Archivio mensile:aprile 2007

Educazione e Cittadinanza

PASCUAL CHÁVEZ VILLANUEVA

Dramma dell’umanità odierna è la frattura tra educazione e società,
che si inasprisce nel divario sempre crescente fra scuola e cittadinanza.
Lasciatemi cominciare questo intervento parafrasando una celebre frase
di Paolo VI (EN 20), perché mi permette di impostare adeguatamente un
grave problema odierno riguardante all’educazione e prospettare una sua
adeguata soluzione attraverso l’integrazione dell’educazione nella cultura
– sia quella propria come quella universale – e della scuola nell’educazione
ai valori. Solo così l’educazione sarà pienamente umanizzante –
com’è la cultura – e solo così la scuola potrà convertirsi in promotrice e
creatrice di cittadinanza responsabile.

EDUCAZIONE E CIVILIZZAZIONE

Nessuna società può sussistere senza una forma, almeno rudimentale,
di educazione, grazie alla quale si trasmettono alle giovani generazioni
i valori, gli ideali, le conoscenze e la percezione di un destino comune1.
L’educazione informale – storicamente, il primo modello educativo – si
imparte in primo luogo nella famiglia e poi nell’iniziazione progressiva
alle attività comunitarie: rapporti di parentela e di vicinato, apprendistati
diversi, partecipazione al lavoro, alle feste, alle celebrazioni, al culto
religioso. Il bambino acquisisce qui la sua lingua e le sue conoscenze, gli
usi, credenze, tradizioni, comportamenti e regole sociali indispensabili
alla sua integrazione nel gruppo; la istanza educativa è sempre la socie-tà, familiare o civile.
Col progresso delle società, l’educazione si è sviluppata come una funzione
specifica, affidata a gruppi o istituzioni particolari: la scuola elementare,
media e superiore, l’università, che avevano il compito di continuare
questo processo di enculturazione civile, cioè di integrazione degli
individui nella loro rispettiva società, nello stesso tempo in cui assimilavano
il progresso dell’umanità. L’educazione formale, quella vincolata ai
sistemi educativi delle diverse nazioni, ha infatti il compito di preservare
il patrimonio prezioso del passato per rispondere alle sfide del presente
e preparare il futuro.

La paideia classica

Fondamentalmente il modello educativo delle società moderne ha le
sue origini nella cultura greco-latina e giudeo-cristiana. Bene o male,
questo modello scolastico ha contrassegnato l’Occidente, così come tutti i
Paesi che hanno accolto la modernizzazione economica, politica, sociale
ed educativa. Nel bene perché ha favorito l’unità della famiglia umana,
nel male perché, sacrificando le culture proprie dei popoli, si è confusa
l’unità con l’uniformità. In onore della ‘civilizzazione’ si sacrificò l’inculturazione
e si impose la ‘transculturazione’ o trasferimento egemonico di
una cultura ad un’altra!
L’ideale greco di educazione proponeva un umanesimo ‘cittadino’, vale
a dire, un modo di vivere in città a misura d’uomo. Questa pedagogia originale,
chiamata ‘paideia’, aveva come anima la formazione dell’uomo
integrale: corpo, anima, immaginazione, ragione, carattere, spirito. Il
giovane si sviluppava mediante la ginnastica, la musica, la danza, le
matematiche, la grammatica, la lettura, le lettere, le scienze, la retorica,
l’arte, la filosofia. La familiarità coi grandi autori offriva modelli di coraggio,
di nobiltà, e i giovani si iniziavano in questo modo all’imitazione degli
eroi. Occorre notare soprattutto che il genio ellenistico creò tutte le discipline
intellettuali, pratiche ed artistiche, di cui vivono tuttora i nostri
sistemi educativi (grammatica, matematica, geometria, storia, teatro,
scultura, musica, diritto, retorica, filosofia, scienze politiche, medicina,
fisica).
Seguendo i greci, i romani si convertirono in propagatori di una pedagogia
umanistica legata alla cultura classica. Cicerone traduceva ‘paideia’
con ‘humanitas’, slittando così l’obiettivo dell’educazione, non centrato
tanto nell’accompagnare ma orientatato al diventare pienamente
uomo.

La pedagogia cristiana

La diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero romano provocò una
nuova sintesi culturale, in cui i valori classici si integrarono, arrichendosi,
con una visione evangelica del mondo e del destino umano. Questi
valori si incentrano su una certa visione della persona umana e del suo
destino trascendente, su un ideale di famiglia e del bene comune, su una
concezione del lavoro e del rapporto con la natura, su una visione dell’economia
e della politica, su un’idea della propria nazione e dei suoi rapporti
col resto del mondo. È in questo contesto che nacquero i diritti dell’uomo,
la democrazia, la scienza moderna, lo Stato rappresentativo, l’esplorazione
e lo sfruttamento della terra, il diritto universale.
Se volessimo descrivere brevemente i valori tipici apportati da questo
modello di educazione alla cultura dell’uomo moderno, dovremmo riconoscere
i seguenti elementi: la visione propria della felicità dell’uomo
visto nell’economia divina, il rispetto per lo spirito e per la libertà, il
gusto della creazione e del superamento, la razionalità di fronte ad un
universo da conoscere e da sfruttare, il bisogno di intraprendere e di
distinguersi, la ricerca dell’eccellere, il senso della competizione e dell’emulazione,
la preoccupazione per la città e per i diritti umani, l’attitudine
a servire il bene comune mediante un lavoro competente, una concezione
della persona creata ad immagine di Dio e chiamata ad un destino
eterno. L’educazione classica raggiungeva il suo obiettivo quando i
giovani si convincevano, come dice Pascal, che “l’uomo supera infinitamente
l’uomo”.

Verso un nuovo modello culturale ed educativo

Per una specie di paradosso, è stato proprio il successo dell’educazione
classica che ha portato al suo disorientamento, giacchè questa pedagogia
favorì quel prodigioso sviluppo delle conoscenze che condusse alla
rivoluzione tecnologica e alla nascita dello spirito moderno. Oggi all’educazione
costa fatica definirsi, in una cultura contrassegnata, da allora,
dal pluralismo delle convinzioni e dei comportamenti, dalla caducità e
dalla sostituzione rapida delle conoscenze, dalla socializzazione dei beni
culturali, dalla scolarizzazione generalizzata e dall’università di massa,
dal ruolo dominante dei mezzi di comunicazione sociale nella cultura
moderna, dallo sviluppo del settore quaternario che privilegia l’innovazione
costante e la ricerca.
Nulla di strano quindi che le istituzioni educative tradizionali, la
scuola o l’università, siano realmente in crisi di fronte ad un mondo in cambio accelerato, che difficilmente accetta le élites e le gerarchie prestabilite,
e dove esistono poderose correnti anti-intellettuali che attaccano
i possessori del sapere, il cui potere, come si dice, condurrebbe
sicuramente alla dominazione sociale, al militarismo e alla distruzione
ecologica.
Allo stato attuale delle riflessioni pedagogiche e filosofiche vale la
pena sottolineare alcuni orientamenti fondamentali:
1. Oggi più che mai importa ridefinire gli obiettivi dell’educazione. La
tradizione bimillenaria dell’educazione classica e cristiana offre una
risposta sempre valida affermando che obiettivo dell’educazione è la
formazione di uno spirito capace di giudicare con libertà e d’inserirsi
nella società con responsabilità. È una contraddizione pedagogica
ridurre la scuola ad un semplice mezzo di riproduzione ideologica, a
un indottrinamento politico, ad un addestramento di tipo militare, o
semplicemente alla formazione tecnica richiesta dal sistema economico.
Pur senza negare gli obiettivi pratici dell’educazione, la sua
finalità più elevata è di ordine umanistico; collaborare col giovane
nella difficile arte di imparare ad essere persona, esige una ferma
rivendicazione.
2. Occorre perseguire un delicato equilibrio tra la formazione personale
dello studente e la sua informazione enciclopedica. Il prodigioso
sviluppo delle conoscenze in tutti i campi rende ora impossibile
un’assimilazione sintetica di tutto il sapere. Nella cultura moderna
d’ora in poi occorre imparare a vivere con un immenso margine di
non-sapere: quei vasti settori delle scienze riservati agli esperti di
discipline sempre più specializzate. Si impone, di conseguenza, uno
sforzo comune affinché si percepisca e si affermi la finalità umanistica
ed etica del sapere che si imparte. La scuola si sforzerà, da parte
sua, di far comprendere che la conoscenza è ancora più importante
del sapere, poiché è l’unica che porta alla responsabilità morale e
alla sapienza.
3. La famiglia, come primo ambiente educativo, e gli insegnanti di professione
conservano tutto il loro posto nella società moderna. Col
pretesto di una razionalizzazione politica, economica, non si può,
senza cadere in contraddizione, mobilitare la scuola per farne uno
strumento di potere, di manipolazione economica, di riproduzione
sociale, ideologica. L’esperienza dimostra che nessun progetto educativo
può ottenere successo senza la partecipazione delle famiglie,
degli insegnanti competenti e delle forze vive di una cultura. In una
nazione, la politica dell’educazione è chiamata anzitutto a favorire
l’uguaglianza di opportunità nei riguardi dell’istruzione a tutti ilivelli, mettendo le risorse dello Stato al servizio del sistema educativo.
Il ruolo di stimolare, di animare e di coordinare i compiti educativi
spetta allo Stato, ma la missione di educare e di istruire appartiene
alla comunità umana, alle famiglie, alla scuola, alle università, a tutte
le istituzioni culturali che formano l’ambiente educativo propriamente
detto.
4. Anche se occorre difendere la prospettiva umanistica dell’educazione,
bisogna riconoscere che la scuola del passato ha potuto favorire,
più o meno consapevolmente, un individualismo che poco si preoccupava
delle responsabilità degli insegnanti e degli studenti di fronte
al cambio sociale. Si impone una revisione nelle culture, che ora
valorizzano – almeno nell’intenzione – la solidarietà e l’aspirazione
di tutti allo sviluppo e alla giustizia. Se la formazione umanistica
delle persone conserva tutta la sua validità, occorre pure accentuare,
molto di più che nel passato, la funzione sociale dell’educazione.
Uno dei cambi più profondi della nostra epoca è la convinzione crescente
che le società si possono effettivamente cambiare mediante
uno sforzo umano accomunato. Ciò richiede un’educazione alla
responsabilità sociale, in senso civico e politico, inteso nel senso più
ampio della parola, di costruttori della città. Questo aspetto dell’educazione
si carica di un’urgenza particolare in un mondo in cerca
di giustizia e di partecipazione universale alla cultura.
L’educazione, d’ora in avanti, si concepisce come un servizio all’individuo,
certo; ma anche come un fattore di sviluppo e di promozione
per l’insieme della società.
5. La capacità di analisi sociale e culturale, quindi, è parte integrante di
ogni formazione umana. Questo non significa che ciascuno degli studenti
debba specializzarsi in sociologia, ma che tutti, in una cultura in
cambio accelerato, hanno bisogno di discernere, in un contesto di valori
pluralisti e di ideologie contradditorie. La formazione al discernimento
sociale è una necessità, se si vuole evitare l’indeterminazione
etica e la perdita di identità. In altri tempi l’ambiente e le istituzioni
stabili aiutavano gli individui a situarsi nel cuore di una cultura.
Adesso la responsabilità è diventata in gran parte personale.
L’educazione classica insegnava ad analizzare le grandi opere letterarie
del passato; l’educazione moderna, senza trascurare questa attitudine,
deve preparare gli studenti ad analizzare le culture vive, i loro
valori dominanti, le loro evoluzioni, il loro impatto sulle mentalità e
sui comportamenti. Oggi educare significa insegnare alla persona ad
auto-educarsi senza sosta in un ambiente culturale fluido ed in una
societá in costante evoluzione. Di qui la necessità dell’educazione permanente,
che è diventata un’esigenza ineludibile.Nella società moderna il pluralismo culturale pone problemi nuovi e
difficili ai responsabili dell’educazione. Una soluzione di falsa razionalità
induce certi governi ad una politica educativa che semplicemente
prescinde dalle convinzioni religiose e morali delle famiglie, relegando
questi valori alla sfera del privato. Questo significa dimenticare il
diritto primario che hanno le famiglie di trasmettere ai loro figli le
proprie credenze ed eredità spirituali. Una politica educativa rispettosa
del pluralismo culturale riserverà un luogo legittimo all’insegnamento
religioso e alla formazione morale. È questa una delle concretizzazioni
più perfette della ‘libertà di educazione’.
Come si vede, la gestione di un sistema educativo moderno porrà alla
società problemi amministrativi molto complessi; ma la sfida maggiore è
quella di ordine morale e culturale.

IL CONTESTO DELL’EDUCARE OGGI, LE NUOVE CULTURE

La nascita di ‘nuove culture’ è un fenomeno che si è venuto ripetendo
lungo la storia, contrassegnando tutti i grandi cambiamenti storici. Una
nuova cultura è sempre difficile da interpretare, poiché è una realtà ‘in
fieri’, un fenomeno in corso. Ma la nostra epoca, forse più di qualsiasi
altra, ha tentato di comprendere gli stati d’animo che caratterizzano le
generazioni che si vanno succedendo. L’espressione ‘nuove culture’ è
stata coniata precisamente per cogliere i valori ed anche i controvalori
che modellano lo spirito del nostro tempo.
La novità dell’espressione non indica di per sé la creazione di valori
assolutamente originali, ma piuttosto la diversa accentuazione delle
speranze, degli aneliti e delle angosce che distinguono la nostra società
da quelle precedenti. L’avvenimento di una nuova cultura va accompagnato
molte volte dall’avanzamento di una controcultura, che giunge a
mettere in crisi i valori e le istituzioni ricevute fino a quel momento in
un gruppo.

Tendenze tipiche

Una prima rapida osservazione globale ci rivela una curiosa configurazione
di tendenze relativamente nuove e contrastanti, molte delle quali
si presentano come movimenti di rivendicazione: ecologista, pacifista,
femminista, importanza dei paesi in via di sviluppo, movimenti di liberazione,
risveglio religioso. E di fronte a non pochi impegni generosi, si diffondono anche degli atteggiamenti preoccupanti: permissivismo morale,
individualismo dominante, consumismo sfrenato, diffusione della droga,
movimento ‘gay’, ecc. Gli analisti vacillano all’ora di indicare le tendenze
di fondo e le loro interpretazioni varieranno a seconda del punto di vista
di ciascuno di essi.

Cinque tratti principali

Vorrei segnalare cinque tratti che appaiono particolarmente adeguati
a caratterizzare le nuove mentalità. Si tratta di altrettanti orientamenti
che sembrano generalizzati, duraturi, che si ripromettono di modellare il
nostro futuro. Sono i seguenti: una inquietudine generalizzata per il futuro,
un bisogno universale di giustizia e di pace, una emergenza di nuovi
valori, nuovo tipo di rapporti uomo-donna, un’aspirazione a costruire consapevolmente
l’avvenire. Alcune brevi indicazioni ci permettono di precisare
il nostro punto di vista.
1. In quasi tutte le società si è andato sviluppando progressivamente un
sentimento di paura e di angoscia, generalizzandosi un timore sordo
quanto alla distruzione della natura e dell’ambiente (si veda l’ultimo
Summit delle Nazioni Unite, svoltosi a Johannesburg, Sudafrica, dal
26 agosto al 4 ottobre 2002). Tutti temono le conseguenze imprevedibili
della sperimentazione biologica e si inquietano per il futuro della
famiglia umana di fronte ai rischi insopportabili dell’apocalisse
nucleare. Un senso di angoscia esistenziale provoca in tutti noi una
reazione elementare, una ricerca radicale di sopravvivenza del genere
umano. La cultura attuale rivela non solo una crisi dei costumi o la
crisi dell’ateismo, ma è l’essere stesso dell’uomo che è in questione. La
penuria religiosa, di cui parlava il giovane Marx, non è solo quella dei
proletari. La penuria spirituale colpisce adesso tutte le classi che formano
la società moderna. La grande tentazione dei nostri giorni è il
fatalismo e il senso di impotenza di fronte ai problemi estremamente
complessi che superano noi tutti. Nonostante ciò, i migliori spiriti
respingono questa tentazione di abbandono codardo, questo determinismo
tragico che paralizza troppi nostri contemporanei, chiudendo la
loro responsabilità morale.
2. La ricerca universale della giustizia e della pace si esprime con rigore
in questi ultimi tempi. Scoprendosi solidali tra di loro, i nostri contemporanei
considerano sempre più intollerabile il fatto che la miseria
coabiti con l’opulenza. Anche consapevoli della non ingenuità di alcuni
movimenti, penso che il “Social forum” o gli “Antiglobal” si possano annoverare tra alcune di queste reazioni. Nel mondo si eleva un’aspirazione
universale affinché finalmente si realizzi un principio di
unità, di giustizia e di corresponsabilità nella libertà e nel rispetto di
tutti gli uomini. È in gestazione una specie di universalismo culturale.
Più che mai la difesa dei diritti umani appare come una esigenza e
un segno di liberazione. Vi sono moltitudini che trovano insopportabile
che il mondo moderno neghi loro la libertà fondamentale, il diritto
allo sviluppo e soprattutto la loro piena libertà. Non stupisce quindi
che lo stesso Papa Giovanni Paolo II parlassi del bisogno di globalizzare
i diritti umani, la solidarietà, la pace.
3. L’ascesa di nuovi valori propone nuovi compiti all’educatore. Siamo sufficientemente
attenti ai valori che vanno cercando molti nostri contemporanei,
soprattutto nelle nuove generazioni e nelle nazioni giovani?
Cerchiamo di capire le ansie che si esprimono attraverso dei valori che
oggi si affermano con energia, come per esempio il rispetto delle identità,
la qualità di vita, l’accesso all’educazione, alla cultura, alla comunicazione,
il nuovo ruolo della donna, la stima del lavoro e del tempo libero, la
ricerca di vita comunitaria, il nuovo interesse per il fatto religioso, la rivalutazione
della tolleranza, del pluralismo, la riscoperta della famiglia, il
dialogo tra le generazioni, l’attenzione ai diversamente abili e l’aspirazione
universale alla pace e alla concordia. Occorre inoltre saper discernere
quella curiosa ricerca di esperienze religiose, tipo “New Age”, che si manifesta
come una nuova necessità negli ambienti più diversi, soprattutto tra
i giovani. Tra i nuovi valori bisogna riservare un posto speciale alla presa
di coscienza generalizzata che ogni persona gode di una propria dignità e
di propri diritti, e che può legittimamente aspirare a una libera partecipazione
nelle faccende comuni. Queste tendenze culturali non si presentano
mai senza ambiguità ma sono certamente apportatrici di speranza.
Questo nuovo peso della speranza è forse uno dei segni più chiari che
caratterizzano le nuove culture. Gli educatori soprattutto hanno una propria
responsabilità nella comprensione, nel discernimento e trasmissione
di questi nuovi valori.
4. I nuovi rapporti uomo-donna costituiscono anch’essi una svolta culturale
di portata storica. Non si tratta di un semplice movimento di
rivendicazione, che d’altra parte è stato riconosciuto da molti con troppo
ritardo. Siamo davanti alla ricerca di una nuova condizione della
donna nella società moderna, specialmente in quelle nazioni o culture
che finora continuano a negarle ogni voce e tipo di protagonismo sociale.
Si cerca un nuovo equilibrio del femminile a livello di tutta l’umanità.
Questo fatto culturale ora si coglie meglio in tutta la sua complessità
e nelle sue implicazioni. Se la donna acquista una libertà e una
responsabilità uguali a quelle dell’uomo nella collettività, accede a maggiore umanità. E di ciò beneficerà tutto il genere umano, tanto nella propria
femminilità come nella propria maschilità. In questa prospettiva si
comprende che tanto l’uomo come la donna sono chiamati ad essere soggetto
e agente del cambio dei ruoli femminili. In altre parole, è tanto
l’uomo come la donna che sono chiamati a crescere insieme nella loro
necessaria e irriducibile complementarità. Si tratta di una evoluzione
che riguarderà tutta l’umanità come tale, e di uno dei cambiamenti più
profondi che abbia conosciuto la cultura moderna. Siamo solo agli inizi
di una evoluzione culturale che chiama tutti, soprattutto politici ed educatori,
a rendere un servizio indispensabile all’essere umano come tale.
5. Tutta la famiglia umana aspira a costruire consapevolmente l’avvenire.
Mai come ora gli esseri umani hanno avuto una simile consapevolezza
della propria unità ed interdipendenza. Per la prima volta nella
storia, l’umanità nel suo insieme è chiamata a prendere in mano il
proprio avvenire e a costruire consapevolmente un mondo nuovo,
degno dell’uomo e di tutti gli uomini. Si dà qui una visione della cultura
che va al di là di un semplice accomodamento ai valori dominanti
di una società diretta soprattutto dall’economicismo. La cultura del
futuro sarà quella per cui l’uomo costruirà se stesso a partire dalle
proprie convinzioni e dalle proprie rappresentazioni più nobili. La cultura
appare essenzialmente come creazione e libertà, è opera dunque
morale. È precisamente l’affermazione di questo ideale ciò che le giovani
generazioni e le nuove nazioni si aspettano da loro educatori e i
leader intellettuali, politici e spirituali.

LA SCUOLA CATTOLICA, AGENZIA DI EDUCAZIONE

Per secoli la scuola si è identificata con una certa idea della civilizzazione
riconoscendo che svolgeva un ruolo civilizzatore proprio. Orbene, questo
postulato pare esser crollato nell’attualità, giacché è una nuova cultura
quella che ora si produce e si trasmette per mezzo di poderosi rivali che
hanno invaso il campo dell’insegnamento, della ricerca, della documentazione
e dell’informazione. Le scuole devono ancora scoprire come passare
dalla competitività alla cooperazione con questi nuovi agenti di produzione
culturale. Pensiamo, per esempio, ai mezzi di comunicazione sociale, alle
industrie culturali, alle banche-dati, alle comunicazioni via satellite, agli
insegnamenti e studi legati all’industria privata e allo Stato.
La principale sfida per la scuola sarà quella di definire il proprio ruolo
nello sforzo di riconciliare la crescita economica, tecnica e scientifica col
progresso in umanesimo. Pensiamo a un teorico del neoliberalismo, come
è Francis Fukujama e la sua tesi del fine della storia. La fredda razionalità del pragmatismo, della redditività, della competitività, non si armonizzano
facilmente con la logica del sapere nè colla gratuità della solidarietà.
Come si vede, la questione di fondo – una questione morale – è quella
del ruolo culturale che corrisponde propriamente alla scuola.
Nella società attuale, in cui entrano in crisi tutte le ideologie e in cui
il pragmatismo puro rivela la sua drammatica insufficienza e i suoi effetti
destabilizzatori, l’educazione deve affermarsi come riserva di valori
etici e luogo generatore di motivazione, dedita alla ricerca di senso, come
centro di libera riflessione e di giusta socializzazione, indispensabili per
la salute di una nazione.
Di fronte a questo panorama di sfide è naturale, quindi, che la scuola,
almeno in gran parte del mondo occidentale, si sforzi per adattare/
accordare piani e programmi, come dimostra la riforma educativa
che si è realizzata o si sta realizzando già da anni in molti Paesi.
Secondo Hannah Arendt, l’educazione si colloca “fra il passato e il futuro”,
fra la stabilità e il cambio, fra la tradizione e l’innovazione.
Nonostante ciò, mi pare che più importante di ciò è il cambio globale
della scuola, determinato specialmente dalla modifica di due rapporti:
il rapporto tra scuola ed educazione, e il rapporto tra scuola e società; e
se pensiamo, nella scuola di ispirazione cristiana, il rapporto tra scuola
ed evangelizzazione.

Scuola ed Educazione

Negli anni passati, la famiglia e la scuola coprivano l’arco di tutta l’educazione
di un giovane. Non vi era margine per altri influssi educativi
o diseducativi. Oggi si possono contare altre agenzie educative, a volte
con più peso che la stessa famiglia o la scuola.
1. I mezzi di comunicazione sociale, che sono passati da catene di informazione
a vere e proprie reti educative, creatrici di nuova cultura, con
tutto ciò che questo implica: fucina di modelli, diffusione di valori,
modo di organizzare la vita, di interpretare la realtà, ecc. Data la loro
efficienza e continuità, anche se non si presentano con propositi formalmente
educativi, hanno, su una personalità in formazione, una
percentuale elevata di influenza.
2. Gli ambienti del tempo libero e le attività di libera scelta, che si sono
venuti moltiplicando, e che non sono determinati da un programma
scolastico, ma che esercitano anche un influsso sulla costruzione della
persona e contribuiscono a plasmarla .Gli ambienti di socializzazione propri della gioventù, in cui si discute
e avviene l’incontro con gli adulti e i compagni, luoghi che si convertono
in una specie di “università della vita”, in cui si va elaborando un
modo di vedere l’esistenza e delle norme di comportamento.
È questo il primo cambiamento: la nuova distribuzione delle istanze
educative. La scuola e la famiglia continuano a svolgere un ruolo importante,
ma non sono più le uniche che intervengono nel processo educativo.
Esse devono riconoscere che oggi viviamo in un clima di pluralismo di proposte
e che, pertanto, devono assumere più di prima il compito di convertire
in influssi convergenti proposte e stimoli magari paralleli o divergenti.
Di qui la nuova necessità che sperimenta la scuola di non essere semplicemente
supermercato dell’informazione, di trasmissione di dati, ma che
deve dare forza alla testimonianza dei valori e all’elaborazione di quei valori
che agglutinano o servono da filtro critico ai molteplici influssi che oggi
assediano tutte le persone, specialmente i giovani.

Scuola e Società

Il secondo cambiamento notevole si riferisce al rapporto tra la scuola e la
comunità umana in cui essa opera. La scuola non è più proprietà di un gruppo
di educatori – religiosi e Stato -, e le famiglie non sono semplici clienti di
una impresa educativa a cui affidano i propri figli, esigendo un servizio specifico
retribuito direttamente (scuola privata) o indirettamente (scuola statale).
Oggi la scuola si integra sempre più nella dinamica della comunità civile,
e questa partecipa – deve partecipare – con responsabilità alla programmazione
e alla gestione. In alcuni posti si è arrivati alla gestione comunitaria della
scuola sanzionata dalla legge. Il rapporto tra Scuola e Comunità oggi è marcato
da una realtà chiamata partecipazione. Tanto la società come le famiglie
non si collocano più fuori dalla scuola. Oggigiorno non si accontentano di provvedere
allievi. Ora rivendicano il loro diritto a partecipare nell’elaborazione
del progetto educativo e delle norme che servono da guida all’educazione.

Scuola ed Evangelizzazione

Altro elemento di cambiamento: il rapporto Scuola – Evangelizzazione
(o programmazione scolastica – formazione cristiana). Il cambio punta
soprattutto al tipo di presentazione della formazione cristiana: basata
non tanto su di un’esigenza curricolare, quanto su una proposta di vita
fatta ai giovani, che devono assumerla in un’atmosfera di libertà e, quindi, di libera scelta, senza imposizioni esterne di nessun genere.
Che l’evangelizzazione sia offerta proposta nella scuola va tanto più
ribadito quanto più si è consapevoli dell’ambiente di pluralismo all’interno
della stessa scuola: molti insegnanti, famiglie e allievi non sono credenti
o appartengono ad altre religioni. Anzi, educare all’apertura alla
dimenzione etica e religiosa concorre al “consolidamento dell’umanismo
integrale”, come ha affermato Giovanni Paolo II .
Questa realtà sfida alla Scuola Cattolica a riscoprire la sua identità
come ambiente di evangelizzazione e a esaminare come questo si realizza
nel rispetto alla strada e alla ricerca religiosa di tutti i membri della
sua comunità educativa. Da quanto detto si segue che la scuola cattolica:
● deve privilegiare la testimonianza della fede sulla semplice spiegazione
teorica delle verità di fede. E questo non lo può fare se non a condizione
che vi sia un’esperienza personale di Dio nei membri della
Comunità Educativa;
● dà maggiore importanza alla testimonianza di vita della Comunità
Educativa, in quanto comunità. Non è più sufficiente la bontà di alcuni
insegnanti in particolare, ma è necessario che vi sia un vissuto di comunità
che renda visibile questo modo alternativo di affrontare la vita;
● non considera sufficiente la testimonianza. È necessario sviluppare
nella scuola cattolica una cultura veramente ispirata dalla fede ed
impregnata dai valori evangelici, che si traduce in scelte, criteri,
metodologia, organizzazione. Soltanto così potrà apparire la dimensione
antropologica e umanizzatrice della fede e il suo contributo per
la costruzione della civiltà;
● oltre la sintesi tra cultura e vita esige un’altra sintesi, quella tra fede e
vita, che deve essere rappresentata dagli educatori. “Nel progetto educativo
della scuola cattolica non esiste, infatti, separazione fra momenti
di apprendistato e momenti di educazione, tra momenti teorici o tecnici
e momenti di sapienza. Ogni disciplina non presenta solo conoscenze
da acquisire, ma anche valori da assumere e verità da scoprire.”
Data la situazione attuale delle scuole cattoliche, con poco personale
religioso e numerosi laici, si rende necessaria, oggi più che mai, la formazione
di questi ultimi e il loro impegno nel processo educativo cui deve puntare
oggi l’educazione cattolica. È questo uno degli elementi che renderá
profetica e significativa l’educazione cattolica. Non si tratta, naturalmente,
di un “fatto compiuto” o di un “male necessario”, bensì di prendere consapevolezza
della vocazione e della missione del laico, la cui presenza nelle
attività temporali, per animarle cristianamente e permearle di spirito cristiano, è tipica della sua condizione di battezzato. E l’educazione è uno,
molto importante, di questi compiti.

LA PROPOSTA ODIERNA DELLA SCUOLA SALESIANA

In questo processo di cambio, epocale e coniunturale, è vitale che la
scuola cattolica salesiana sappia conservare la sua identità, attingendo
al genio pedagogico di Don Bosco e affrontando le sfide odierne della
nostra società.
Il “sistema” educativo di Don Bosco è stato praticato, verificato e perfezionato
in quello che è stato definito il «laboratorio pedagogico» di
Torino-Valdocco; è dunque decisamente “datato”, in quanto adeguato e
consono ad un mondo che non esiste più; è però sempre attuale e vitale,
ma unicamente in quanto – e se – viene seriamente attualizzato (“tradotto”,
inculturato, ripensato, aggiornato), alla luce delle moderne problematiche
educative, ovviamente ignote ai tempi di Don Bosco.

Il progetto educativo

Per Don Bosco il presupposto per un progetto educativo vero e proprio
è la sollecitudine per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali dei giovani:
vitto, vestito, alloggio, sicurezza, lavoro, sviluppo fisico e psichico,
inserimento sociale, un minimo di valori ecc. Viene poi – ma i due momenti
non sono cronologicamente separabili – l’educazione vera e propria del
giovane volta alla promozione ed all’espansione della dimensione cognitiva,
affettiva ed etica: competenza decisionale, capacità di responsabilità
morale e civile, indispensabile cultura di base e professionale, cosciente
e coerente impegno religioso ecc.
Tali scopi sembrano oggi ancora attuali, considerando come, a seguito
dalle profonde trasformazioni avvenute nella società, sia in atto un deciso
recupero delle valenze assistenziali e sociali del progetto educativo
salesiano, come anche di quelle valoriali proprie della sfera affettiva,
emotiva, naturale e soprannaturale.
Oggi l’impegno educativo si estende sempre di più e i compiti dell’educatore
sono sempre più difficili da eseguire e verificare. Se un tempo vi
erano quasi solo il cortile, la chiesa, il laboratorio, la scuola, oggi siamo
in presenza di diversi tipi di scuole, di istituti educativi e terapeutici, di
comunità di accoglienza per ragazzi e giovani in difficoltà, di centri di
prevenzione contro la tossicodipendenza, di consultori, di interventi umanitari
per i giovani che vivono per la strada, di campi profughi con grannumero di ragazzi e giovani, di centri di accoglienza per immigrati… E
tutto ciò all’interno di una società complessa e cosmopolita.
Don Bosco sintetizzò l’obiettivo dell’educazione con una frase semplice
e comprensibile: portare il giovane ad essere “un onesto cittadino e
buon cristiano”. Con questa frase voleva esprimere l’integrità del suo
ideale: formare costruttori della città e uomini credenti. In esso tutte le
dimensioni della personalità sono tenute in conto.
L’onesto cittadino del terzo millennio, è chiaro, non è più quello inteso
da Don Bosco, figlio di un tempo in cui non si concepiva una “politica attiva”
se non ad opera di una minoranza ricca e privilegiata, di cui difficilmente
avrebbero fatto i preadolescenti o gli adolescenti poveri o del ceto
medio raccolti nelle sue case. Neppure è quello che, nell’analisi e nella
valutazione del disagio sociale, tende, come Don Bosco, a ricercarne le
cause unicamente nelle responsabilità morali e religiose dei singoli e non
nei condizionamenti e determinismi di indole economica, politica o sociale.
E neanche è solo quello piuttosto passivo che obbedisce alle leggi, non
dà problemi alla giustizia, pensa unicamente ai “fatti suoi”. Il passaggio
dall’assolutismo monarchico al parlamentarismo liberale prima e alla
democrazia poi, il sorgere della “questione sociale” con il socialismo, il
marxismo, il sindacalismo, la dottrina sociale della Chiesa, la richiesta
universale di cittadinanza attiva e democratica ecc. hanno lasciato
pesantemente il segno. Così come lo lasciano oggi l’inarrestabile avanzata
del pluralismo, della globalizzazione, delle moderne tecnologie informatiche
e telematiche, della pluriculturalità diffusa.
Nella stessa prospettiva è evidente anche che il buon cristiano di oggi
non sia più come lo concepiva Don Bosco e tanti come lui: un minimo di
formazione religiosa, ricezione consuetudinaria dei sacramenti, devozioni
ai santi quali modelli e ideali di vita cristiana, lettura esclusiva di
“buoni” libri, obbedienza assoluta alle legittime autorità ecclesiastiche
dentro l’unica e vera Chiesa, la cattolica, una vita di progresso nelle virtù
che poi si sarebbe felicemente conclusa con una morte virtuosa. Un secolo
di riflessione teologica e un Concilio Vaticano II sarebbero passati
invano e la multireligiosità e multiconfessionalità del mondo di oggi non
indicherebbero nulla.
Bisogna dunque prendere atto che la ben nota formula di “onesti cittadini
e buoni cristiani” è oggi da rifondare sul piano antropologico e su
quello teologico, è da reinterpretare storicamente e politicamente.
Una rinnovata antropologia dovrà individuare, tra i valori della tradizione,
quali siano da sottolineare nella società postmoderna e quelli invece
nuovi da proporre; una rinnovata riflessione teologica preciserà i rapporti
fra fede e politica, fra diverse fedi; una rinnovata analisi storicopolitica
comporrà educazione e politica, educazione e impegno sociale,
politica e società civile.

L’ambiente educativo

La scuola salesiana presenta un secondo elemento distintivo: è il clima
umano o ‘ambiente’ che si respira nell’opera salesiana. Ci rendiamo conto
della sua presenza solo quando ci fermiamo a pensarci su. Così può succedere
che per il bambino o il giovane l’ambiente sia indefinibile quantunque
entrambi lo percepiscano. È quel che noi siamo soliti denominare ‘lo spirito
di famiglia’. È proprio questo ambiente, una specie di ecologia formativa
e che costituisce uno degli elementi esenziali del Sistema Preventivo di
Don Bosco, quello che lo rende valido in tutti i contesti culturali e religiosi,
come sta a dimostrarlo la esperienza assodata in Asia e Africa, dove la
maggioranza dei nostri studenti, genitori e collaboratori non sono cristiani,
ma trovano nella scuola salesiana un’atmosfera familiare che li fa sentire
a loro agio, a casa.
L’ambiente fu una delle preoccupazioni di Don Bosco. In una epoca di
regolamenti, egli pose in rilievo la spontaneità e lo spazio che si doveva
lasciarle. In una epoca di molti livelli di autorità, Don Bosco mise in evidenza
la necessità della familiarità e del convivere con l’educando, proprio
perché per lui l’educazione era “una questione del cuore”, una trasmissione
vitale di valori, la creazione di un ecosistema dove si respirava
ottimismo e bene, e dove circolava una serie di valori che andavano
configurando la personalità del giovane.
Il nostro impegno, egli diceva, è far sì che il ragazzo arrivi ad essere
così amico nostro che ci apra il cuore, e che noi possiamo influire su di lui
a partire dallo stesso centro della sua vita. In questo modo ci sarà possibile
non solo offrirgli gli elementi di tipo strumentale per destreggiarsi
nella realtà, ma, ancor di più, accompagnarlo nella elaborazione dei propri
criteri e progetti di vita. Oggi questo aspetto diventa ancora più rilevante
tenendo in conto la carenza, in molti casi, di una esperienza famigliare
che sia veramente la prima scuola della vita.
Questo rapporto ‘familiare’ è il modo più efficace, anche se non sempre
consapevole, di vivire in comunità e di essere introdotti in società. Vi può
essere un rapporto di fredda e distante autorità; oppure un rapporto di
educata formalità o invece un rapporto di simpatia, di intimità e di servizio
costante; quest’ultimo si manifesta nella disponibilità a dialogare, a
convivere, ad abbordare temi che interessano i giovani. Tale è il clima
educativo di Don Bosco.
Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci e di non
stare fuori del campo dove viene giocata la partita. Se è vero che nell’educando
ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, è
altrettanto vero che, lasciato a se stesso, potrebbe correre il rischio di non
attuare tutte o completamente le sue possibilità di crescita.L’educatore sicuro e rassicurante, consapevole del proprio compito e
responsabile, autorevole e non autoritario, cerca di instaurare un autentico
dialogo e un costruttivo confronto con un giovane. Vitalmente implicato
nella relazione educativa, la sua personalità, il suo passato, le sue
paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. È la sua persona
che educa.
Nell’educatore il giovane non cerca più tanto il padre che pensa a tutto
in sua vece, l’amico che gli organizza il tempo libero, il fratello che si interessa
della sua crescita, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante
che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più
attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, più
disponibile ad offrirgli un contributo positivo allo sviluppo delle sue
potenzialità inespresse, che non attento a unicamente neutralizzare gli
elementi negativi e controproducenti.
L’educatore, quindi, non si ritiene più possessore e interprete unico
del sistema, per così imporre o proporre certezze preconfezionate; si
rende capace di interpretare i bisogni giovanili difficilmente esprimibili
da loro stessi, di accompagnarli nella loro non facile ricerca delle risposte
alle domande fondamentali della vita, di rispettarli nel loro diritto di
essere e sentirsi protagonisti, di ridurre la propria funzione predominante
per educarsi mentre educa, sia sul facile terreno del confronto che su
quello difficile, ma altrettanto utile, dell’inevitabile scontro

Lo spazio educativo

Don Bosco ha voluto attuare il suo progetto attraverso la cooperazione
di vaste cerchie di persone. Nell’utopia di un movimento vasto come il
mondo ha sognato la collaborazione e la complementarità di tutti i cattolici
militanti e di tutti gli uomini di buona volontà interessati al futuro
dell’umanità. Concretamente però la sua esperienza si è attuata per lo
più in un istituto: un sistema «istituzionale» chiuso, separato, apolitico,
autonomo dove tutto si svolgeva all’interno di un preciso spazio educativo
autosufficiente, dove i maestri ufficialmente riconosciuti erano Don
Bosco i suoi “figli” e dove vigeva un’unica e semplice cultura: quella cattolica
della classe popolare, la cui unica aspirazione era il provvedersi di
sufficienti mezzi di vita terrena, in attesa del premio celeste di tale vita.
Oggi per poter ricreare questo spazio sembra necessario il massimo
coinvolgimento, con relativa responsabilità morale, di tutti gli “operatori“
di educazione, auspicabilmente di tutti gli adulti che, a vario titolo,
incidono sull’educazione dei giovani e sulla loro capacità di compiere scelte
esistenziali: genitori, insegnanti, educatori, assistenti e operatori sociali, ecc.
Formare alleanze condividendo strategie, tempi, modalità comporta
logicamente non piccole difficoltà, tenuto conto della disomogeneità e
divergenze delle forze in questione. Ma si tratta di una conditio sine qua
non per cogliere i frutti del nostro impegno educativo ed obbliga allo stabilimento
di un forte, e cordiale, rapporto tra gli educatori.
Gli educatori possono mantenere tre tipi di rapporti, o lavorativo,
ridotto fondamentalmente al minimo: la prestazione di un servizio e la
corrispettiva rimunerazione; o professionale, in cuio oltre alla prestazione
di servizi e alla rimunerazione, esiste un rapporto di amicizia e di
discussione dei temi che toccano la comune professione; o vocazionale,
proprio degli educatori che sono convinti del valore dell’educazione e la
svolgono come missione.
Essere oggi professore è una professione tecnica (docente), ma soprattutto,
una vocazione personale (educatore). Formare ed educare, orientare
ed insegnare richiamano una preparazione rigorosa che, pure, nel
momento di mettersi in gioco, lascia l’educatore dipendente dalla sua
creatività, perspicacia e bontà, perché il soggetto davanti cui si trova, per
la sua intelligenza viva e la sua libertà attiva, è sempre un mistero con
azioni e reazioni insospettate, al quale tutto gli è necessario e, tuttavia,
nulla gli è sufficiente
Orbene, il rapporto vocazionale tra gli educatori è quello che unisce
mediante idee di vita e valori identici che si vuole coltivare in comune.
Questo tipo di rapporto è quello che meglio si addice a un gruppo di educatori
che desiderano portare avanti un progetto educativo con coerenza
e con approfondimenti progressivi. In definitiva, si basa sulla convinzione
che esiste un insieme di valori che stiamo coltivando ed una missione
che stiamo realizzando insieme.
Da questo rapporto segue la possibilità di una maggiore personalizzazione
di esso in rapporto alla «libertà» effettiva dell’educando, alle sue
richieste di autonomia nello scegliere obiettivi e mezzi per raggiungerli,
alle “energie” di cui è portatore che vanno rispettate e aiutate a svilupparsi
con risorse e modalità differenziate nelle diverse stagioni della vita.
Educare così porta a proporre esperienze valide e coinvolgenti, fa crescere
i giovani dall’interno facendo leva sulla libertà interiore e contrastando
i condizionamenti esteriori; “conquistar il cuore” dei giovani per
invogliarli serenamente verso i valori, correggendo le deviazioni e contenendone
le passioni; li prepara al futuro accoppiando alla formazione
della mente l’acquisizione di abilità operative; arriva là dove nascono e si
radicano i comportamenti dei giovani per sviluppare in loro una personalità
capace di decisioni proprie e di discernimento; abilita i giovani alla
concretezza della vita sociale ed ecclesiale: ecco il difficile compito dell’educatore
salesiano.

CONCLUSIONE

«Oggi i nostri problemi non sono solo politici. Sono morali (e culturali) ed
hanno a che vedere con il senso della vita. Abbiamo dato per scontato che
mentre continuava la crescita economica potevamo relegare tutto il resto nella
sfera del privato. Adesso che la crescita economica comincia ad interrompersi
e che l’ecologia morale è priva di ordine, stiamo cominciando a comprendere
che la nostra vita in comune richiede qualcosa di più che una preoccupazione
esclusiva per l’accumulazione materiale»
Le società odierne hanno un compito fondamentale, improrogabile:
preparare gli uomini per essere più umani! La preoccupazione non è
nuova: già Socrate allora si stupiva che ci fossero scuole che preparavano
cavalieri, i marini, i soldati per l’esercizio della loro professione futura,
ed invece non ci fossero scuole che preparassero per essere uomini.
L’educazione si realizza nel contesto di un popolo, al cui servizio si pone
all’interno del processo di umanizzazione del medesimo. La scuola deve
tener conto della realtà socio-culturale dei propri destinatari e mantenersi
aperta all’umanità totale.
Obiettivo dell’educazione in Europa deve essere quello di costruire un
avvenire umano più dignitoso per tutti i giovani. Se l’educazione si limita
a raggiungere unicamente obiettivi economici o ad accumulare dei
beni materiali, a cui punta l’attuale globalizzazione, tradisce la sua stessa
missione. Si impone una profonda riforma morale e culturale, se il
nostro mondo vuole continuare ad essere padrone del proprio destino
comune. E questa riforma è compito, se non primo sí principale, dell’educazione.
L’educazione dell’uomo, sullo sfondo del secolo XX, si trova minacciata
da due abissi: da un canto, i dogmatismi, la militanza e il proselitismo; dall’altro,
la tecnificazione pura, fredda e dura, cui seguono la scomparsa del
senso, lo scoraggiamento e la demoralizzazione. In questo crocevia ci troviamo
in questo momento. Il crocevia può sfociare in una cittadinanza più
complessa, accogliente della diversità ed arricchita da altri orizzonti che
hanno coltivato fibre distinte dell’umano, suscitando una nuova sinfonia di
valori e speranze. Ma tutto questo richiede uno sforzo per riscoprire il
comune umano, l’universale trascendente e la dimensione sacra di ogni
volto. Altrimenti sorgeranno, primo, lo scontro e, dopo, la volontà di esclusione.
Solo una ricerca di comunicazione, nell’accettazione realista delle
differenze, farà dell’Europa una terra pacifica e riconciliata.
La nuova Europa ha ammirabilmente ricuperato volontà di concordia
e difesa dei diritti umani per tutti. Ma questi grandi risultati e conquiste
apportano con se problemi, sfide e responsabilità nuove.
Educare in una società scossa da costumi e idee differenti di quelle che avevano finora configurato la morale dell’Europa, determinata oggi da un
individualismo radicale, dove il principio della seduzione sostituisce
quello della convinzione; dove ogni soggetto è elevato ad assoluto con
distanza o indifferenza nei confronti del suo prossimo, con la massificazione
e spersonalizzazione di mezzi e messaggi; dove il narcisismo e il
cinismo mercantili, da una parte, la violenza e la mancanza di solidarietà,
dall’altra, configurano in grande misura la vita pubblica.
Educare in una società sempre più determinata dal pluralismo ideologico,
religioso e culturale, frutto del processo innarestabile di globalizzaione.
Educare per la giustizia e la solidarietà, per la convivenza rispettosa
e collaboratrice, in cui si uniscono il rispetto necessario ai valori ed
ideali costitutivi della comunità nazionale e, nel contempo, l’integrazione
dei valori complementari, propri delle minoranze. Educare personalmente
quando la televisione e l’internet si sono convertiti nelle prime agenzie
educative e quasi nessuna istituzione ha il coraggio di andare oltre i
saperi tecnici o della stretta informazione giuridica per offrire valori,
senso e speranza a coloro che si aprono alla vita e integrano la società.
Al fine di raggiungere lo scopo di una formazione integrale della persona
nel rispetto ai principi democratici di convivenza e ai diritti e libertà
fondamentali, l’educazione abbraccerà formazione e informazione, tecnica
e valori, di modo che forgi primo uomini, dopo cittadini, e quindi professionali.
Questi tre oggettivi sono sacri per tutte le scuole, sia quelle
che appartengono allo Stato sia quelle che sono pubbliche non statali:
umanità, cittadinanza, professione.
Questi fatti pongono davanti nuove sfide a professori, educatori e politici.
Come educare quando non c’è una cultura antropologica condivisa? Come
incanalare le generazioni nuove, aiutando loro ad essere uomini e donne con
gioia, quando non si tengono idee chiare e messe in comune le mete dell’umanità,
alla cui luce si discerne il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, quello
che dignifica da quello degrada, insomma, l’umano dall’inumano? Coltivo
e difesa dei diritti umani, del senso della cittadinanza, della dimensione
etica, estetica e religiosa, realizzazione di progetti comuni: tutto ciò è l’imperativo
morale del nostro momento storico. Ma l’azione va assistita dalla
riflessione, che ricerca nelle fondamenta antropologiche della esistenza. La
pace si istaura sul consesso e gli accordi raggiunti, ma non di meno sui problemi
reali affrontati, sulle convinzioni condivise e gli ideali. L’uomo, ogni
uomo, è assiso su un fondamento sacro, che deve scoprire, perché procede da
oltre sé e porta più in la di sé: Dio.

(Lectio magistralis, Università di Genova – 23 Aprile 2007)