di sì. Pensi che questa legge è stata promossa da un ministro, l’on Berlinguer, che per decenni aveva militato nel Partito Comunista, notoriamente statalista. Ebbene, questo ministro, superando resistenze fortissime dentro e fuori il Parlamento, dentro e fuori la sua maggioranza governativa ,e pensi che le difficoltà maggiori le ha avute all’interno del suo partito, è riuscito a realizzare quello che la Democrazia Cristiana non aveva voluto o potuto fare in cinquant’anni di governo: una legge che rendesse, almeno a livello di principi, giustizia a tanti genitori ingiustamente discriminati rispetto a quelli che utilizzano il servizio della scuola statale. La sua è stata una vittoria di grande civiltà giuridica, una lezione di saggezza e lungimiranza, di democrazia e pluralismo, di coraggio politico. E’ un riconoscimento storico che gli è dovuto, anche perché questa legge, il cui rischio era da lui lucidamente calcolato, ha concorso insieme all’altra questione ancora molto attuale, della valutazione della scuola e dell’introduzione del merito nella progressione della carriera, a farlo cadere dalla carica di Ministro della Pubblica Istruzione.

E’ interessante leggere gli atti parlamentari di Camera e Senato dell’iter di questa legge. Si confrontano trasversalmente ai partiti due mondi, due culture, due visioni dello Stato; arrivo a dire, due forme di democrazia: una che definirei “vigilata”, l’altra più “matura”, perché più rispettosa del cittadino e dei suoi diritti. In molti prevaleva una “sfiducia” nei confronti dell’individuo, del cittadino e, viceversa, una fiducia illimitata nello Stato come apparato burocratico e amministrativo; in molti la convinzione che solo lo Stato è garante della libertà e del pluralismo, in molti altri per fortuna, che poi gradualmente sono diventati la maggioranza, tant’è che la legge, nonostante i successivi emendamenti peggiorativi rispetto al testo originario è stata alla fine approvata, è prevalsa la convinzione che il ruolo dello Stato non deve essere invasivo e prevaricatore della società civile e che l’istruzione e l’educazione costituiscono un diritto-dovere originario della persona, antecedente a quello dello Stato, la cui funzione prioritaria è quella di sostenerlo e promuoverlo e non di “gestirlo direttamente”, salvo il caso in cui questo si renda necessario per l’assenza di una iniziativa che venga dal basso, cioè dalla società, perché è indubbiamente obbligo dello Stato garantire l’esercizio di questi diritti.

La 62 è stata una legge sostanzialmente bipartisan ; una legge che, nonostante i suoi limiti, appunto perché legge di mediazione parlamentare e di compromesso politico, ha fatto fare all’Italia, su questo problema, un passo in avanti verso l’Europa dei diritti umani e civili. Una legge che dovrebbe essere ulteriormente completata sul piano dei principi giuridici, alla luce anche del nuovo Titolo V della Costituzione e della riforma dello Stato in senso “federalista”, ma soprattutto implementata sul piano economico, cioè dei finanziamenti che in maniera adeguata e certa rispondano ai bisogni delle scuole paritarie perché queste diventino effettivamente paritarie, sotto questo profilo economico, alle scuole statali.

Ma cosa risponde all’obiezione sempre ricorrente del senza oneri per lo Stato?

 

Innanzitutto rispondo che la Costituzione come qualunque altro testo va letta e interpretata nella sua globalità e non per estrapolazioni di singole parole o di singoli commi fuori del loro contesto. E’ un principio elementare di critica testuale che ogni studente conosce già dalla scuola media inferiore. Detto questo, aggiungo che la Costituzione italiana è una costituzione garantista della persona umana e dei suoi diritti, di tutti i suoi diritti, tra questi il diritto di istruzione e di educazione il cui titolare primo è l’individuo e non lo Stato, la libertà di scelta educativa delle famiglie, la libertà di insegnamento, la parità e l’eguaglianza dei cittadini. Ma venendo sul punto della sua domanda le ricordo che lo stesso on. Corbino, che ha proposto questo emendamento all’epoca della Costituente, dette questa interpretazione, limitativa certamente perchè lascia allo Stato la discrezionalità di intervenire o non intervenire economicamente, ma non affatto preclusiva come vorrebbero far intendere alcuni: nessuna scuola nasce col diritto di essere finanziata dallo stato, ma sta alla discrezione dello stato finanziarla o no. L’impedimento di un finanziamento esigito, cioè secondo Corbino, si riferisce alla sua “istituzione” e non al suo funzionamento. Sono due questioni completamente diverse sulle quali si fa confusione e su questa confusione si costruisce una teoria non rispondente al dettato costituzionale. Tanto è vero che, nonostante molti ricorsi di incostituzionalità del finanziamento pubblico delle scuole paritarie, la Corte Costituzionale non ha mai espresso una sentenza in tal senso.

Sulla parola “onere” ci sarebbe inoltre da fare anche una osservazione di natura semantica. Il finanziamento di una scuola può essere considerato un “onere” o, invece, si tratta di un vero “investimento”, e di un investimento ad alto tasso di interesse non solo per il singolo ma anche per l’intero paese? Se così non fosse non si spiegherebbe altrimenti come, in tutto il mondo, tutti gli Stati, compresi quelli poveri del terzo mondo, anzi per paradosso sono proprio questi che si distinguono di più, pensi all’India e alla Cina, investono quote importanti del loro PIL nell’istruzione e nell’educazione. La parola “onere”, che pure è usata dalla Costituzione, riflette, una lettura del problema ormai obsoleta, il cui significato più nessuno al mondo condivide.

Quali sono i vantaggi secondo lei di un sistema pluralistico costituito da scuole statali e paritarie rispetto ad un sistema unico, statale?

 

Ce ne sono molti e di diversa natura. Innanzitutto è una garanzia di democrazia e di libertà, e la democrazia e la libertà hanno un valore che non può essere messo mai in discussione da nessuno e per nessun motivo in nessuna società che considera preminente e fondativa la persona umana e la sua dignità.

Ma ci sono vantaggi di altro genere, di livello diverso certo, ma non per questo trascurabili. Il pluralismo scolastico innesca inevitabilmente un processo di virtuoso confronto ed emulazione tra tutte le scuole, le spinge tutte verso un servizio migliore e più di qualità, moltiplica il dinamismo della ricerca, della innovazione ,della sperimentazione, della qualità appunto; ma non solo; tutto questo lo persegue e lo realizza, in base ai principi base dell’economia, a costi più bassi rispetto a quel contesto dove questa emulazione non c’è.

Inoltre va detto che il risultato di questi benefici va a ricadere sui giovani che possono così poter utilizzare servizi migliori e più corrispondenti ai loro specifici bisogni educativi.

Tutto questo non le pare che sia utile ed urgente per il nostro Paese? Tutto questo non dovrebbe riuscire a convincere tutti che un sistema pluralistico, costituito cioè da scuole statali e paritarie, è vantaggioso per l’intero Paese? E se questo è obiettivamente vero e inconfutabile, perché persistere tenacemente con questa pregiudiziale ideologica di ostilità nei confronti delle scuole paritarie? Non è il caso, che ognuno di noi, si liberi dai propri pregiudizi, specie se questi non sono stati mai seriamente verificati, e anteponga il bene comune, l’interesse della collettività? Di fronte all’attuale emergenza educativa, di fronte alla necessità di innalzare rapidamente i livelli medi culturali della nostra popolazione, di fronte alla scadenza di perseguire gli obiettivi di Lisbona rispetto ai quali l’Italia è ancora lontana, di fronte alla necessità di integrare realmente i milioni di stranieri che giungono in Italia, di fronte al drammatico fenomeno dell’evasione e mortalità scolastica, ecc. non si dovrebbe piuttosto operare per mobilitare tutte le energie vive della società, anziché continuare all’infinito vecchie guerre di religione tra guelfi e ghibellini, tra statali e non statali, quasi che tutti noi fossimo cittadini di stati diversi in perenne guerra tra loro?.

A me pare proprio di sì, e con amarezza assisto a questa continua, infinita polemica, costruita sul nulla, appunto, cioè, su pregiudizi infondati.

Roma 6 dicembre 2008