Archivio mensile:dicembre 2007

LA SPIRITUALITA’ DELL’INSEGNANTE DI SCUOLA CATTOLICA

Bruno Forte

Farò riferimento al testo Educare insieme nella scuola cattolica visone azione condivisa di consacrati e laici perché è quanto la chiesa in questi giorni ha espresso come via ispirativa della nostra presenza, non solo nel mondo letterale della scuola, ma come scuola ispirata al vangelo.

Vorrei articolare la mia riflessione in un dittico, due tavole, come quelle della Torà. Da una parte vorrei cogliere le sfide che il tempo in cui viviamo, nella società complessa in cui troviamo, pone ammissione educativa della scuola cattolica e poi, nella seconda tavola del dittico, vorrei individuare quale spiritualità è necessaria per poter raccogliere queste sfide e corrispondere ad esse proponendo la gioia del vangelo. La mia riflessione proporrà la spiritualità di comunione raccogliendone gli impulsi dal documento uscito in questi giorni e articolandola in cinque punti come le dita di una mano.

Parto innanzitutto dal primo dittico: le sfide del tempo, dove siamo, chi siamo, come siamo e cosa siamo chiamati a fare per servire oggi il vangelo. Alla base anche dell’enciclica del Papa uscita ieri, Spe Salvi – salvati dalla speranza – c’è in realtà la grande sfida del tempo in parte riassunta in una domanda che è sempre stata presente nel cuore umano ma che oggi si affaccia con particolare evidenza: CHE COSA POSSIAMO SPERARE.

In realtà questa enciclica è significativa ed importante e parla veramente a tutti perché ci fa capire che la vera crisi del tempo, si potrebbe dire, è la penuria di speranza. Dopo la stagione moderna, dopo i grandi racconti delle ideologie che avevano bene o male contrabbandato le riforme di speranza, la speranza nella scienza fondata sulla fede del proprio essere, la speranza nella capacità dell’uomo e della sua ragione di cambiare il mondo e la vita, la speranza rivoluzionaria fondata nell’analisi politica e scientifica del marxismo, oggi il grande vuoto sembra essere quello di ragioni di vita e di speranza. Ecco perché il Papa ripropone la speranza della fede come buon governo di questa epoca post moderna, una speranza che non è fondata soltanto nelle mani dell’uomo, ma è fondata sulla fedeltà di Dio. Ci sono dei passaggi veramente stupendi dell’enciclica che ci fanno capire come la speranza nasce da un grande amore. Solo se noi siamo toccati dal grande amore, possiamo veramente sperare. Ma non basta l’amore limitato, fragile, caduco, come inevitabilmente è ogni amore umano, occorre un amore incondizionato, questo è in Dio, ecco perché dice il Papa, la speranza è fondata in Dio. È questa la speranza! Non è la cancellazione delle speranze umane come qualcuno superficialmente ha interpretato senza nemmeno aver letto l’enciclica, come alcune volte succede. Il Papa certamente critica i limiti della scienza quando essa diventa scientismo, cioè ideologia, presunzione, critica i limiti dell’ideologia, specialmente quelli del marxismo, perché ha ridotto l’uomo ad una sola dimensione, ha cancellato l’eterno, è proprio così, ha prodotto grande violenza sull’uomo. Ma il Papa apprezza anche gli sforzi della scienza, la fede nel progresso perfino dell’ideologia di capire il mondo, la vita con una analisi appropriata, dice però che tutto non si risolve nell’orizzonte di questo mondo, il Dio cristiano non annulla il valore di tutto ciò che normalmente si vuol fare per il progresso e per il bene, anzi lo prolifica e lo potenzia.

Ecco allora la grande sfida del tempo, motivare la speranza, testimoniare la speranza, ma in modo particolare questo documento ci fa capire che l’urgenza di rendere ragioni alla speranza, si profila oggi di fronte almeno a sette grandi sfide. Dunque la grande sfida è rendere ragione alla speranza, ma questa grande sfida si articola in altrettanti rivoli che inquietano la coscienza e si pongono anche nell’ambito educativo come la missione che vi è propria contro le autentiche sfide.

Io vi enumero raccogliendo in modo particolare la numero uno del documento Educare insieme nella scuola cattolica che, dopo aver messo in luce le evoluzioni repentine e contraddittorie del nostro tempo, il grande tempo dei cambiamenti, dunque le sfide educative, individua queste sfide in: PRIMO – la crisi valoriale, cioè dei valori di riferimento, qui c’è il disinteresse delle verità fondamentali della vita. Ieri parlando a circa 300 giovani di un liceo di Chieti, in una bellissima e attentissima assemblea, ad un certo punto uno dei ragazzi si è alzato e mi ha fatto questa domanda: “quando nel passato si parlava tanto della morte e della vita eterna, non si parlava del sesso, oggi che parliamo sempre del sesso, ci siamo dimenticati della morte e della vita eterna”. Io gli ho detto a questo giovane di 17 anni, di avere perfettamente ragione, non è che non si debba parlare del sesso, dell’affettività, sono aspetti importanti, ma bisogna parlarne in un’ottica integrale, che non si riduce a momenti di ricerca effimera di piacere ma che rientri in progetto globale che si apre ad un orizzonte in cui si prende sul serio la morte e la vita eterna. Ecco, questo disinteresse per le verità fondamentali della vita umana, questo individualismo per cui ognuno si raccoglie nella propria nicchia, il riflusso nel privato, il relativismo morale per cui che male c’è, tutto è permesso, l’utilitarismo per cui è importante impegnarsi solo per ciò che ci da un tornaconto. Ed è questo che io chiamo la crisi dei valori, le sfide valoriali che sono accennate in questo testo.

Una seconda sfida all’interno di questo grande orizzonte, di rendere ragione alla speranza, è quella legata ai cambiamenti strutturali. Noi viviamo in un’epoca nuova e diversa da tutte le epoche precedenti e la grande novità ha un nome, globalizzazione. Oggi noi viviamo in sintonia, siamo collegati in tempo reale con tutti i più diversi mondi del pianeta. Io posso fare una domanda su un problema, una questione di cui ho bisogno di sapere qualcosa ad un mio amico, collega che vive a Washington, o a Gerusalemme o a Sidney o a Tokyo, e avere nel giro di pochi minuti la risposta alla domanda posta per iscritto. Dunque la globalizzazione ha avvicinato le distanze, ha abbattuto le separatezze, ma nello stesso tempo porta con se un enorme rischio, il rischio delle cancellazione delle identità, il rischio di pensare che nel villaggio globale, non ci sia più valore nei locali. Quando quindici giorni fa ho parlato ai vescovi di Inghilterra e del Galles nella loro assemblea di Leeds, il tema della mia riflessione sono stati i problemi che ci sono dietro la modernizzazione, la post modernità e la crisi del ruolo della chiesa. Ho dovuto esattamente toccare precisamente questi temi e ho insistito con i vescovi inglesi sul neologismo che proprio dall’inglese ci viene. La parola Glocal che nasce dalla sintesi di global e local; non basta la globalizzazione, occorre recuperare il locale, cioè l’identità concreta. E solo in un gioco esatto di globale e locale che l’uomo viene rispettato. Questa è una grande sfida che i cambiamenti strutturali ci portano a vivere.

Terza sfida: il divario che lo sviluppo in atto sempre più fa crescere tra paesi ricchi e paesi poveri. Questa è un’altra grandissima sfida alla quale dobbiamo sensibilizzare i nostri giovani, dare loro il senso della mondialità, il senso del privilegio che essi hanno di vivere in un nord del mondo molte volte sazio e tranquillo, mentre la maggior parte del pianeta vive in una condizione di subumanità.

Quarta sfida: l’emigrazioni che accentuano la diversità e il confronto dell’identità culturale nello stesso territorio con le relative conseguenze concernenti l’integrazione. Questi non sono problemi che stanno fuori di casa nostra. Ci sono regioni italiane dove ormai il 40% degli studenti, sono figli di immigrati e in tutte le scuole noi cominciamo ad avere anche nelle nostre regioni, queste presenze, che vanno rispettate, accolte, ma attenzione non enfatizzate, cioè non bisogna arrivare alla stupidità dei direttori scolastici che dicono quest’anno non si fa il presepe perché su i nostri 500 alunni uno è mussulmano. Dobbiamo avere anche un senso di equilibrio e di realismo nel rispetto anche della nostra identità. Ma va colto il problema dell’integrazione.

Quinta sfida: il clima di pluralismo culturale che tutto ciò provoca in questa società globale, diversificata, totale, locale e planetaria dove ci sono diversi e incontrastati modi di interpretare la vita, i giovani si trovano posti di fronte a diverse proposte di valori o disvalori sempre più stimolati anche se sempre meno condivise. Come orientarsi in questa selva ingente e tenebrosa.

Sesta sfida: la crisi delle stabilità della famiglia. Grandissima sfida, perché noi lo sappiamo, senza la collaborazione educativa della famiglia, l’educazione dei giovani dei ragazzi diventa un enorme problema e quando la famiglia manca, manca obbiettivamente perché la sua stabilità è compromessa, dai divorzi, dalle separazioni, dalle convivenze, provoca un enorme sfida al nostro punto educativo e finalmente le situazioni di disagio e di povertà che esistono in ogni parte del mondo, anche in quello così detto ricco, che creano un senso diffuso di disorientamento sul piano esistenziale ed affettivo in un periodo dettato dalla crescita e dalla maturazioni dei giovani, soprattutto per esempio la crisi del mondo del lavoro (settima sfida) che provoca nelle famiglie, quando la mamma e il papà che lavorano sono licenziati e non hanno più il lavoro, un grosso impatto sulla psicologia dei giovani, ti danno un senso di instabilità, di insicurezza, soprattutto per i giovani abituati fino ad un certo momento della vita ad avere tutto, che si trovano davanti alla necessità di tirare la cinta, idea della quale essi non avevano neppure la più pallida rappresentazione. Ecco, queste sono le sfide, naturalmente, alcune, le principali e tutte e 7 queste sfide, crisi di valori, divario tra ricchi e poveri, immigrazioni, pluralismo culturale, instabilità familiare, disagio e povertà, tutte e 7 queste sfide, sono in realtà espressioni di una stessa grande sfida: il bisogno di speranza, la penuria di speranza in grande.

Se queste sono le sfide, questa è la prima tavola del dittico della nostra sfida educativa, in che cosa noi dobbiamo veramente introdurre i giovani? Vedete l’educazione in fondo è un introdurre la persona integralmente nella realtà totale, questa è l’educazione, è una sorta di analisi, di salita nel mistero totale del mondo, sempre più cercando di penetrarlo, di conoscerlo, di scrutarlo, nei suoi fenomeni e nei suoi fondamenti, nel fondamento supremo che è Dio. Questa è l’educazione. Il così detto rischio educativo, sfida educativa, consiste in questo nell’accettare di accompagnare, una persona umana, giovane nella scoperta del mondo nel suo mistero e nei suoi fondamenti per poter costruire la propria vita in questo tessuto. Allora se questa è la grande sfida educativa, come noi rispondere ad essa, come rendere ragione alla speranza offrendo l’introduzione alla realtà totale aperta al mistero e alla trascendenza di Dio?

Ecco la seconda tavola del mio dittico: la grande risposta che come scuola cattolica siamo chiamati a dare è una spiritualità di comunione. Questo mi sembra l’aspetto più importante di ciò che viene proposto in questo testo. Di fronte alle sfide che si riassumono nella disgregazione dei riferimenti valoriali, delle appartenenze solidali, della continuità tra le generazioni, la spiritualità di chi opera nella scuola cattolica, è chiamata ad essere una spiritualità di comunione. Ma poter capire più in profondità questo progetto che solo deferito nel tempo offrendo l’olio della comunione, vorrei articolare queste idee della spiritualità della comunione in dialogo ma anche naturalmente con un documento in cinque grandi ambiti come le dita di una mano, capace di scrivere nel cuore dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, le parole della vita. Quali sono questi cinque volti della spiritualità della comunione? ve li elenco e poi brevemente li ricostruisco.

1 – comunione con Dio;

2 – comunione con la Chiesa;

3 – comunione fra gli educatori;

4 – comunione con i ragazzi e i giovani, relazione educativa;

5 – comunione con la società globale e in essa con la comunità vivente della ricerca scientifica e pedagogica.

Alla luce di queste cinque differenti dimensioni della comunione, arriverò ad una conclusione che mi sembra essere il progetto che ci viene affidato dinanzi le sfide del tempo e viene affidato alla scuola cattolica.

Primo punto, comunione con Dio. Questo punto in realtà emerge fin dalla definizione di scuola cattolica, qui mi riferisco al documento del 1997 “La scuola cattolica alle soglie del terzo millennio”. In questo documento viene così definita la scuola cattolica: “luogo di educazione integrale della persona umana attraverso un chiaro progetto educativo che ha il suo fondamento in Cristo”. Ciò che è da apprezzare in questa definizione è che essa da subito va dritta all’essenziale, ci parla della scuola come educazione integrale, della persona umana, pone l’attenzione ai giovani come persone attraverso un progetto educativo chiaro dunque non ambiguo, non confuso che ha il suo fondamento in Cristo. Analizziamo questo compito spirituale; solo una profonda comunione con Dio nutrita in preghiera, carità e obbedienza docile alla verità e all’amore di Dio, renderà capaci di analizzare la sintesi fra fede, cultura e vita, necessaria per il compimento di un tale progetto. Allora vi leggo tre piccoli testi da questo documento. Tutti e tre descrivono cosa significa una spiritualità, la comunione degli insegnanti della scuola cattolica come esercizio, pratica, della comunione con Dio. Il passo numero quattro dice così: il progetto di una scuola cattolica è convincente solo se realizzato da persone profondamente motivate perché testimone di un incontro vivo con Cristo nel quale soltanto tra la breve luce il mistero rimane. Perciò è utile che si riconoscano nella visone personale comunitaria al Signore assunto come fondamento costante riferimento della relazione interpersonale della collaborazione al ciclo tra educatore ed educante.

Come è bello questo: persone profondamente motivate, testimoni di un incontro vivo con Cristo. A volte nella scuola cattolica non si incontrano testimoni di Gesù, c’è ancora una timidezza nella proposta cristiana e questo non è più ammissibile. Il tempo della timidezza nell’annuncio del Vangelo, è passato. Io non mi vergogno della gente dice Paolo, la scuola cattolica non deve avere paura di annunciare il dono più grande e questo può nascere solo da testimoni credibili cioè di persone che hanno fatto di Cristo il senso e la gioia della loro vita.

Secondo testo: per questo agli educatori cattolici è necessario anche e soprattutto la formazione del cuore, occorre indurli a quell’incontro con Dio e Cristo che susciti in loro l’amore verso l’altro, così da fare del loro impegno educativo una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore.

Anche questo, la formazione del cuore, un cuore innamorato di Dio. Non è questione di età o stagioni della vita, spesso ci si giustifica dicendo noi siamo anziani, ma se tu ci credi, la tua fede si vedrà qualunque sia la tua età, addirittura anche se sei nell’impossibilità fisica di fare qualcosa, se ci credi, la tua fede si trasmette.

Terzo testo: l’istruzione è amore, solo così, se la intendiamo così, gli educatori potranno portare il loro insegnamento ad essere una scuola di fede di trasmissione del Vangelo come richiesto dal progetto educativo della scuola cattolica.

Ecco allora il primo punto, il primo dito della mano: Comunione con Dio. Essere innamorati di Dio, vivere nella sequela di Gesù e nell’unione con lui, pregare, come ci dice il Papa nell’enciclica, la speranza si impara nella preghiera, la preghiera è il più grande luogo di formazione della speranza.

Secondo dito della mano: Come vivere con la Chiesa. Anche qui siamo di fronte ad un punto molto importante. Se la scuola cattolica ha bisogno di questa sequela viva di Gesù, dove la attinge, dalla comunione della fede, cioè dalla comunione memorante, celebrante e testimoniante della Chiesa. E dove la trasmette? Nella Chiesa e nella società. Vi leggo un passaggio molto importante di questo documento, il numero 5. La scuola cattolica è luogo di esperienza ecclesiale, la sua forza collettiva e le potenzialità relazionali derivano dalla comunione di vita radicate nella stessa appartenenza in Cristo, nel riconoscimento dei valori evangelici, assunti come norme educative, spinte motivazionali ed insieme mete finali del percorso scolastico.

Come dire, la Chiesa, rispetto alla Vostra opera, non è un optional, occupa una struttura parallela, questo può succedere. A volte mi dicono, non è la mia esperienza grazie a Dio, in alcune Diocesi, le iniziative promosse dal Vescovo per i giovani, trovano più risposta in scuole laiche così dette o statali, che non in quelle cattoliche, perché la scuola cattolica, e questa è la risposta, ha il suo percorso formativo e quindi non sente il bisogno di rispondere agli appelli dei pastori. Io qui veramente prego il Signore perché ci faccia capire tutti, che solo lavorando insieme possiamo costruire il Regno di Dio, e abbiamo il bisogno di sentirci Chiesa e di essere Chiesa. Qui è responsabilità dei pastori è far sentire, per esempio le comunità religiose, parte vive della Chiesa. Uno dei primi atti che ho fatto, dopo gli esercizi ai sacerdoti, sono stati gli esercizi predicati a tutte le religiose della diocesi che lo volessero. E sono venute religiose di tante congregazioni, proprio per dire che siete importanti nel cuore del Vescovo perché siete forze vive della Chiesa e noi insieme potremmo costruire il Regno. Qui solleciterei tutte a vivere la spiritualità di comunione come spiritualità profondamente ecclesiale, siete Chiesa, sentitevi Chiesa, chiedete alla Chiesa di sostenervi con il suo amore e la sua fede e sostenetela Chiesta con la vostra passione e il vostro impegno. La relazione con il Vescovo e con i Pastori è fondamentale, se non ci fosse riparate, se c’è coltivatela perché cresca con la relazione e l’amore reciproco, il sostegno reciproco, per sentirvi amate come realtà ecclesiale.

Terzo dito della mano: Comunione fra gli educatori. Come dire la frase di Gesù: “da questo riconosceranno che siete miei discepoli se mi avrete”, vale anche per gli educatori della scuola. Come fai ad annunciare il Vangelo se non dimostri di amare e di condividere la comunione con chi come te è chiamato ad annunciarli. Gelosie, invidie, maldicenze e così via, tutto l’elenco che fa Paolo, dovrebbero essere tenute fuori rigorosamente dagli ambienti della scuola. Dice il numero cinque del documento “Educare Insieme”: l’attuazione di una vera comunità educativa costruita su una base di valori progettuali condivise, rappresenta per la scuola cattolica un compito impegnativo da realizzare. Certamente il grado di partecipazione potrà essere diversificato e raggiungere la propria storia personale, ma ciò esige la disponibilità per l’impegno di formazione e autoformazione permanente, in rapporto alle scelte di valori culturali di vita da rendere presenti nella comunità educativa. Non c’è più solo il singolo docente, c’è la comunità educativa. Nessun educatore può sentirsi un’isola, un avventuriero dell’intelligenza, non si metta sennò insieme.

Il principio pedagogico che tante volte proponiamo alle famiglie, dove se papà dice una cosa e mamma dice la cosa opposta, il figlio diventa schizofrenico perché c’è una sinfonia, una sintonia che è alla base dell’educazione e che non è di facciata ma di cuore, di verità. Crescere insieme è una spiritualità di comunione fra gli educatori.

Quarto dito della mano: Comunione con i giovani. Che cosa dice questo. Anzitutto qui ho bisogno di citare quattro numeri del testo perché mi sembra che dicano altrettante cose importanti. La prima è questa, vi leggo la numero dodici:l’educazione, proprio perché mira a rendere l’uomo più uomo, può anche rifarsi solo ad un contesto relazionario comunitario. Questo è bellissimo. L’educazione non è solo la trasmissione del singolo al singolo, c’è anche questa dimensione, ma è sempre una trasmissione di appartenenza, cioè di un contesto di relazioni che si trasmette dall’educatore a chi è educato e viceversa e nel contesto comunitario in cui il processo si svolge. Ecco perché con i giovani, non c’è solo un rapporto verticale di dipendenza dell’educando dall’educatore, ma c’è anche un rapporto di comunione.

Numero 24: ciò esige dagli educatori cattolici la maturazione di una particolare sensibilità nei confronti della persona da educare, per saper cogliere, oltre la domanda di crescita, di conoscenze e competenze, anche il bisogno di crescita in umanità. Questo richiede agli educatori di dedicarsi all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Sempre un docente, specialmente nella scuola cattolica, deve essere ricco in umanità, non deve solo trasmettere conoscenze e nozioni, deve farlo e deve farlo con serietà, personalità e rigore, ma ricordarsi che è il cuore che parla al cuore.

Se i nostri giovani si sentono amati da noi, allora si accenderà la vita nel loro cuore, perché solo la vita accende la vita. Dal numero tredici; la scuola cattolica si caratterizza principalmente come comunità educante e si configura perciò come scuola per la persona e delle persone, e sta li a formare la persona nell’unità integrale nel suo essere e soprattutto coinvolgendola nella dinamica delle relazioni interpersonali che costituiscono e vivificano la comunità scolastica.

Finalmente al numero 22 la formazione professionale dell’educatore non solo implica un vasto ventaglio di competenze tecniche psicologiche e pedagogiche caratterizzate dall’autonomia, dalle capacità progettuali, creatività, cultura dell’innovazione, abitudine all’aggiornamento, alla ricerca e alla sperimentazione, ma esige la capacità di far sintesi tra competenze professionali e motivazioni educative con una particolare attenzione all’esposizione professionale oggi richiesta nell’esercizio sempre più collegiale della professionalità docente.

Insomma costruire una rete di relazioni in cui, mentre ci sforziamo di essere testimoni di verità, siamo anche testimoni di carità capaci di costruire amicizie.

Paolo VI diceva, oggi i giovani non hanno tanto bisogno di maestri da cui dipendere quanto da testimoni da cui lasciarsi accompagnare.

Quinto dito della mano: la comunione con la società complessa in essa con la comunità della ricerca scientifica e pedagogica. Una scuola che, dovesse essere un’isola felice, e che non analizzasse i processi e le sfide culturali della società in cui siamo nel far vedere degli uomini e delle donne libere capaci di credere, formerebbe delle persone incapaci di affrontare la vita. Dunque la scuola deve essere aperta alle sfide della società che però vanno vagliate quale oggetto di discernimento, analisi, giudizio, esattamente per formare i nostri giovani alla scelta. Se noi ci limitiamo a dire ai giovani di non vedere la televisione, di non usare internet, non risolviamo il problema. Noi dobbiamo educarli a scegliere cosa vedere o come servirsi di internet. In certe fasi della vita sono necessarie delle precauzioni, diciamo dei paletti, però è anche importante formare la coscienza.

Educare le giovani generazioni in comunione, la comunione della scuola cattolica è impegno serio che non si improvvisa, esso deve essere opportunamente preparato e sostenuto nel progetto di formazione, capace di cogliere le sfide educative del momento presente, di fornire gli strumenti più efficaci per poterli affrontare nella linea della missione condivisa. Ciò  implica negli educatori una disponibilità all’apprendimento e allo sviluppo delle conoscenze all’adeguamento e all’aggiornamento delle metodologie ma anche la formazione spirituale e religiosa di una condivisione.

Nel contesto odierno questo è particolarmente richiesto per rispondere alle istanze che vengono da un mondo in continuo cambiamento nel quale diventa sempre più difficile educare. E se questo vuole dire curare le competenze e le professionalità insieme alla formazione spirituale, il numero ventitre ci dice: la vocazione degli educatori esige la capacità pronta e costante di adeguamento e di adattamento.

Non puoi ripetere tutta la vita le stesse cose che leggi su fogli ingialliti da quando avevi vent’anni, perché non è sufficiente raggiungere solo inizialmente un buon livello di preparazione, occorre seguire un percorso di formazione permanente che esige una costante ricerca personale e comunitaria nelle sue forme e nelle realizzazioni, nonché un percorso formativo comunitario è alimentato continuamente dallo scambio e dal confronto.

E qui vive certamente l’aggiornamento come dimensione della spiritualità e di comunione che tutti dobbiamo riscoprire. Non è solo l’acquisizione di nuove tecniche didattiche e scientifiche, è l’aspetto della missione. Tu non puoi vivere la comunione con Dio e con la Chiesa, fra gli educatori, fra i giovani, se non fai una ricerca professionale continua per rendere il tuo servizio sempre più qualificato ed efficace.

Arrivo così alla conclusione. Una spiritualità in comunione per vincere la sfida della disintegrazione, della frammentazione della solitudine, una spiritualità in comunione dai cinque volti; comunione con Dio, vissuta, calda, intensa nella sequela amorosa di Gesù nella preghiera, nei sacramenti, nella carità. Una comunione con la Chiesa, perché nella Chiesa tutto questo ci è dato ed è nella Chiesa che noi riceviamo il mandato della nostra missione. Una comunione educativa tra tutti i responsabili dell’educazione e con i giovani. Una comunione aperta alla società e alla ricerca. Dice il documento al numero 52: così configurata, la scuola cattolica si presenta come una comunità educativa in cui la comunione ecclesiale e missionaria matura in profondità e cresce in estensione. In essa può essere vissuta una comunione che diviene efficacia testimonianza della presenza di Cristo vivente nella comunità educativa che educa nel suo nome e che proprio per questo abbia una più profonda convinzione della realtà a un più convinto impegno di miglioramento del mondo.

Infatti se pensiamo e viviamo in comunione con Cristo allora ci si aprono gli occhi e comprendiamo che solo da Dio viene la più vera rivoluzione di cambiamento decisivo del mondo. E l’augurio è di realizzare questo progetto che tutti insieme traduciamo in preghiera con voi e per voi.