Archivio mensile:novembre 2005

Centralità della persona nel progetto educativo della scuola

Bruno Forte

La “scuola” – dalla parola “scholé”, “indugiante pensare” – dice lo spazio per la maturazione dell’interrogazione originaria e per l’ascolto necessario a trovarvi risposta. Proprio così, la scuola è strumento fondamentale per la realizzazione dell’essere umano, nella sua natura di interrogante, “uomo problematico” (Gabriel Marcel), in grado di abbracciare col suo domandare non solo l’essere di tutte le cose, ma anche il suo stesso essere, fin nelle sue radici più profonde. “Il mio nome – scrive Edmond Jabès nella sua opera Il libro delle interrogazioni (Genova 19953, 103) – è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande”: queste parole evidenziano come sia proprio e caratteristico della condizione umana porre domande.

Il motivo ultimo di questo interrogarsi originario della coscienza è la consapevolezza dell’incompiutezza della vita e del tempo: senza l’esperienza continua del dolore e del limite, senza la frustrazione dello scarto fra compimento ed attesa, l’uomo non porrebbe né si porrebbe domande.
Il dolore della finitezza è la radice del domandare originario, aperto sull’infinito: “Mi hai donato il giorno – scrive ancora Jabès – perché non potevi donarmi se non ciò che sei. / Madre, mi hai donato i giorni della mia morte. / Da allora, vivo e muoio in te / che sei amore. / Da allora, rinasco dalla nostra morte” (61). È la morte come imminenza che sovrasta a rendere l’essere umano interrogante e pensoso. Ed è qui la sua grandezza: prigioniero del limite, ostaggio dello spazio e del tempo, interrogandosi l’uomo “rinasce dalla propria morte”, e diventa più del mondo su cui si interroga, perfino più di se stesso in quanto essere finito. Grazie all’interrogazione l’uomo trascende la propria finitezza, si auto-trascende. La scuola, spazio per la tematizzazione progressiva e perseverante di questa interrogazione, è perciò per sua natura luogo di umanizzazione radicale: a condizione che al centro di essa vi sia sempre e solo la persona umana, in tutto lo spessore della sua dignità e della sua vocazione.
E’ la tradizione del pensiero ebraico-cristiano che ha offerto come patrimonio incomparabilmente prezioso alle culture umane il concetto di persona, raggiunto e precisato compiutamente nel contesto della teologia cristiana del Verbo divenuto carne e della fede nella Trinità divina. È a questo patrimonio della tradizione di fede, che attinge il moderno personalismo di ispirazione cristiana: esso assume ed organizza in una visione d’insieme, attenta al dialogo col pensiero moderno, il duplice dato relativo all’idea di persona maturato sotto i termini di sussistenza e di relazione.
Nella dialettica di interiorità ed esteriorità, la persona viene a situarsi come soggetto assolutamente singolare, sorgente del dinamismo personale (esse in se), che finalizza a se stesso il rapporto con l’esteriorità (esse per se) ed insieme si auto-destina all’altro (esse ad aliud), stabilendo con l’esteriorità d’altri un rapporto di reciprocità solidale (esse cum alio). È nell’unità di queste relazioni, nella loro reciproca interazione, che la persona appare come il soggetto libero e consapevole della propria storia, muoventesi continuamente sulla frontiera fra interiorità ed esteriorità, in grado di saldare in unità profonda questi due campi.
L’essere in sé della persona corrisponde anzitutto alla sua incomunicabile soggettività, all’autopossesso, per il quale essa si appartiene e si gestisce come sorgente delle proprie scelte e dei propri atti. Nella consistenza ontologica di questa singolarità si fonda il valore assolutamente unico e irripetibile di ogni persona: la “sussistenza” dell’essere personale è la ragione profonda della resistenza ad ogni massificazione, è il motivo irrinunciabile del rifiuto di ogni oggettivazione, che risolva la persona in pura esteriorità, di cui disporre dall’esterno. “La persona non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto… Essa è l’unica realtà che ci sia dato di conoscere e, in pari tempo, di costruire dall’interno… La persona è un’attività vissuta come autocreazione, comunicazione e adesione, che si coglie e si conosce nel suo atto, come movimento di personalizzazione” (E. Mounier, Il personalismo, Roma 1964).

L’idea tomistica di sussistenza dell’essere personale – cui si associano quelle di incomunicabilità, di assoluta originalità e non partecipabilità, dovute all’unicità
ontologica – è il baluardo teoretico contro ogni possibile manipolazione della persona, la sorgente profonda e nascosta di ogni sua irradiazione e di ogni riconoscimento della sua dignità. Ecco perché l’esse in se personale è tutt’altro che chiusura gelosa o separatezza altera: esso equivale a singolarità originale a sovrabbondanza di un essere che, possedendosi nell’autocoscienza e nella libertà, può aprirsi e donarsi ad altri, ed accogliere altri in sé. Sul piano del rapporto educativo questa idea esige il rispetto assoluto della dignità personale di ognuno dei ragazzi o dei giovani affidati alla scuola: come Mosè davanti al roveto ardente, così davanti a ogni discepolo il docente dovrebbe “togliersi i sandali, perché quella dove sei è terra santa”. E questo rispetto prescinde dalle qualità o dalle abilità e capacità del soggetto: è invece un’esigenza assoluta, che deve ispirare ogni benché minimo comportamento di chi abbia responsabilità educativa. La domanda ai docenti è precisa: quale rispetto hanno di ognuno dei loro studenti?

L’essere per sé della persona esprime il movimento di finalizzazione e di automediazione che la caratterizza, e perciò il ruolo determinante che hanno la
consapevolezza e la libertà nei suoi atti. Attraverso la finalizzazione il soggetto personale rapporta a sé e misura su di sé l’esteriorità con cui si imbatte, esercitando le scelte della sua libertà; attraverso l’auto-mediazione la persona distingue l’oggetto in quanto tale rispetto alla propria soggettività, e perciò lo determina nella sua esteriorità in rapporto a se stessa, lo “oggettiva” e, oggettivandolo, lo conosce. Ciò mostra come l’essere in sé e l’esser per sé del soggetto personale non siano in alcun modo concorrenziali: “Scegliendo questo o quello, io scelgo ogni volta indirettamente me stesso, e mi costruisco in quella scelta: per aver osato, per essermi esposto e avventurato nell’oscurità e nell’incertezza, io mi sono incontrato un po’ di più con me stesso, senza essermi propriamente cercato” (93).

La persona non crea il suo oggetto, né è semplicemente plasmata dall’esterno, ma stabilisce nel gioco dell’in sé e del per sé una circolarità che è al tempo stesso ermeneutica (sul piano della conoscenza) ed etica (sul piano della libertà). Il personalismo di ispirazione cristiana guarda all’uomo come totalità personale, aperta o chiusa alla trascendenza (tale peraltro è il significato del binomio spirito – carne nel Nuovo Testamento: lo stesso uomo in quanto aperto al nuovo di Dio è “spirito”, in quanto chiuso e ripiegato su se stesso è “carne”). Si comprende allora come Kant abbia potuto descrivere l’imperativo pratico in questi termini: «Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua come nella persona di ogni altro, sempre contemporaneamente come fine e mai soltanto come mezzo» (E. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, tr. di P. Carabellese, Firenze 1968, 67s). L’essere per sé della persona, lungi dal chiuderla nel ripiegamento su di sé, fonda nel modo più rigoroso l’eticità, e quindi la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, perché, riconoscendo il valore assoluto della dignità personale nel soggetto, conduce a riconoscerlo anche nella persona di ogni altro, che raggiunga l’interiorità personale con lo sfolgorio della sua esteriorità. Il compito educativo è collaborazione alla consapevolezza, alla libertà e alla responsabilità di chi ci è affidato, mai pretesa di sostituirsi all’altro in questi campi della sua necessaria autorealizzazione. L’essere verso l’altro della persona esprime la sua costitutiva apertura a ciò che è altro da sé e il dinamismo decisivo di esodo e di autotrascendenza in cui si costruisce la vita personale. Il raccogliersi nell’in sé e per sé ha già portato il soggetto a incontrarsi nella conoscenza e nell’amore con l’esteriorità dell’altro: l’andare verso l’altro lo conduce ora a stabilire le relazioni in cui l’essere personale compiutamente si realizza e si esprime. Esperienza fondamentale della persona diventa così la comunicazione: “La vita della persona è affermazione e negazione di sé: questo ritmo fondamentale si ritrova al fondo di tutti i suoi atti… raccogliersi esprimendosi…

L’espansione della persona implica, come condizione interiore, una espropriazione di sé e dei propri beni, che priva l’egocentrismo di uno dei suoi poli: la persona non si ritrova che perdendosi” (65 e 67s).
La comunicazione non è dunque il puro uscire da sé della persona, lo svuotarsi senza residui nell’altro, che si risolverebbe in dipendenza ed alienazione; né è il puro accogliere l’altro in sé, facendone oggetto del proprio conoscere e del proprio volere; ma è il rapporto circolare per cui uscendo da sé la persona si ritrova nell’altro e accogliendo l’altro in sé ne è arricchita, proprio in quanto lo rispetta nella sua alterità.

Così intesa, la comunicazione è la vita dell’essere personale: “La prima esperienza
della persona è l’esperienza della seconda persona: il tu, e quindi il noi, viene prima dell’io, o per lo meno l’accompagna… Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, e, al limite, che essere significa amare” (44s). Il dinamismo della vita personale – al cui servizio va posta l’educazione – viene allora a consistere in un permanente uscire da sé per andare verso l’altro, per comprenderlo ed assumerne i pesi, per dare e darsi all’altro, nella perseveranza di una relazione fedele. Solo così la persona si espone, ex-siste, si fa prossimo ed è volto: l’esse ad non è una possibilità aggiunta, un aspetto accidentale, ma risulta costitutivo dell’essere personale in quanto questo è fatto non per la solitudine di un’interiorità sazia di sé, ma per la comunione di una relazione in cui reciprocamente si dà e si riceve. L’intimismo è lontano dal personalismo d’ispirazione cristiana tanto quanto lo è la spersonalizzazione massificante: perdersi nell’interiorità non è meno tragico che esaurirsi nell’esteriorità. L’esser verso l’altro è la garanzia di un autentico essere in sé e per sé: la relazione con gli altri fa guadagnare la verità dell’esistenza personale, così come la realizzazione di sé rende libera ed autentica la comunicazione con l’altro. L’educazione è in tal senso formazione alla relazione di comunione e d’amore, e vive di scambio inter-personale fatto di gratuità e di accoglienza rispettosa dell’altro.

L’essere con esprime, infine, la piena reciprocità delle coscienze in cui si compie il destino della persona: l’interiorità aperta all’esteriorità e comunicante con essa, viene a sua volta raggiunta dal centro di irradiazione che è la persona dell’altro, e stabilisce con le altre persone una relazione di reciprocità e di oggettiva solidarietà.
Nasce così la comunione interpersonale e la sua concretizzazione storica, che è la comunità degli uomini: dal semplice stare accanto di esistenze perdute nella esteriorità, dalla somma di solitudini di esistenze prigioniere della propria interiorità, si perviene all’essere uno nella distinzione, in cui ciascuno è se stesso proprio nella misura in cui si dona agli altri e si fa carico degli altri.

Nella comunione solidale dell’essere personale ciascuno si scopre responsabile di tutti ed insieme si avverte sostenuto dalla corresponsabilità altrui. “L’atto primo della persona, quindi, è quello di suscitare, assieme ad altri, una società di persone in cui le strutture, i costumi, i sentimenti ed infine le istituzioni siano contraddistinti dalla loro natura di persone” (45). La concretizzazione storica di questo costitutivo essere relazionale della persona è la solidarietà, intesa come etica della responsabilità e dell’impegno per gli altri, nella quale il bene del soggetto trova la sua unica, autentica realizzazione. L’essere umano – nella prospettiva del personalismo di ispirazione cristiana – è singolarità irripetibile, dignità infinita, che si esprime e si compie pienamente però soltanto nella comunione e nella storicizzazione etica, sociale e politica di essa, che è l’esistenza solidale con gli altri. L’educazione non potrà mai prescindere dal principio solidarietà, e dovrà in tal senso aprire gli orizzonti alle dimensioni della mondialità, della socialità e dell’amicizia solidale e attenta a tutti, specie ai più deboli.
La persona – al centro dell’educazione – è pertanto l’unità vivente di questi rapporti dinamici, il soggetto consapevole e libero di un situarsi dell’interiorità nell’esteriorità e dell’esteriorità nello spazio della soggettività. Questo libero e consapevole situarsi nel divenire costituisce la storia, in quanto processo in atto che, recependo il passato nell’atto presente, apre questo al nuovo dell’avvenire: si potrebbe definire allora la persona come il soggetto cosciente e responsabile del divenire storico, il protagonista del cambiamento e della gestazione del nuovo. L’essere personale inteso come soggetto di storia mostra al tempo stesso la sua irripetibile singolarità e la sua costitutiva relazione con gli altri, il suo essere immerso in una rete di rapporti rispetto a cui porsi e proporsi nella consapevolezza e nella decisione della libertà. Nell’unità dell’azione personale il soggetto al tempo stesso modifica la realtà esteriore, si forma, si avvicina agli altri uomini ed arricchisce il proprio universo di valori. Agendo così, la persona si manifesta pienamente come l’essere della trascendenza, interiorità aperta, continuamente sfidata ed arricchita dall’incontro con lo sfolgorio dell’esteriorità, soggetto di vera conoscenza dell’altro, responsabile verso di sé e verso l’infinita dignità altrui.

Tenere insieme questi vari aspetti è l’esigente dinamismo e il difficile equilibrio, cui tende l’esistenza personale nella visione della tradizione ebraico – cristiana: perciò in essa la vita della persona è pensata nel quadro di un’alleanza che la trascende, come risposta ad una vocazione che incessantemente l’afferma e la supera. “Nel raccogliersi per ritrovarsi, nel dispiegarsi per arricchirsi e ancora ritrovarsi, nel raccogliersi di nuovo attraverso la liberazione dal possesso, la vita della persona – sistole e diastole – è la ricerca fino alla morte di una unità presentita, agognata e che mai si realizza… È necessario scoprire in sé, fra il cumulo delle distrazioni, anche il desiderio di cercare quest’unità vivente; ascoltare a lungo le suggestioni che essa ci sussurra, avvertirla nella fatica e nell’oscurità senza mai essere certi di possederla.

Tutto ciò assomiglia piuttosto a un richiamo silenzioso, in una lingua che richiederebbe tutta la nostra vita per essere tradotta: per questo il termine di vocazione gli conviene meglio di qualunque altro” (68). L’attenzione alla vita come vocazione dovrà essere perciò al centro e al cuore di ogni progetto educativo basato sulla centralità della persona, come è il progetto ispirato dalla tradizione ebraicocristiana.

(Convegno Fidae Regione Abruzzo, Chieti, 9 Novembre 2005