Archivio mensile:ottobre 2006

Comunicare Cristo ai giovani

Rino Fisichella

Il senso di una domanda “Cosa dobbiamo fare?”

La domanda è presente almeno due volte nel Nuovo Testamento. La prima, nel discorso eucaristico, là dove Gesù dopo aver compiuto la moltiplicazione dei pani rimprovera la folla che era andata a cercarlo non perché avevano colto il segno compiuto, ma perché si erano fermati al pane che avevano mangiato (cfr. Gv6,26). Di fronte alle parole di Gesù: “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv6,27), la folla chiede, appunto, “cosa dobbiamo fare?”. La risposta appare tanto semplice quanto radicale e impegnativa: “Credere in colui che il Padre ha mandato” (Gv6,29). La seconda volta, la stessa domanda la si ritrova negli Atti degli Apostoli; dopo il discorso di Pietro all’indomani di Pentecoste, molti si “sentirono trafiggere il cuore” e chiesero ai Dodici: “Cosa dobbiamo fare?”. La risposta di Pietro era diversa da quella del Maestro solamente nei termini non nel contenuto: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei peccati” (At2,38). Nell’uno come nell’altro caso, alla domanda sul “fare” viene risposto con un richiamo all’ “essere”; al primato dell’agire dell’uomo, viene anticipato il primato della grazia che permette di compiere atti altrimenti impossibili.

La stessa domanda, paradossalmente, la rivolgiamo anche noi oggi. Dopo tanti discorsi sull’importanza dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, dopo ripetute iniziative che hanno visto impegnate le nostre comunità, sembra che molto si debba ancora fare; anzi, si accresce il lavoro avanzando nuove pretese. Vale, dunque, anche per noi la domanda: “Cosa dobbiamo fare?”. Essa diventa ancora più impellente nel momento in cui oggetto del nostro discorso sono i giovani che sembrano vivere, particolarmente in questi anni, con una svogliatezza e indifferenza non solo nei confronti della fede, ma soprattutto nei confronti dell’amore di cui si ricerca il senso profondo o la nostalgia per averlo perso, mentre in maniera contraddittoria lo si riduce a frammento del sentimento e dell’emotività.

Cosa dobbiamo fare, dunque? Se la risposta fosse quella di trovare immediatamente delle tecniche o delle iniziative concrete andremmo incontro al fallimento. Non perché non siano importanti, ma perché non sono il primo punto della questione sul tappeto. Se desideriamo “fare” qualcosa di efficace è necessario, in primo luogo, avere un’intelligenza del fenomeno. Non è qui il caso di riproporre analisi sociologiche o statistiche che tutti bene o male conosciamo. Il Santo Padre, nel suo discorso ci ha chiesto ben altro: di saper rispondere a chi vorrebbe ridurre l’intelligenza a “semplice ragione calcolatrice e funzionale che tende a soffocare il senso religioso”, con un progetto che sia carico di senso e prodromo per la realizzazione della propria vita. Un progetto, quindi, che possa essere a fondamento di alcune certezze e non sottoposto al dubbio dello scetticismo.

I nostri giovani, dobbiamo confessarlo, sono sottoposti loro malgrado a una serie di proposte effimere, senza radice, costruite solo su ipotesi che spesso si risolvono in delusioni profonde, dopo un brevissimo istante di fascino passeggero. Dinanzi a questa permanente domanda, pertanto, la prima reazione che mi viene spontanea è quella di dire: puntiamo gli occhi sull’essere e non sul fare. Il concilio lo ricordava con una buona dose di provocazione quando, riprendendo alla lettera le parole di Paolo VI, scriveva in Gaudium et spes: “L’uomo vale più per quello che «è» che per quello che «ha»” (GS35).

In un contesto culturale come il nostro, che vede indubbiamente un equivoco primato del “fare” e dell’ “avere”, sarebbe pericoloso per noi pastori cadere in una trappola simile. Se dedicassimo le nostre forze alla moltiplicazione delle attività e delle iniziative, dimenticando cosa le deve sostenere e lo scopo per cui le poniamo in essere, arriveremmo alla fine della nostra lunga giornata lavorativa con la profonda illusione di non avere prodotto molto. Facciamo ore di catechesi, i locali delle nostre parrocchie sembrano sempre troppo pochi per la molteplicità delle attività… eppure, cosa rimane di tutto questo se poi, alla fine, verifichiamo che tra la prima comunione e la cresima il numero dei ragazzi si dimezza; se dopo la cresima riusciamo ad avere un piccolo resto con cui rallegrarci per dire di avere il “gruppo giovani” e se anche questi, figli del loro tempo, vivono poi le contraddizioni tipiche di questo momento subendo quasi una schizofrenia che rattrista loro e noi?

Alla base del cambiamento

Non è ovvio ritornare su queste questioni di sempre, soprattutto alla luce del discorso del Santo Padre e della riflessione del Cardinale Vicario nel Convegno Diocesano di giugno. Ciò che appare come prioritario, in questo contesto, sembra essere anzitutto il recupero della coscienza su ciò che determina i comportamenti delle persone e, di conseguenza, quali strumenti apportare nella nostra pastorale perché l’opera formativa che ci compete possa essere efficace e coerente. E’ necessario e urgente per noi comprendere, in primo luogo, che siamo dinanzi a un cambiamento reale di paradigmi di pensiero e di linguaggio che non permettono più di affrontare la vita, il mondo, il rapporto con gli altri, la fede e i grandi valori come avveniva nel passato. Questo cambiamento, che ha tutti i tratti per essere considerato epocale, passa inevitabilmente attraverso il linguaggio a cui tutti siamo sottoposti. Anche i concetti più semplici e abituali e i termini a noi più familiari non sono più percepiti né compresi alla stessa stregua del nostro pensarli. Rallegrarci perchè alcuni giovani – nella percentuale di un prefisso telefonico internazionale – capiscono il nostro linguaggio ci potrà illudere per qualche giorno, ma comprometterebbe la lettura più approfondita del momento. Se fosse possibile, nella schematizzazione che sono obbligato a mantenere, direi che il nostro primo obiettivo dovrebbe essere quello di considerare l’importanza del linguaggio. Uso il termine in maniera onnicomprensiva per indicare non solo le nostre parole, ma anche i nostri gesti, le nostre espressioni e, soprattutto, gli stili di vita… insomma, tutto ciò che è posto in essere dal nostro modo di pensare. Evitare questo passaggio non serve e non rende più appetibile la nostra proposta pastorale, come se questo discorso fosse un perditempo a cui devono dedicarsi i teologi. E’ necessario entrare nel sistema di pensiero che oggi appare come dominante e verificare non solo da dove proviene, ma soprattutto a cosa tende. Siamo tutti inseriti all’interno di un movimento culturale che trova nel nichilismo di Nietzsche il suo punto di forza.

Ciò comporta la perdita di ogni fondamento unitario per l’estremo scetticismo secondo cui non solo non è possibile avere una sola verità, ma neppure raggiungerla. Di fatto, tutto ruota intorno al tema dell’impossibilità per l’uomo di avere una verità; anzi, per quanto riguarda quella che gli viene proposta dalla fede, egli deve fare di tutto per liberarsene pena la sua mancanza di libertà e autonomia. Agnosticismo e relativismo sono diventati termini comuni nella nostra predicazione e nelle riflessioni che compiamo, eppure non riusciamo a comprendere fino in fondo che i nostri giovani vivono di queste realtà in maniera ormai inconscia, come se fossero naturali per loro a tal punto da non comprendere affatto le obiezioni che muoviamo a questo loro modo di pensare e di essere.

L’obiezione che ci viene mossa si traduce nell’ovvietà della domanda: “Ma tanto, cosa c’è di male?”. Ci si viene a scontrare con un fatto rilevante per cui, da una parte, noi conduciamo una discussione teorica sul tema della vita, della verità e della fede; mentre, dall’altra, i comportamenti che vengono assunti dipendono inconsciamente da premesse che ne negano ogni valore fondante comune per ridurlo al solo sentimento e giudizio individuale, dove tutto è permesso purché l’altro agisca come vuole senza intaccare la mia libertà personale. E’ necessario per questo, che impegniamo le nostre forze perché l’opera formativa che ci compete abbia a mirare su temi essenziali e per questo presentati con argomentazioni il più solidamente fondate. Entrano in gioco, a questo punto, due elementi importanti: contenuti brevi con un linguaggio incisivo e comprensibile che non ha timore di ricorrere anche a nuove espressioni semantiche o nuove parabole colte dal vivere quotidiano del mondo contemporaneo purché coerenti con la verità di sempre.

Questi elementi, comunque, devono trovarci con una duplice convinzione: la ripetitività dei contenuti nelle diverse sedi del nostro ministero; non è sufficiente fare una bella catechesi e poi non ritornare più sull’argomento. La ripetitività è un punto basilare per incidere sulla memoria, di cui oggi si soffre particolarmente la mancanza. Inoltre, la pazienza che sa attendere il momento più opportuno per verificare la comunicazione dei contenuti e la loro efficacia. Questa, comunque, richiede da parte nostra l’impegno a saper recuperare con forza l’incontro interpersonale e la guida dei nostri giovani, vero strumento per la trasmissione viva della fede. Se non c’è un incontro a tu per tu, la fede non si trasmette. Possiamo chiamarla direzione spirituale od in altri modi, ma la tradizione della Chiesa ci consegna il fatto che è solo attraverso il rapporto interpersonale, che coinvolge l’uomo come persona, che avviene la trasmissione della fede.

Contenuti privilegiati

1. In questo contesto, credo sia utile esemplificare alcune tematiche che dovrebbero rientrare in ogni nostro discorso formativo per l’importanza che possiedono. Penso, in primo luogo, al tema del senso della vita. Non è possibile che per giovani tra i 15 e 20 anni il primo motivo di decesso sia il suicidio. Il fatto evidenzia una mancanza di senso della vita che deve preoccuparci in maniera diretta. Il tema del senso della vita non è una questione teorica, ma rientra pienamente in quella capacità di incidere sulle scelte e sugli orientamenti che pongono, in primo piano, la capacità personale di amare e essere amato. Senso della vita e amore non sono che due facce della stessa medaglia.

E’ importante che partiamo da un presupposto positivo per provocare a questo tema senza restare passivi dinanzi alle contraddizioni che la vita pone ogni giorno. E’ evidente che in una prospettiva simile emergono le principiali questioni che toccano l’antropologia cristiana e che meritano da parte nostra una peculiare considerazione, soprattutto dinanzi alle sfide della cultura tecnologica con la quale particolarmente i giovani si confrontano. Provocare sul senso della vita come recupero dell’amore, apre inevitabilmente la strada a fissare lo sguardo sul volto di Cristo. In lui si risolve l’enigma dell’esistenza umana con la sua contraddittorietà, e trova piena luce il mistero dell’uomo (cfr. GS22). Intorno a questo tema, vengono a trovare sintesi i contenuti fondamentali della nostra fede ed evidenziano la loro peculiarità, soprattutto nel possibile confronto con altre religioni. Far riflettere sul mistero della propria esistenza e sulla chiamata che ognuno di noi possiede, permetterebbe di comprendere l’urgenza per compiere il passaggio dal “ruolo” che si riveste nella società alla “missione” che si è chiamati a svolgere. Se fossimo capaci di presentare Gesù di Nazareth come colui nella più piena libertà ha indirizzato la sua vita in una consegna di amore per tutti, senza escludere nessuno, in maniera del tutto gratuita e in questo ha realizzato il senso profondo della sua esistenza, avremmo collegato cristologia e antropologia su un tema comune e percepito come esistenziale per ognuno. Come si nota, siamo posti dinanzi solo apparentemente a un solo tema; il senso della vita, infatti, se da una parte provoca a riflettere, dall’altra, offre una pluralità di tematiche dalla verità alla libertà, che sono cogenti in un momento di crescita e sui quali la sensibilità giovanile è particolarmente attenta. Questi temi provocano i giovani e su questi temi dobbiamo noi provocarli. Su questi temi c’è grande attenzione da parte del mondo giovanile.

2. A me sembra, inoltre, che un’attenzione del tutto particolare la dovremmo porre sul tema della verità. Siamo inseriti all’interno di un contesto sociale e culturale che sembra dimenticare spesso il tema della verità; anzi, per alcuni versi sembra averne perfino paura. Non è un caso che, come conseguenza, sia cresciuto fortemente il senso di narcisismo che ha portato qualcuno a definire, senza allontanarsi troppo dalla realtà, che siamo dinanzi a una “era del vuoto” (G.Lipovetsky) a causa dell’individualismo contemporaneo. Permane, comunque, una prima questione da risolvere: è proprio necessario, di questi tempi, parlare di verità? Sperimentiamo un tempo di povertà e di estremo disagio, di mancanza cioè di fiducia circa la possibilità stessa per l’uomo di accedere alla verità. A farne le spese, in questo contesto, è per prima la religione. Siamo provocati a difendere la non assurdità della fede, a mostrare che è perfezione e compimento del desiderio umano; e lo dobbiamo fare in un contesto sociale e culturale che sembra trovare grande sollievo nell’attaccare i nostri contenuti e a sbeffeggiare le nostre istituzioni, mentre vige il più ferreo rispetto per altre forme religiose. Da parte di molti, la reazione sembra essere spesso quella di sottacere le differenze e smussare gli spigoli per un generico e frainteso senso di tolleranza.

In breve, si ha paura di misurarsi fino in fondo con il problema della verità. La paura per la verità pervade spesso i nostri ragionamenti, obbligandoci a una sorta di strabismo: nella sfera privata conveniamo sulla crisi del tempo presente, mentre in pubblico si preferisce vestire gli abiti più opportuni della tolleranza e del politically correct. Se anche noi pastori, malauguratamente, perdessimo la passione per la verità, allora la nostra pastorale sarebbe condannata all’insignificanza su almeno due fronti: innanzitutto, in quello personale perché perderemmo il rapporto con la nostra identità sacerdotale; inoltre, nei confronti del nostro interlocutore, in quanto non troverebbe mai certezza nei nostri contenuti. In forza di questo, è necessario riproporre con parresia il valore della veracità, cioè dell’amore per la verità.

Su questo tema scriveva righe di profonda attualità R.Guardini: “Chi parla dica ciò che è, e come lo vede e lo intende. Dunque, che esprima anche con la parola quanto egli reca nel suo intimo. Può essere difficile in alcune circostanze, può provocare fastidi, danni e pericoli; ma la coscienza ci ricorda che la verità obbliga; che essa ha qualcosa di incondizionato, che possiede altezza. Di essi non si dice: Tu la puoi dire quando ti piace, o quando devi raggiungere uno scopo; ma: Tu devi dire, quando parli, la verità; non la devi né ridurre né alterare. Tu la devi dire sempre, semplicemente; anche quando le situazione ti indurrebbe a tacere, o quando puoi sottrarti con disinvoltura a una domanda” (Le virtù, Brescia, 1972, 21).

C’è un imperativo, dunque, a cui non si può né si deve sfuggire: attestare che la verità deve riprendere il suo posto e la sua coerente collocazione non solo nella nostra predicazione e catechesi, ma soprattutto nella vita delle persone perché possano approdare a un’esistenza carica di senso. Con ragione Giovanni Paolo II poteva scrivere: “Bisogna non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. E’ la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero” (FR56).

3. In questo contesto, si fa più forte il tema della religione. Dovremmo sviluppare la tematica di quale religione è in grado di prospettare coerentemente la dimensione della vita che permette all’uomo di essere pienamente libero e di scegliere l’amore come espressione culminante a cui indirizzare se stesso. Siamo nell’analisi del fenomeno religioso. Uso volutamente questa espressione, perché vorrei inserire non solo il fatto della religione in sé, ma anche come essa storicamente si esprime nella storia e nelle culture. Cos’è la religione e perché l’uomo ne ha bisogno? Ciò che verifichiamo è, anzitutto, la pluralità delle religioni.

Il pluralismo religioso permette di verificare dati comuni e differenze proprie alle religioni. L’inserimento nella storia e nella cultura, pertanto, è un dato essenziale per la loro valutazione. Una religione, per esempio, che rimanesse ferma al suo passato senza accettare lo sviluppo che, creando tradizione permette anche il suo progresso, sarebbe facilmente destinata a scomparire presto o tardi dalla faccia della terra. Dall’altra parte, il declino sarebbe inarrestabile se una religione si trasformasse a tal punto da perdere il riferimento alla dimensione spirituale ed etica propria dell’uomo, o creando una forma di schizofrenia tra il contenuto religioso e la norma etica. Pur tra gli aspetti comuni e le differenze particolari, ogni religione presenta una duplice qualificazione: far prendere coscienza all’uomo della sua finitezza, con le contraddizioni che la contraddistinguono, ma accrescendo in lui il senso di infinito.

Si tratta, quindi, di motivare l’accettazione di sé e dei propri limiti, di creare lo spazio per incidere sul mondo senza cadere nella pretesa di possederlo, di vivere relazioni interpersonali alla luce del non fare agli altri ciò che non si vorrebbe che questi facciano a noi, di abbandonarsi al mistero nella fiducia di avere una risposta di senso che possa appagare. In una parola, questi elementi permettono di “definire” la religione come la relazione che orienta l’uomo a Dio. Ciò implica un duplice aspetto: che l’uomo è veramente se stesso quando si relaziona con Dio; che il dio con cui entra in relazione sia veramente Dio. Il primo aspetto, infatti, coglie l’uomo come spiritualmente capace del trascendente; anzi, come pienamente uomo in quanto si apre a questa relazione che lo configura nello spazio dell’infinito. Il secondo aspetto, però, deve assicurare che l’assoluto a cui egli si rivolge sia veramente Dio e non una proiezione di sé o fantasia del mondo.

La religione, insomma, è veramente tale, quando garantisce all’uomo che la risposta definitiva alla domanda di senso che egli pone lo conduce alla verità su se stesso perché lo relaziona con il Dio vero. Giunti a questo punto, comunque, dovremo considerare la pretesa di verità che possediamo, coniugata con la pretesa di essere la vera religione. Certo, rimane una pretesa che è sostenuta anche da altre religioni, ma nessuno può toglierci questa dimensione che è peculiare della nostra identità. Il problema che si pone non è quello di abolire la pretesa, perché si distruggerebbe la realtà, ma di saperne dare ragione presentando gli elementi oggettivi che fanno del cristianesimo l’espressione culminate del fenomeno religioso.

Il tema della verità per ogni religione è essenziale. Senza di essa si arriverebbe a un equivoco rapporto con la divinità, senza avere mai la certezza della sua esistenza e dell’efficacia della preghiera. La relazione tra religione e verità, insomma, è una questione vitale sia per la religione sia per l’uomo che ad essa si affida. E’ necessario domandarsi, quindi, in che misura le diverse religioni corrispondono a questa esigenza di senso e in che modo danno la risposta che risulta più coerente non tanto sulle aspettative personali di ognuno, ma sull’oggettiva risposta definitiva di senso che l’uomo in quanto tale, da sempre e in qualsiasi parte della terra attende di ricevere. Una religione vera, pertanto, pur entrando e parlando del mistero, dovrà poter rispondere alla richiesta di sicurezza che l’uomo si attende circa l’orientamento della sua vita. E’ qui che la religione deve saper illuminare sulla questione del “da dove vengo?” e deve indicare la via e gli strumenti per rispondere al “dove vado?”.

Questa religione dovrà essere capace di far rientrare il credente in se stesso per accettare il proprio limite e le proprie contraddizioni, perché il Dio a cui si affida lo apre alla speranza del perdono e non gli consente di rimanere sotto il ricatto della colpa. Questa religione dovrà aiutare a trovare i motivi per cui merita impegnarsi nel mondo, assumendo in sé la responsabilità di cambiarlo e trasformarlo secondo un disegno che ha Dio per autore senza, però, rimanere legato nell’immanenza del mondo. Una religione che porta all’uomo la salvezza come offerta definitiva di vita che va oltre la morte, senza annientarlo nel nulla o nella disintegrazione di sé, ma anzi permettendogli di essere pienamente se stesso nella sua libertà. Una religione, insomma, che sa dare risposta globalmente al senso della vita, senza fermarsi ai singoli frammenti che producono verità individuali e per questo incapaci di tenere insieme la globalità dell’esistenza personale, degli uomini e del mondo. Una religione che permette di vivere il mistero del rivolgersi a Dio con una preghiera che dia certezza di non vivere di segni vuoti o riti astratti, ma pienamente inseriti nel tessuto quotidiano della propria esistenza. Si pensi, ad esempio, al valore che l’eucaristia possiede nel sostenere e promuovere una cultura fatta di valori portanti del vivere personale e sociale.

4. Un’attenzione particolare, di conseguenza, spetta al tema della natura, che per molti giovani è ancora uno spazio importante che alimenta la loro sensibilità. Se la tecnica entra direttamente nella natura, tanto da determinare la vita e la riproduzione personale, quale visione dell’uomo e della natura ne conseguiranno? Nel contesto contemporaneo siamo posti dinanzi a una duplice tendenza in proposito: da una parte, si pensa che l’uomo non abbia alcuna essenza naturale; esiste evidentemente una dimensione naturale dell’uomo motivo per cui il biologo studia alcuni dati della natura, ma questo non costituisce la sua identità, ciò che interessa è solo l’intenzionalità e la libertà personale che costituiscono la sua natura e la sua persona. Dall’altra parte, si sostiene che l’uomo deve essere inserito sempre di più all’interno della stessa natura e quindi egli risulta il prodotto di un processo biologico evoluzionista in grado di dare spiegazione a ogni possibile modifica inserita nella natura. Queste due prospettive sono rinvenibili facilmente nel dibattito odierno e in tutte le scienze che se ne occupano; è sufficiente uno sguardo a quanto avviene in tante classi delle scuole medie e superiori per verificare la cultura che si inserisce progressivamente in molti. E’ chiaro che una simile divisione di comprensione porta anche a una concezione antropologica differente con le inevitabili conseguenze nel vivere sociale e culturale. Si deve ritornare, a nostro avviso, alla tanto vituperata legge impressa nella natura che permane come regola suprema di vita e principio etico, nonostante lo slittamento che si è creato con i “diritti fondamentali dell’uomo”. Il problema è come tornare a parlare oggi di “legge naturale” e non solo di “diritti”, come ricostruire il tessuto di una responsabilità che mi obbliga, di una responsabilità che mi lega ad un contesto interpersonale, non riducendo così l’uomo ad un soggetto isolato che ha come unico limite e prospettiva il rispetto dell’altrui libertà.

E’ la grande questione: su cosa si fondano i diritti umani, se non c’è un primato dell’etica? Questa legge non è una coercizione perché andrebbe contro la stessa natura dell’uomo; essa, al contrario, è una perenne sfida che si pone all’uomo perché in essa possa scoprire come esercitare la sua libertà e la sua progettualità. L’uomo non potrebbe mai porsi dinanzi alla natura in maniera passiva, quasi da essere asservito dalla natura. Conforme alla sua stessa natura, invece, è chiamato a far emergere dalla natura tutte le potenzialità che la spingono ad essere ciò per cui è. Solo in questa reciproca relazionalità, si può pensare di creare progresso coerente tra lo sviluppo della natura mediante l’intelligenza dell’uomo e la realizzazione dell’uomo stesso. La natura, pertanto, ha bisogno dell’uomo per manifestare ciò che è; la cosa straordinaria è che in questa conoscenza, l’uomo scopre di essere uscito lui pure da questa natura e che quindi è il fine verso cui essa tende. Ciò non significa che l’uomo possa fare con la natura tutto ciò che desidera o che vuole. Qui viene a porsi il primato dell’etica nei confronti di ogni potenzialità che l’uomo scopre nella natura. L’uomo non può creare progresso distruggendo se stesso o sperimentando nella natura umana; questo non è conforme né alla natura che appunto tesa verso l’uomo né alla natura umana che è tesa alla rigenerazione di sé in conformità con ciò che essa naturalmente produce.

In questo contesto entra, inevitabilmente, il tema della dignità della natura umana. Proprio perché non è mai un semplice complesso di tessuti, organi e funzioni, ma sempre unità inscindibile di corpo e spirito, la natura umana non potrà mai essere sottoposta alla sola legge biologica senza attentare alla propria salvaguardia. La scienza e la tecnica dinanzi alla natura umana hanno non solo la responsabilità, ma l’obbligo etico di porsi al servizio della persona e dei suoi diritti inalienabili. Dal concetto di persona scaturisce come conseguenza quello della sua dignità e del suo valore universale e, quindi, l’attenzione che è dovuto per ogni persona, per tutta la persona e per il bene di tutte le persone. Non è azzardato affermare che solo nella misura in cui si vuole salvaguardare il concetto di persona e la sua dignità è determinante che essa rimanga legata a Dio che ne garantisce l’esatta comprensione ed esplicitazione.

Nella misura in cui si dimentica Dio si dimentica anche la persona che reca impressa in sé la sua immagine e somiglianza; nella misura in cui si dimentica la persona, si dimentica anche Dio che ne è la sua garanzia ultima. Il valore della testimonianza E’ inevitabile che questioni come queste si coniugano con il senso di responsabilità che deve crescere e far sentire ognuno coinvolto in prima persona nelle scelte che impegnano non solo il singolo, ma ognuno nella propria relazione interpersonale. Questo tocca in prima persona il nostro essere sacerdoti. Il ministero che svolgiamo ci pone, in primo luogo, dinanzi alla trasmissione della fede. Questa, lo sappiamo, non è primariamente un contenuto astratto, ma uno stile di vita che scaturisce dalla scelta di porsi alla sequela di Cristo e di assumere in noi la sua parola come promessa e realizzazione di sé. In questo contesto, emerge la testimonianza come categoria privilegiata per una coerente ed efficace trasmissione della fede. Non per piaggeria, ma per verificare ancora una volta come il linguaggio derivi dalla concettualità e se preso seriamente incida nella formazione del pensiero e dello stile di vita. Nella lingua tedesca, testimonianza si dice zeugnis; ma il verbo zeugen indica in primo istanza “generare”. Il senso semantico porta alla considerazione esistenziale: testimoniare è un generare e non c’è vera e piena testimonianza se non si ha generazione.

Abbiamo dinanzi a noi un criterio di credibilità e veracità del nostro essere sacerdoti: se siamo capaci di generare in ciò a cui noi crediamo e a cui abbiamo dato la nostra vita. Questa prospettiva, permette di raccogliere ancora alcuni termini carichi di senso a cui possiamo solo accennare. I nostri giovani vivono una profonda solitudine. Nasce spesso da non sentirsi accolti, accettati per ciò che si è o rifiutati; le diverse forme di tradimento che la vita impone, dall’amicizia all’amore, in famiglia o con i coetanei, fanno emergere in maniera evidente il profondo senso di solitudine in cui molti sono immersi. Diventare noi, per primi, promotori di una cultura che parla di gratuità e perdono non dovrebbe esserci estraneo. Nessuno, tuttavia, potrà essere testimone fedele e, quindi, capace di generare se non avrà lui stesso sperimentato di essere stato gratuitamente amato e perdonato.

Sono convinto che i nostri giovani desiderano da noi una testimonianza di gratuità piena e di perdono sincero. Vogliono essere amati per ciò che sono, ma non per questo dobbiamo dimenticare che per noi amare è ricercare senza sosta e con estrema pazienza il loro bene. Davanti alla domanda iniziale: “Cosa dobbiamo fare?”, pertanto, trovo solo in maniera disarmante le parole cariche di significato e di impegno di s.Teresa del Bambin Gesù: “Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore gli apostoli non avrebbero più annunciato il Vangelo e i martiri non avrebbero più versato il loro sangue”.

Per concludere

“I Presbiteri… non potrebbero essere ministri di Cristo se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena; d’altra parte, non potrebbero nemmeno servire gli uomini se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente. Per il loro stesso ministero sono tenuti con speciale motivo a non conformarsi con il secolo presente; ma allo stesso tempo sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini, a conoscere bene –come buoni pastori- le proprie pecorelle… si applichino (quindi) ad esaminare i problemi del loro tempo alla luce di Cristo… Ai nostri giorni la cultura umana e anche le scienze sacre avanzano a un ritmo prima sconosciuto è bene, quindi, che i presbiteri si preoccupino di perfezionare sempre adeguatamente la propria scienza teologica e la propria cultura in modo da essere in condizione di poter sostenere con buoni risultati il dialogo con gli uomini del loro tempo” (PO3.4.19). Le citazioni del Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri sono solo un pallido esempio di quanto il concilio Vaticano II, a più riprese, ha insegnato circa la necessità e l’urgenza di conoscere il mondo a noi contemporaneo con le sue sfide e progetti, con le sue aspirazioni e contraddizioni, perché sempre e dovunque si sia in grado di annunciare con coerenza il Vangelo di Gesù Cristo.

Non possiamo lasciarci prendere dalla stanchezza né dallo sconforto. Lo ribadivano sempre i Padri conciliari: “I ministri della Chiesa, e talvolta gli stessi fedeli, si sentono quasi estranei nei confronti del mondo di oggi e si domandano angosciosamente quali sono i mezzi e le parole adatte per poter comunicare con esso. E non c’è dubbio che i nuovi ostacoli per la fede, l’apparente inutilità degli sforzi che si sono fatti finora e il crudo isolamento con cui vengono a trovarsi, possono costituire un serio pericolo di scoraggiamento” (PO22). Dobbiamo convincerci che la forza che proviene dal Vangelo e la grazia che sostiene il nostro ministero se sono uniti a una coerente conoscenza dei fenomeni e pongono con lucidità una critica intelligente permettono di guardare al futuro con maggior realismo. Il cambiamento culturale è dinamico e sempre aperto a nuovi sviluppi; ad esso, comunque, non può mancare la nostra intelligenza e il nostro impegno perché l’opera di formazione ed educazione alla fede possano sempre dare la genuina e più coerente risposta alla perenne domanda di senso che alberga nel cuore di ogni persona. Questa risposta di senso è la vera strada da percorrere perché il cambiamento culturale in atto sia ancora una volta rivolto all’uomo nella sua integrità e non contro di lui.

Basilica di S.Giovanni in Laterano, il 2 ottobre 2006